Sud Sudan: il petrolio sempre più affare privato delle élite
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Nuove evidenze della razzia dei proventi petroliferi. Un’economia ombra che alimenta il potere
Sud Sudan: il commercio di petrolio sempre più affare privato delle élite
Greggio venduto con anni di anticipo sull’estrazione, uno stesso carico ceduto a più acquirenti, pagamenti non transitati da canali istituzionali e soprattutto proventi che non raggiungono le casse del Tesoro. Il rapporto periodico degli esperti ONU torna a denunciare una situazione da tempo sotto gli occhi di tutti. E in continuo peggioramento
23 Luglio 2026
Articolo di Bruna Sironi, da Nairobi
Tempo di lettura 5 minuti
Il presidente sudsudanese Salva Kiir (Credit: MEE)

Nell’ultimo rapporto della commissione di esperti incaricata dall’ONU di presentare periodicamente la situazione del Sud Sudan al Consiglio di sicurezza, una parte è dedicata ad approfondire la gestione dei proventi del petrolio, che costituiscono la quasi totalità delle rimesse nel bilancio annuale del paese. Le stime variano dall’85% al 90%, secondo il costo del greggio sul mercato internazionale e l’andamento annuale della produzione.

I fatti sono raccolti in due parti del capitolo dedicato alla crisi economica. Nella prima, intitolata Disruption to oil revenues (Interruzione delle entrate petrolifere), si descrivono le cause per cui il flusso finanziario non è stato costante.

Gli esperti elencano il conflitto in Sudan che ha causato diversi problemi. E in particolare: danni ad uno degli oleodotti che portano il petrolio sudsudanese al terminal di Port Sudan, da dove viene commercializzato; combattimenti attorno ai campi petroliferi di Heglig, i più importanti del Sudan, dove si trova una delle infrastrutture indispensabili per la fluidificazione del greggio estratto anche in Sud Sudan, troppo denso, altrimenti, per scorrere nei tubi dell’oleodotto.

Tra i problemi evidenziati, particolare rilievo è dato però alla pratica di vendere in anticipo carichi di petrolio non ancora disponibile. E talvolta la vendita dello stesso carico a compratori diversi. “… Il governo ha promesso lo stesso cargo futuro di petrolio a più di un compratore”, si legge.

Nel rapporto si dice che, tra gennaio e settembre 2025, il governo di Juba ha venduto in questo modo almeno 600mila fusti di petrolio non ancora disponibili, del valore stimato di più di 731 milioni di dollari, in cambio di pagamenti a breve termine.

La pratica, unita alle interruzioni del flusso di greggio, principalmente per difficoltà legate al conflitto sudanese, come si è visto, ha provocato notevoli problemi e ritardi nelle consegne che sono sfociati in processi presso tribunali internazionali, sequestri di carichi, riprogrammazioni delle consegne stesse.

In conclusione, l’ingarbugliata situazione si è tradotta in una perdita di credibilità sul mercato internazionale. Ma anche in una complessiva mancanza di trasparenza oltre che in una difficoltà generalizzata nel calcolare l’effettivo valore del gettito petrolifero in un dato periodo.

Ma gli abusi più gravi sono descritti nella seconda parte del capitolo, intitolata Diversion of public resources (Distrazione di risorse pubbliche), in cui si dice come le rimesse del petrolio, già difficilmente quantificabili, non arrivino comunque alle casse dello stato. “South Sudan: oil diverted before the coffers, the budget looted before the ministries (Sud Sudan: petrolio dirottato prima delle casse, budget razziato prima dei ministeri) titola un articolo sul tema Afrik.com, autorevole sito d’informazione africano.

Nel documento per il Consiglio di sicurezza si leggono numerosi esempi di fiumi di denaro che non sono passati dai conti bancari governativi ufficiali o non sono stati spesi secondo le allocazioni della legge finanziaria approvata dal parlamento. I due modi in cui le risorse petrolifere sono state usate impropriamente, per usare un eufemismo, dall’élite del paese.

Secondo l’Accordo di pace del settembre 2018, tutti i proventi del petrolio avrebbero dovuto confluire in un unico conto bancario. Fino al maggio del 2025 il governo di Juba aveva indicato un conto in una banca degli Emirati Arabi Uniti, la First Abu Dhabi Bank.

Ma gli esperti hanno individuato numerosi casi in cui i pagamenti sono stati fatti direttamente, senza passare dal conto ufficiale. Per esempio, 30 milioni di dollari sono stati pagati direttamente ad una ditta a responsabilità limitata, con un unico titolare, registrata negli Emirati: la Al Wafra Najam Goods Wholesalers.

In altri casi a compagnie private sudsudanesi sono stati dati in pagamento cargo di greggio, come se fosse denaro contante, con l’invito a metterlo sul mercato a copertura dei loro crediti con l’amministrazione.

È il caso, ad esempio, della Galda, una ditta privata legata ad un generale di brigata dei servizi di intelligence, cui sono stati assegnati almeno due cargo a parziale pagamento di un contratto da 600 milioni di dollari assegnato senza gara d’appalto. Il contratto riguardava la fornitura di cibo all’esercito nei mesi a cavallo tra il 2025 e il 2026 che, in documenti ufficiali, veniva descritto come “dono dall’ufficio del presidente”.

Non si tratta di un caso isolato, tanto che il 4 marzo, Salvatore Garang Mabiordit, nominato pochi giorni prima ministro delle Finanze per la seconda volta, ha descritto la situazione al parlamento in questi termini: «Il budget sta in un unico cesto e qualche uomo forte lo prende, lo porta via interamente e lo spende».  E detto da lui, descritto da qualcuno a Juba come “l’organizzatore del mercato nero di valuta” e accusato di aver venduto in anticipo la produzione di petrolio fino al 2027, fa ancora più impressione.

Ma torniamo al saccheggio del budget statale. Ad esempio, nell’anno finanziario 2024/2025 erano riportate spese per 5,3 triliardi di sterline sudsudanesi (difficile stabilire il reale valore in dollari per l’iperinflazione e l’incidenza del mercato nero di valuta).

Due ministeri, quello delle Finanze e degli Affari Presidenziali, da soli, ne avevano speso poco meno della metà, cioè circa 2,47 trilioni. In particolare, quello degli Affari Presidenziali aveva speso oltre 60 volte la cifra assegnata nella legge di bilancio. Nello stesso anno finanziario il ministero della Salute aveva ricevuto solo il 40% del budget allocato mentre quello degli Affari Sociali e Umanitari un ben misero 9%.

Questo, in sintesi, si legge in un documento autorevole ed ufficiale come il rapporto del gruppo di esperti al Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Ma molto altro si potrebbe dire dell’appropriazione indebita dei proventi del petrolio. Nigrizia ne ha già parlato analizzando un altro rapporto, presentato dalla Commissione ONU per i diritti umani in Sud Sudan lo scorso novembre.

Non si può non notare come tutte le informazioni che emergono sulla gestione delle risorse del paese da parte del governo sudsudanese confermino la definizione di cleptocrazia, assegnata al regime fin dai primi anni dell’indipendenza da numerosi esperti dell’evoluzione del paese. E, a quanto sembra, la situazione si aggrava con il passar del tempo.  

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