EDITORIALE MAGGIO 2014
Nigrizia

Una nazione che esce dalla guerra o da un regime dittatoriale non potrà progredire se non fa i conti con gli orrori del passato. Offese e gravi ingiustizie subite, che rimangono trascurate, andranno ad alimentare sentimenti di odio e vendetta pronti a esplodere nel tempo in nuove violenze. Come affrontare i colpevoli di gravi reati e come rendere giustizia a chi ha subito violenze è un problema complesso. In Occidente, nel dopoguerra, a Norimberga è stata adottata la soluzione del processo penale nei riguardi dei maggiori responsabili delle stragi naziste.

In Sudafrica, all’indomani della caduta dell’apartheid, è stato tentato un approccio diverso: l’istituzione della Commissione per la verità e riconciliazione nei confronti di quanti si erano macchiati di violazioni dei diritti umani durante il regime. La Commissione, basandosi sulla visione del mondo tradizionale africano dell’ubuntu – la persona si realizza nella collettività – ha seguito il modello della giustizia riparativa o rigenerativa. L’obiettivo ultimo da perseguire non era quello di punire e incarcerare chi aveva sbagliato, come avviene per la giustizia retributiva, quanto il ripristino delle relazioni umane tra vittima e carnefice, e la riammissione di quest’ultimo nella comunità civile dopo aver riconosciuto la colpa.

Questo modello di giustizia sembra aver ispirato l’iniziativa in Sud Sudan della Piattaforma nazionale per la pace e la riconciliazione che è stata lanciata agli inizi di aprile da un Comitato formato dagli esponenti del Consiglio ecumenico delle Chiese sud sudanesi, del Consiglio islamico sudsudanese e da rappresentanti della società civile. È una iniziativa che nasce dal basso in risposta all’immobilismo della politica e della diplomazia internazionale che finora non sono stati capaci di porre fine al conflitto interno, scatenatosi a metà dicembre del 2013 tra le forze dell’esercito fedeli al governo e quelle legate all’opposizione.

Lo scontro ha ragioni politiche ed etniche – si confrontano le due etnie principali, denka e nuer – e chiama in causa l’incapacità di un intero gruppo dirigente (compresi i vertici delle Chiese) di uscire da un’appartenenza sociale ristretta e da una visione politica angusta per costruire una nazione nata nemmeno tre anni fa. Ad oggi, i negoziati di pace avviati ad Addis Abeba sono stati interrotti e il cessate il fuoco, concordato a gennaio, non è mai stato rispettato.

Ciononostante, la Piattaforma è stata avviata con la preparazione di centinaia di facilitatori che saranno inviati nei villaggi e nelle comunità dove la gente sarà invitata a radunarsi. In un clima di fiducia e rispetto, le persone saranno chiamate a condividere esperienze di abusi, violenze e traumi subiti nel conflitto recente, fino agli anni addietro durante la guerra civile durata quasi mezzo secolo. Nella consultazione popolare si chiederà di suggerire proposte concrete su come porre rimedio a violazioni di diritti umani e atrocità attingendo anche a forme tradizionali di giustizia miranti alla ricomposizione di relazioni spezzate, alla guarigione delle ferite e al superamento di divisioni etniche. Il programma della Piattaforma dovrebbe concludersi entro due anni con la raccolta di un insieme di verità emerse dalle testimonianze della gente e di raccomandazioni per promuovere su scala nazionale la costruzione della pace, della riconciliazione e della guarigione.

L’iniziativa intrapresa dalle comunità di fede e dalla società civile è ambiziosa e deve misurarsi con ostacoli colossali: il clima generale di insicurezza e paura, la diffusa violenza, la crisi umanitaria che interessa in particolare oltre 800 mila sfollati da villaggi e città distrutte dalla guerra, le difficoltà di comunicazione e di spostamenti…

C’è da sperare che i negoziati nella capitale etiopica tra le parti in lotta, che dovrebbero riprendere tra breve, possano portare finalmente a un accordo e alla cessazione delle ostilità, un passo indispensabile per iniziare la ricostruzione del Sud Sudan. Ma la ricostruzione materiale del paese non potrà mai prescindere da un processo di riconciliazione nazionale per sanare le ferite, superare pregiudizi etnici e riallacciare relazioni spezzate. A questo scopo potrà contribuire in maniera significativa una iniziativa come quella della Piattaforma che nasce dalla base, è ispirata da principi di fede e dalla saggezza di tradizioni culturali e intende realizzarsi libera da influenze e controlli politici.