Sud Sudan / Guerra civile

Come purtroppo si è verificato nel corso di tutta la guerra civile, durante i quattro giorni degli scontri a Juba sono emersi molti episodi di violenza sui civili. Secondo le testimonianze raccolte da organizzazioni internazionali che soccorrono gli sfollati, molti di questi episodi si sono verificati dopo la fine dei combattimenti, con il cessate il fuoco proclamato nella serata di lunedì scorso dalle due parti.

Il portavoce del segretario generale dell’Onu, Stephane Dujarric, ha dichiarato di aver ricevuto rapporti su attacchi a personale dell’Onu e di ong internazionali da parte di militari dell’esercito governativo. Ci sono stati stupri anche di stranieri, mentre un sud sudanese che lavorava per una ong internazionale sarebbe stato ucciso a sangue freddo.

È probabile che Dujarric si riferisse all’uccisione di John Gatluak Nhial, un giornalista di etnia nuer, che lavorava come team leader per Internews, un’importante organizzazione non governativa internazionale specializzata nel sostenere la produzione di informazione locale libera e credibile, attraverso la formazione dei giornalisti e il sostegno ai mass media locali.  Secondo i familiari che chiedono giustizia, John Gatluak sarebbe stato ucciso da soldati governativi durante la razzia di una guest house dove si trovava perché nuer.

Medicines sans Frontieres, che sta portando soccorso ai gruppi dei nuovi sfollati in città, riporta che la popolazione è scioccata da episodi di violenza, stupri, razzie, uccisioni e umiliazioni da parte di uomini armati. Il suo direttore nel paese, Ruben Pottier, racconta di aver effettuato 500 interventi solo nel cortile della cattedrale cattolica, conosciuta a Juba come Kator, per sostenere psicologicamente persone altamente traumatizzate, tra cui bambini che si sono viti i genitori massacrati davanti agli occhi, o che li hanno persi nella fuga. Molte persone hanno ferite che si sono procurate nella fuga, attraversando perfino recinti di filo spinato; molte altre hanno ferite da arma da fuoco.

L’arcivescovo di Juba, il comboniano monsignor Paolino Lukudu Loro, in un’intervista a Radio Vaticana, ha confermato la situazione degli sfollati, stimando a 16.000 le persone che si trovano presso le diverse chiese cattoliche della città e che non possono tornare a casa per la paura, ma anche perché hanno perso tutto quello che avevano.

Amnesty invece denuncia la violazione della libertà di movimento da parte dei servizi di sicurezza. Infatti i cittadini originari del Sud Sudan ma che hanno anche un’altra cittadinanza vengono fermati all’aeroporto e viene loro impedito di lasciare il paese. Molti di loro vengono caricati su macchine dei servizi di sicurezza nazionale e portati in località finora sconosciute. Le ambasciate degli Stati Uniti e del Canada hanno dichiarato che non sono state finora in grado di sbloccare la situazione di una ventina di loro cittadini, di origine sud sudanese, fermati all’aeroporto mentre si stavano imbarcando.

Rimane chiuso anche il confine con l’Uganda, dove migliaia di persone si sono dirette per cercare rifugio. Ma le autorità sud sudanesi impediscono l’espatrio. (Redazione)