I leader delle chiese cristiane sudsudanesi (South Sudan Council of Churches, SSCC), dopo una riunione tenutasi a Nairobi tra il 17 e il 19 luglio scorso, hanno diffuso un documento in cui prendono una posizione critica sul processo di pace attualmente in corso, guidato dall’IGAD, l’organizzazione regionale che fin dal 2014 sta cercando di trovare una soluzione politica alla crisi sudsudanese. Vi affermano che l’enfasi posta su questioni tecniche riguardanti il sistema di governo e la spartizione dei posti tra le varie parti belligeranti è prematura. «Senza un dialogo genuino, un significativo processo di riconciliazione e di ricostruzione di fiducia tra le parti, mancherà la volontà politica perché la realizzazione dell’accordo di pace possa andare a buon fine e tutti gli sforzi saranno vanificati», come è successo per tutti gli accordi precedentemente firmati. Il SSCC ha ribadito a tutti gli interessati che «la pace non è un evento e neppure un documento, ma un processo che richiede impegno e sacrificio».

Anche la Casa Bianca ieri ha diffuso un comunicato in cui afferma che non sosterrà né politicamente né finanziariamente un accordo di pace “limitato” cioè non sufficientemente inclusivo di tutte le parti interessate, sottintendendo così di non essere d’accordo con la mediazione portata avanti dall’IGAD.

La firma di un accordo, attualmente sponsorizzato dalla comunità internazionale, che si propone di rivitalizzare quello siglato nell’agosto del 2015, è stata rimandata numerose volte nelle ultime settimane. L’ultimo comunicato in proposito, diffuso dal governo sudanese che sta ora conducendo le trattative, dice che il consenso sui problemi della governance, l’ultimo importante capitolo aperto, è vicino e sarà firmato giovedì prossimo a Khartoum.