Alla fine di gennaio in Sud Sudan, il presidente Salva Kiir ha nominato Steward Soroba Budia, esponente di un partito di opposizione morto da cinque anni, nel comitato incaricato di preparare il terreno per le elezioni programmate per il prossimo dicembre; appuntamento più volte rimandato e lungamente atteso dalla popolazione. L’incarico è stato reso noto con un ordine presidenziale, il massimo dell’ufficialità.
La comunicazione ha suscitato uno tsunami di commenti, in particolare sui social media sudsudanesi. Solo dopo sono arrivate le scuse e il licenziamento in tronco dei responsabili dell’imbarazzante situazione.
Nel comunicato ufficiale in cui si informava che erano stati sollevati dall’incarico, si diceva che le nomine nel comitato erano frutto di lunghe consultazioni con tutti i firmatari dell’accordo di pace del settembre 2018. Una giustificazione che si configura come una toppa peggiore del buco, come si direbbe dalle nostre parti.
Ovviamente il fatto ha destato sconcerto ed è stato visto da molti come la metafora di un accordo di pace ormai morto e come segno non solo del pressapochismo ma soprattutto del cinismo di una leadership evidentemente disinteressata al futuro del paese e staccata dalla sua realtà.
L’appello inascoltato dei vescovi
Una realtà che peggiora di giorno in giorno. “South Sudan on the edge, yet again” (Il Sud Sudan è sul precipizio, ancora una volta), titola in prima pagina il settimanale regionale The East African dell’inizio di febbraio.
Particolarmente preoccupati della ripresa di un conflitto su larga scala i vescovi cattolici che, in un’accorata missiva, chiedono a tutte le parti in causa di “mettere fine alla guerra e di abbracciare il dialogo”. Un appello che resta disatteso così come quello, simile, lanciato nel novembre 2025.
Geografia del conflitto: da Jonglei all’Equatoria
Di fatto la guerra civile è ripresa in diverse regioni del paese. La situazione più grave è quella di alcune contee di Jonglei, dove da dicembre scontri violenti vedono contrapposti l’esercito governativo (SSPDF) e gli uomini fedeli al vicepresidente Riek Machar (SPLM-IO), in carcere da quasi un anno, supportati dalla White Army, una milizia locale dei gruppi di etnia nuer, quella di Machar, appunto.
Nei giorni scorsi il portavoce delle SSPDF ha detto di aver polverizzato l’SPLM-IO riconquistando tutte le basi perse nelle settimane precedenti.
Clima infiammato da discorsi d’odio
Nell’occasione, il generale Johnson Olony, a capo di una milizia ora integrata nell’esercito che ha fatto più volte il salto della quaglia tra i diversi campi durante gli ormai lunghi anni della crisi sudsudanese, si è detto pentito per le dichiarazioni imbarazzanti e pericolose rilasciate nei giorni immediatamente precedenti l’offensiva.
«Mi scuso per aver detto di non risparmiare la vita di nessuno, neppure quella dei polli». Discorsi d’odio non di sua esclusiva competenza, che hanno contribuito non poco ad avvelenare il clima nel paese e sono stati stigmatizzati dall’ONU.
Polveriera Equatoria
L’altro punto caldo di questo periodo è lo stato dell’Equatoria orientale. La conflittualità in tutta la regione dell’Equatoria è aumentata di molto da quando il movimento di opposizione armata regionale, il NAS, National Salvation Front, che non ha mai firmato accordi di pace, ha stretto un’alleanza con l’SPLM-IO.
Il comandante del NAS, il generale Thomas Cirillo, fuoriuscito dall’esercito nazionale dove era a capo del settore logistico, è un leader autorevole nella zona. Gli scontri con l’esercito delle ultime settimane avrebbero provocato una grave crisi umanitaria, segnata da fughe della popolazione e distruzione di villaggi e di servizi di base.
Peggiora la crisi umanitaria
L’ultimo rapporto del Segretario generale al Consiglio di sicurezza dell’ONU (del 2 febbraio) descrive globalmente la situazione del paese grave come in nessun altro periodo dalla firma dell’accordo di pace.
Combattimenti diretti tra l’esercito e l’SPLM-IO e i suoi alleati sono stati registrati in otto dei dieci stati federali in cui è diviso il paese. Solo in Jonglei, dall’inizio della crisi lo scorso dicembre, ci sono stati almeno 180mila nuovi sfollati, oltre 280mila, complessivamente nel paese.
Le operazioni di soccorso alla popolazione sono sempre più difficili e rischiose mentre sono in aumento devastazioni e razzie, soprattutto di presidi sanitari, e confische di beni destinati alle operazioni umanitarie, quali autoveicoli, scorte di medicinali e di derrate alimentari.
Situazione politica altamente volatile
Il rapporto descrive come “altamente volatile” la situazione politica, citando le continue sostituzioni di uomini chiave nel governo e nell’amministrazione decise dal presidente, Salva Kiir, senza apparente motivo.
Secondo alcuni osservatori questi improvvisi cambiamenti ai vertici dello stato sarebbero dovuti a dissidi fra diversi gruppi di potere nella stessa leadership del paese.
Particolarmente aggressiva l’azione contro i rappresentanti dell’SPLM-IO nel governo provvisorio di unità nazionale, dove ricoprivano posti loro assegnati in forza del patto sulla spartizione del potere contenuta nell’accordo di pace.
L’ultima ad essere rimossa dall’incarico è Angelina Teny, ministra dell’Interno, esponente di punta dell’opposizione e moglie di Riek Machar, il vicepresidente deposto e incarcerato. Si tratta di violazioni evidenti dell’accordo di pace che fa dire a molti sudsudanesi e osservatori indipendenti che ormai Kiir e i suoi si muovono come se fosse decaduto.
Non è un caso, probabilmente, che nell’ultimo bilancio statale, 2025/2026, presentato in questi giorni con grave ritardo, la maggior parte del budget è stato allocato per le forze di sicurezza, sollevando domande sulle priorità di spesa, in un paese dove le condizioni economiche e di vita della popolazione sono a dir poco drammatiche.
Non convince l’iniziativa di pace kenyana
Nel tentativo di frenare la discesa del Sud Sudan verso una nuova fase di conflitto su scala nazionale, il Kenya ha rilanciato l’iniziativa di pace conosciuta come Tumaini (speranza in kiswahili), con l’obiettivo di concordare una “Carta per la pace e la democrazia concordata a livello nazionale”.
L’obiettivo primo sarebbe un ordinato svolgimento delle elezioni di dicembre. Un documento di discussione è stato fatto circolare nei giorni scorsi. Il negoziato avrebbe dovuto iniziare il 9 febbraio e concludersi in quattro settimane, ma la data d’avvio è già stata posticipata.
Molte sono le perplessità tra i sudsudanesi e negli osservatori internazionali. Ben poco convinta dell’utilità del tentativo sembra essere l’opposizione, SPLM-IO in testa.