Meno di un mese per trovare i circa 250 milioni di dollari necessari a finanziare lo svolgimento delle elezioni generali in Sud Sudan, più volte posticipate e infine fissate al 22 dicembre.
L’appello è stato lanciato dall’Unione Africana (UA) che chiede agli Stati membri, ai partner internazionali e ai donatori di colmare il deficit entro ottobre.
L’impresa di reperire una cifra tanto consistente in poche settimane appare titanica, in particolare perché vede uno dei maggiori contribuenti, gli Stati Uniti, decisamente schierati sulle ormai conosciute posizioni protezioniste dell’amministrazione Trump.
A scanso di equivoci, lo scorso 31 agosto Washington ha fatto sapere chiaramente che per trovare i fondi per finanziare le elezioni – le prime consultazioni generali dall’indipendenza ottenuta nel 2011 – il governo sudsudanese dovrà contare solo sulle sue risorse interne.
Le preoccupazioni dell’UA sono dunque più che motivate, anche perché il governo di Juba avrebbe finora stanziato solo 27 milioni di dollari, a fronte, appunto, dei circa 250 milioni necessari, secondo la Commissione Elettorale Nazionale (NEC).
Crisi e ritardi cronici
Paiono caduti nel vuoto gli appelli lanciati a fine agosto dal Consiglio per la Pace e la Sicurezza dell’UA che ha espresso preoccupazione per le “significative carenze finanziarie e amministrative” che interessano gli organi elettorali, invitando il governo di transizione a garantire con urgenza i finanziamenti e a pubblicare una “tabella di marcia elettorale realistica e condivisa”.
Il Consiglio ha inoltre espresso profonda preoccupazione per il deterioramento della situazione politica e della sicurezza, citando i persistenti disaccordi tra i firmatari dell’accordo di pace del 2018, la mancata convocazione del previsto dialogo tra i partiti e gli scontri armati nelle regioni di Jonglei, Alto Nilo e in altre aree.
Opposizione imbrigliata e accordo di pace manomesso
Se si andrà al voto, sarà comunque senza in Costituzione permanente e senza il previo censimento della popolazione, due condizioni indicate come prerequisiti per le elezioni nell’accordo di pace che mise fine a cinque anni di guerra civile, finora mai implementate e infine spostate a dopo il voto con un’iniziativa unilaterale del parlamento cui non ha preso parte il principale movimento di opposizione, l’SPLM-IO.
SPLM-IO il cui leader e primo vicepresidente Riek Machar è stato sospeso dalla carica, incarcerato nel marzo 2025 e attualmente sotto processo per tradimento e crimini contro l’umanità.
Cleptocrazia e impunità, ma l’UA sorvola
A mettere il dito nella piaga, ricordando l’immobilismo del governo cleptocrate che in otto anni non ha compiuto i principali termini dell’accordo – tra cui il disarmo e l’unificazione delle milizie in un unico esercito nazionale -, è un’analisi dell’attivista politico, avvocato e commentatore sudsudanese Sokiri Lo Poni su Radio Tamazuji.
Lo Poni fa notare che il Sud Sudan è una nazione ricca di risorse, sostenuta da ingenti proventi petroliferi. Eppure, “quando si tratta di finanziare la transizione politica più cruciale della sua storia, il governo ha stanziato solo una frazione del budget necessario, scegliendo invece di dirottare la ricchezza nazionale verso l’acquisto di armi, reti clientelari, spese fuori bilancio e il consolidamento di una cattiva governance”.
L’autore punta il dito contro il recente appello ai donatori fatto dall’Unione Africana che, “invece di chiamare il governo alle proprie responsabilità, opta per un compromesso che trasforma un processo elettorale viziato nell’ennesimo progetto umanitario finanziato dai contribuenti stranieri, mentre le risorse nazionali rimangono sotto il controllo di un’élite politica che non risponde a nessuno”.
“Esiste – scrive Lo Poni – una profonda differenza tra il rispetto di un calendario elettorale e la tutela della democrazia. Il primo rischia di perpetuare i meccanismi di repressione utilizzati dall’attuale regime, mentre la seconda richiede un impegno verso le norme democratiche che il partito al potere non ha mostrato alcuna volontà di garantire”.
“Forzare il paese verso elezioni generali in un clima di profonda frammentazione politica e diffusa violenza armata – conclude – finirà inevitabilmente per riaccendere il conflitto anziché risolverlo”.