Da Nigrizia di marzo 2011: innovazione e profezia
Solidarietà con il Sud Sudan (SSS) è una iniziativa ecclesiale intercongregazionale totalmente nuova. Vi sono impegnati 24 religiosi e religiose, membri di differenti istituti e comunità. Si vanno a formare maestri, personale sanitario e agenti pastorali. Una missione che guarda al futuro.

Non è difficile raggiungere l’edificio dove sono stati posti gli uffici amministrativi del progetto Solidarietà con il Sud Sudan (SSS). Percorriamo la via centrale di Juba, città in piena espansione da quando è diventata la capitale del sud del paese dopo l’Accordo globale di pace (Agp), firmato a Nairobi il 9 gennaio 2005 tra il governo di Khartoum e il Movimento/esercito popolare di liberazione del Sudan (Spla/ m), e teniamo d’occhio le varie scritte sui muri. “Solidarity with Southern Sudan” è l’insegna che cerchiamo. La scorgiamo con facilità.

 

Ad accoglierci ci sono padre Callistus Yves Pradeepkumar Joseph, missionario clarettiano originario dello Sri Lanka, coordinatore generale del progetto, e suor Cathy Arata, statunitense, delle Suore scolastiche di Nostra Signora. Nella casa vivono altri sei religiosi e suore, di differenti nazioni, congregazioni e colore della pelle: formano l’équipe organizzativa della SSS. «Creiamo un curioso arcobaleno, ma ci vantiamo di costituire un esperimento innovativo nella vita religiosa », ci dice suor Cathy. «In tutto, tra preti, fratelli e suore, siamo 24 religiosi. Veniamo da Kenya, Stati Uniti, Italia, Rd Congo, Sri Lanka, Myammar, Messico, Vietnam , Stati Uniti, Australia… Apparteniamo a ben 15 istituti missionari e siamo impegnati in 4 diocesi del Sud Sudan: Juba, Wau, Yambio e Malakal. Credo di poter dire che siamo una cosa più unica che rara».

 

Continua: «Si tratta di una iniziativa intercongregazionale, frutto di un nuovo modo di concepire la missione. L’idea di un progetto di questo genere nacque in occasione del Congresso internazionale della vita religiosa, celebrato a Roma nel 2004, sul tema “Passione di Cristo, passione per l’umanità”. Perché questa nostra passione potesse essere espressa in modo più significativo, i partecipanti pensarono che occorresse accettare la sfida di caratterizzare con una maggiore collaborazione e una più coraggiosa capacità immaginativa alcuni progetti di aiuto allo sviluppo e di evangelizzazione che gli istituti religiosi avrebbero intrapreso nei paesi del sud del mondo. Ebbi la grazia di essere presente a quel congresso e ricordo la viva emozione che regnava in tutti. Si trattava solo di aspettare l’occasione per tradurre quell’idea nella pratica».

 

L’anno seguente, Cathy fu inviata a partecipare a un incontro, sempre a Roma, dei direttori delle Commissioni giustizia e pace e salvaguardia del creato di tutte le congregazioni religiose. «Ricevemmo la visita di mons. Joseph Abangite Gasi, allora vescovo di Tombura-Yambio, ritiratosi nell’aprile 2008. Ci portava una proposta dei vescovi del Sud Sudan: agli istituti religiosi e missionari offrivano l’opportunità di andare in Sud Sudan a lavorare, in collaborazione con la chiesa locale, per la ricostruzione del paese, da poco uscito da una guerra civile durata oltre due decenni. “Datemi i vostri nomi, e vi prendo così come siete” ci disse. Gli facemmo notare che eravamo solo responsabili di commissioni dei vari istituti e che non spettava a noi prendere una decisione tanto importante: avremmo dovuto consultare i nostri superiori».

 

Mons. Gasi non perdette tempo. Rientrato in Sud Sudan, spedì una lettera all’Unione internazionale delle superiore generali (Uisg) e alla sua controparte maschile, l’Unione dei superiori generali (Usg), presentando la richiesta. Ambedue le organizzazioni si mostrarono interessate alla proposta e, nel 2006 inviarono in Sud Sudan sei delegati (tre padri e tre suore) per esaminare le modalità di un loro intervento. Cathy: «Io ero una delle tre suore. Visitammo tutte le diocesi del Sud Sudan. Incontrammo vescovi, sacerdoti, religiosi, laici e responsabili di enti governativi. Chiedemmo a tutti una valutazione della situazione dal loro punto di vista e una lista delle cose che consideravano prioritarie. Tornammo a Roma con 25 relazioni scritte, molto dettagliate. Le esaminammo attentamente e ci parve che tre fossero le aree considerate più bisognose di aiuto: la preparazione di maestri e professori, la formazione di personale sanitario, e l’addestramento di agenti pastorali ». Toccò a suor Cathy presentare il rapporto all’Uisg e all’Usg. «Conclusi con un preciso appello: se si accetta il progetto, chiediamo che non sia suddiviso in sotto-progetti da assegnare a questo o quell’istituto; l’Uisg e l’Usg dovranno assumerlo come impegno comune».

 

Suor Cathy parla di un «miracolo» accaduto sotto i suoi occhi. «Da subito, 25 istituti missionari accolsero la sfida. Avrebbero lavorato assieme, mettendo in comune personale e risorse. Nei mesi successivi, altri istituti si unirono all’iniziativa. Nel 2008, sono stati 19 i missionari e le missionarie inviati dai loro superiori in Sud Sudan per lavorare nel progetto Solidarietà con il Sud Sudan. Oggi, SSS registra l’adesione di 140 istituti religiosi e missionari, maschili e femminili. C’è chi offre personale, chi invece solo aiuti economici; alcuni, ambedue».

 

Sono arrivati aiuti finanziari anche da governi, fondazioni, istituzioni civili e organismi non governativi. Tra questi ultimi, la Caritas e Manos Unidas della Spagna, la Misereor tedesca e l’Agenzia cattolica per lo sviluppo internazionale (Cafod) britannica.

 

Educazione – Una delle priorità del nuovo Sud Sudan è rafforzare il sistema educativo. Durante la guerra civile, un’intera generazione s’è persa in termini di scuola. Se si considera la precedente guerra (dal 1955 al 1972), allora si può dire che tre generazioni sono rimaste senza educazione scolastica. Non sorprende, quindi, che l’indice di analfabetismo superi l’85% della popolazione. Nel nuovo stato non basterà costruire scuole: servirà soprattutto preparare una folta classe docente.

 

Nel contesto della SSS, è stato deciso di costruire un Teacher Training College a Malakal. A dirigerlo c’è William Firman, dei Fratelli delle scuole cristiane, australiano. «Si è partiti da zero. Ma nel volgere di un solo anno, avevamo già sufficienti edifici per dare inizio ai corsi. Nel 2009 siamo riusciti a partire con 48 studenti. Nel 2010, abbiamo avuto altri 46 iscritti. Contiamo che, nel 2012, i primi diplomati potranno iniziare a insegnare».

 

L’istituzione è riconosciuta dal governo di Juba. Dice fr. William: «Lavoriamo in stretta collaborazione con le autorità governative. A inviarci studenti, oltre ai vescovi, è il ministero dell’educazione».

 

Sanità – Il secondo grande impegno assunto da SSS è sopperire alla mancanza di personale medico e infermieristico. Come centro di questo progetto si è scelta la città di Wau, dove è stato creato il Catholic Health Training Institute (Chti). Alla direzione del centro è stata chiamata la comboniana Maria Martinelli, medico. Dice: «Non siamo partiti da zero. Alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, la Misereor aveva già costruito a Wau un centro di formazione per operatori sanitari. L’istituzione operò per soli due anni, poi dovette chiudere a causa della guerra. Dopo oltre 25 anni di totale inattività, abbiamo riabilitato i vecchi edifici e ne abbiamo costruiti di nuovi. Abbiamo lavorato sodo. In pochi mesi, la prima fase della ricostruzione è stata terminata: alcune aule, un paio di laboratori e piccoli appartamenti per gli studenti. Il 6 febbraio 2010, alla presenza del vescovo di Wau, mons. Rudolf Deng Majak, e del ministro della sanità dello stato del Bahr el-Ghazal, abbiamo potuto inaugurare il primo corso, con 19 operatori sanitari provenienti da tutte le provincie del Sud Sudan. Fra tre anni, avremo i primi infermieri e le prime ostetriche diplomati».

 

Accanto a suor Maria, lavora suor Espérance Bamiriyo Togyayo, comboniana dell’Rd Congo. Dice: «Il Chti è oggi l’unica istituzione per la formazione di infermieri e di altro personale sanitario in tutto il Sud Sudan, cioè un’area uguale a Italia e Francia messe assieme. È facile parlare di nuovo Sud Sudan. Ma non si tratta solo di vincere un referendum o di alzare la nuova bandiera. Il paese va costruito da zero. E la sanità è centrale nella vita di una nazione. Non si può contare sull’eterno arruolamento di medici, infermieri e ostetriche provenienti da Uganda e Kenya. Il paese deve sapersi curare con le proprie forze».

 

Affiliato al Chti di Wau è stato aperto un secondo centro di formazione sanitaria, a Riimenze, 20 km da Yambio, nello stato dell’Equatoria Occidentale, presso il confine con l’Rd Congo. Qui lavora suor Joanna Mai Hla Kyi, dell’istituto Nostra Signora delle missioni, originaria di Myammar. È esperta di medicina alternativa. «Mi sono specializzata anche in massaggi e in riflessologia. Con la cronica scarsità di medicine, credo che anche queste arti mediche alternative risultino utili. Il mio lavoro consiste nell’aiutare la gente a migliorare la propria salute, servendosi anche delle medicine tradizionali».

 

Pastorale – L’aspetto pastorale del progetto SSS consiste nel coordinare le attività già presenti nelle diocesi e nelle parrocchie. Dice suor Cathy: «Insistiamo sull’educazione alla pace e alla giustizia. Si tratta di un impegno indispensabile, se vogliamo che la chiesa sia una presenza significativa nel nuovo Sud Sudan. Ottenere l’indipendenza non basta: occorre creare una nazione in pace, riconciliata con sé stessa e con il mondo. Offriamo corsi di formazione a religiosi e laici. Organizziamo seminari nelle diverse parrocchie per catechisti e operatori pastorali. Se il clero scarseggia, ci rimane il laicato, che va però preparato. E poi ci sono i giovani, che sono miriadi e non sanno cosa significhi vivere in pace: hanno bisogno di imparare cosa sia una società civile matura, che si sviluppa con la proprie forze, senza dover ricorrere al fucile».

 

Sono stati i membri della SSS a ideare la Campagna “101 giorni per la pace in Sudan”. Spiega la suora: «Tra il 21 settembre 2010 e il 1° gennaio 2011, Giornata mondiale della pace celebrata nella chiesa cattolica, ci sono stati 101 giorni. In tutte le diocesi si sono organizzati raduni di preghiera e altre attività per la pace. Si sono improntati spettacoli teatrali e altri iniziative educative, culturale e sportive. È stato un periodo importante, e noi l’abbiamo utilizzato per sensibilizzare la gente su come esser costruttori di pace».

 

Il futuro – P. Joseph: «Il nostro impegno con i vescovi è a termine: 15 anni. In cima alle nostre preoccupazioni, pertanto, c’è una domanda: dopo aver costruito le strutture necessarie e dopo averle messe in funzione, chi se ne farà carico quando ce ne andremo? Qual è il vescovo sud-sudanese che possiede denaro sufficiente per sostenere simili progetti?».

 

Fin dall’inizio della SSS, è stato chiarito che le nuove strutture previste sarebbero appartenute alla chiesa locale, non agli istituti religiosi, e che sarebbe toccato alla chiesa gestirle in futuro. «E allora, ci siamo attivati per studiare e varare progetti agricoli che serviranno ad avere le risorse necessarie per le attività dei vari centri. Dobbiamo assolutamente muoverci verso l’autofinanziamento da parte dei sud-sudanesi. Si può anche accettare che, trascorsi i 15 anni del contratto, ci possa essere la necessità che un europeo o un nord-americano continui a essere a capo di questo o quel progetto. La maggioranza del persone coinvolte, tuttavia, dovrà essere fornita dalle chiese locali».

 

È sulla novità della intercongregazinalità presente nelle comunità impegnate nei progetti della SSS che padre Joseph pone l’accento: «È una grossa sfida, non c’è dubbio. Stiamo creando un nuovo paradigma nella vita religiosa. Si tratta di un camino del tutto profetico: nel nostro piccolo, stiamo dimostrando al mondo e alla chiesa che la convivenza e la comprensione reciproca tra i popoli è possibile, e che la condivisione dei vari carismi è di mutuo arricchimento per le congregazioni e gli istituti religiosi».

 

Sr Cathy: «Dopo secoli di “provincialismo o regionalismo religioso”, la missione offre alla vita comunitaria una nuova dimensione. Chiamiamola come vogliamo: multinazionalità, multicongregazionalità, multiculturalità… Ma una cosa è certa: si può vivere e pregare insieme, anche se si proviene da differenti nazioni e si è membri di differenti istituti. La nostra esperienza sta dimostrando che persone di diverso colore, di diversi carismi e di ambedue i sessi possono fare comunità. Ed è un messaggio importante per il Sud Sudan nuovo. Per la chiesa tutta. E per il mondo intero».





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