In Sud Sudan la maggioranza tira dritto sul progetto di revisione dell’accordo di pace del 2018 in vista delle elezioni generali fissate al 22 dicembre 2026.
Ieri a Juba, al termine di una riunione straordinaria della presidenza allargata, sono state confermate modifiche ad alcune disposizioni chiave dell’intesa che ha posto fine a cinque anni di guerra civile, già annunciate il 10 dicembre, al termine di una riunione di alto livello dei leader politici, presieduta dal capo dello stato Salva Kiir.
Secondo la presidenza le modifiche si rendono necessarie per rispettare la roadmap ed evitare un nuovo slittamento delle elezioni, che sarebbero le prime dall’indipendenza del paese, nel 2011.
Slittano Costituzione e censimento
Uno degli emendamenti all’Accordo rivitalizzato sulla risoluzione del conflitto nella repubblica del Sud Sudan (R-ARCSS), prevede che il voto non debba più essere successivo all’approvazione di una nuova Costituzione, ma che venga regolato dall’attuale Costituzione Transitoria del 2011.
Una seconda revisione riguarda il censimento nazionale della popolazione e delle abitazioni che slitterebbe a dopo il voto.
In base alle nuove norme, inoltre, il termine per la pubblicazione del registro elettorale definitivo viene ridotto da sei a tre mesi prima delle elezioni.
Nonostante i 7 anni di tempo trascorsi, entrambe le disposizioni chiave – insieme ad altre, tra cui il disarmo delle milizie, l’unificazione delle forze armate, il rimpatrio dei rifugiati e l’attuazione di riforme istituzionali – non sono state mai implementate, cosa che ha fatto più volte slittare la data del voto, inizialmente previsto nel 2023.
Le modifiche, che devono essere approvate dal governo e dalla Commissione congiunta di monitoraggio e valutazione ricostituita (RJMEC) e ratificate dal parlamento, sono state approvate dal partito di governo, il Movimento di liberazione del popolo sudanese (SPLM), da una fazione filo-governativa del principale partito di opposizione, l’SPLM-IO, e dal gruppo che rappresenta gli Altri partiti politici (OPP).
Esclusi opposizione e società civile
Rimasti esclusi dall’intesa i gruppi della società civile e l’ala dell’SPLM-IO fedele al primo vicepresidente Riek Machar, sospeso dall’incarico, agli arresti dal 26 marzo e sotto processo con le accuse di omicidio, tradimento e crimini contro l’umanità. Un processo che il partito denuncia essere politicamente motivato.
Per l’SPLM-IO di Machar, le modifiche sono illegali perché adottate senza il consenso di tutti i partiti che hanno firmato l’accordo di pace. Dut Majokdit, membro dell’ufficio politico del partito sentito da Radio Tamazuj, accusa l’SPLM di Kiir di voler isolare Machar in vista del voto.
Anche gli esponenti della società civile firmatari dell’accordo lamentano di non essere stati consultati né coinvolti. Entrambi si sono detti disponibili ad intavolare un dialogo inclusivo con il governo.
Rischio instabilità
Governo che con questa mossa intenderebbe soddisfare le aspettative – e le pressioni – della comunità internazionale e dei donatori, tentando di preservare la sua legittimità e di mantenere il controllo politico.
Del rischio di un aumento di tensioni e instabilità parla Abraham Kuol Nyuon, professore di scienze politiche all’Università di Juba, sentito da Radio Tamazuj. Nyuon avverte che tenere le elezioni senza risolvere le questioni fondamentali ed escludendo la fazione SPLM-IO di Machar potrebbe indebolire il processo, erodendo la fiducia pubblica e incoraggiando i suoi alleati armati a rifiutare di riconoscere i risultati del voto.