Sud Sudan: la razzia dei proventi del petrolio - Nigrizia
Economia Politica e Società Sud Sudan
Ai vertici di un gigantesco sistema di appropriazione indebita l’ex vicepresidente Bol Mel e il facente funzione di ministro del Petrolio, il sottosegretario Lual Wol
Sud Sudan: la razzia dei proventi del petrolio
Secondo l’ultimo rapporto della Commissione ONU per i diritti umani nel paese la maggior parte dei ricavi petroliferi sono scomparsi in una rete inestricabile di intermediari, conti bancari esteri e “progetti speciali”, appaltati in modo ben poco trasparente a esponenti della leadership o a loro sodali. Una truffa che ha prosciugato le casse dello stato e della Banca Centrale
19 Novembre 2025
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 8 minuti

La scorsa settimana è stata molto difficile per il settore petrolifero sudsudanese. Sono emersi casi di corruzione gravissimi che hanno travolto personaggi che sembravano intoccabili, come l’ex vicepresidente Benjamin Bol Mel e il facente funzione di ministro del Petrolio, il sottosegretario Deng Lual Wol, secondo alcune fonti arrestato a pochissimi giorni dal ritorno al ministero, da cui era stato recentemente allontanato per un brevissimo periodo.

Infine, il 14 novembre, l’importante campo petrolifero sudanese di Heglig, è stato attaccato dalle Forze di supporto rapido (RSF) con droni che hanno distrutto alcune infrastrutture chiave per la prima lavorazione del greggio e il suo avvio nell’oleodotto che lo porta al terminal commerciale di Port Sudan.

Dall’impianto passa anche tutto il petrolio estratto dai campi petroliferi dello stato di Unity, tra i più produttivi del Sud Sudan. Il flusso ha dovuto essere interrotto, e non è la prima volta dall’inizio del conflitto sudanese. L’impianto è stato poi ripristinato ed è tornato in funzione nelle scorse ore, ma il danno, in termini economici, è stato notevole.

Non è il solo problema per il settore petrolifero sudsudanese, che da tempo è al centro di una lotta di potere che lo ha reso di fatto incontrollabile. La crisi ha facilitato una vera e propria razzia dei suoi introiti che costituiscono la più importante voce del bilancio nazionale: circa l’85% del totale. Con gravi conseguenze dirette sulla gestione delle istituzioni governative e sull’erogazione dei servizi ai cittadini, che, secondo dati della Banca Mondiale, per oltre il 90% vivono sotto la soglia di povertà.

Secondo un rapporto diffuso in settembre dalla Commissione per i diritti umani dell’ONU in Sud Sudan, dal momento dell’indipendenza, nel 2011, ad oggi, i proventi del petrolio sarebbero stati pari a circa 23 miliardi di dollari, ma solo il 36% sarebbe entrato a far parte del bilancio dello stato.

Il resto sarebbe scomparso in una rete inestricabile di intermediari, di conti bancari esteri e di “progetti speciali” appaltati in modo ben poco trasparente a esponenti della leadership o a loro sodali. Si noti che il 36% è una percentuale media dei 15 anni considerati. Negli anni più recenti il livello dell’appropriazione indebita sarebbe cresciuto di molto.

Negli ultimi mesi i vertici del ministero per le risorse petrolifere hanno subito numerosi e improvvisi rimpasti, di cui non sono state rese note le ragioni. Gli ultimi tre nell’arco di una decina di giorni. Al centro del mulinello il sottosegretario Deng Lual Wol. Da marzo, quando il ministro Puot Kang Chuol è stato arrestato, Wol ne ha fatto le veci, ricoprendo di fatto il posto di maggior potere nell’istituzione.

Val la pena ricordare che Puot Kang Chuol è un esponente del SPLM-IO, maggior forza di opposizione nel governo di transizione attualmente in carica a Juba. Nella divisione dei poteri prevista dall’accordo di pace del 2018, il ministero del Petrolio era assegnato, infatti, all’opposizione.

Puot Kang Chuol è stato arrestato insieme a Rieck Machar – primo vicepresidente, leader dell’SPLM-IO e firmatario dell’accordo di pace – e ad altri esponenti di peso del movimento. Tutti sono ora sotto processo. Una mossa vista da molti osservatori come dovuta a motivi prettamente politici.

Lo stato del ministero e del suo operato sono sotto scrutinio da tempo. Sono stati analizzati, tra gli altri, da un centro di ricerca svedese, African Security Analysis (ASA), in un articolo pubblicato sul suo sito in ottobre, “South Sudan: Inside the Oil Ministry’s Shadow Economy (Sud Sudan: dentro l’economia ombra del ministero del Petrolio). Vi si dice che il ministero, una istituzione chiave per il paese, è stato gestito come uno stato nello stato.

L’affermazione è fondata su fatti emblematici: avrebbe pubblicato l’ultimo rapporto annuale nell’ormai lontano maggio del 2021; non risponderebbe né al ministero delle Finanze – che da anni non riceve dati sulla produzione, sui prezzi, sugli introiti, sulla destinazione del greggio, ecc… – né alla Banca Centrale, da cui non passano i fondi originati dalla sua commercializzazione.

Non ricevendo valuta dall’estero, di cui il petrolio è praticamente l’unica fonte, il paese è perennemente in crisi monetaria, cosa che ha provocato, tra l’altro, la svalutazione drammatica della moneta locale, la sterlina sudsudanese.

Di Deng Lual Wol si dice che era considerato “lo zar del petrolio” sudsudanese, al centro della rete opaca che gestisce il ministero e le sue risorse. Avrebbe operato in stretto coordinamento con Benjamin Bol Mel, ex potente vicesegretario recentemente sollevato da tutti gli incarichi e arrestato. Bol era responsabile del cluster dei ministeri economici, in definitiva responsabile della politica economica del paese.

Secondo tutte le evidenze emerse negli ultimi tempi, avrebbe usato il suo potere – di consigliere economico del presidente prima e di viceministro poi – in modo a dir poco spregiudicato. Per quanto riguarda il petrolio, il rapporto della Commissione per i diritti umani dell’ONU già citato, lo reputa responsabile di un’enorme truffa orchestrata a partire dal progetto “Oil for Road” per cui i proventi del petrolio avrebbero dovuto essere usati per costruire strade.

Il rapporto lo descrive come un “off budget diversion scheme” cioè un modo studiato appositamente per dirottare le risorse del paese al di fuori del bilancio statale. Dal 2020 gli appalti sarebbero stati assegnati a compagnie di proprietà di Bol, o in vari modi a lui associabili.  

Il rapporto illustra diversi indicatori dell’uso truffaldino dei fondi stanziati per il progetto: la notevole, e sospetta, sopravvalutazione degli appalti; il costo a chilometro doppio rispetto alla media nella regione; l’esiguità del lavoro svolto (105,6 chilometri su 2.333,5 previsti).

Per di più i fondi per il progetto hanno sempre avuto la priorità su tutte le altre spese previste dal bilancio del paese, anche in caso di problemi finanziari imprevisti, e hanno costituito dal 30% al 40% delle entrate per il petrolio, il 100% addirittura per un breve periodo. Intanto chi lavorava al progetto, i funzionari governativi, gli insegnanti, gli operatori sanitari, i militari e le forze di sicurezza, restavano senza salario per mesi interi.

La gigantesca appropriazione indebita degli introiti del petrolio sarebbe stata resa possibile anche da una “ristrutturazione” della sua rete di commercializzazione.

In ottobre un articolo di Afrik.com, quotidiano indipendente online fondato nel 2000, ha scavato sulle compagnie petrolifere che hanno commercializzato il petrolio sudsudanese. Ha trovato “una rete opaca” di ditte e commercianti tra cui è difficile districarsi. Particolarmente sospetta una compagnia poco conosciuta nel settore, dice l’articolo, la EuroAmerica Energy, gestita da tal Idris Taha, sudanese, che “improvvisamente ha preso il controllo dell’esportazione di gran parte del greggio sudsudanese”, soppiantando importanti compagnie internazionali che se ne occupavano in precedenza.

Secondo l’articolo citato, la EuroAmerica Energy non sarebbe altro che un intermediario della BGN, il gigante turco per la commercializzazione di fonti energetiche, usato per coprire il fatto che i proventi delle vendite non affluivano nelle casse del governo sudsudanese.

Il sistema avrebbe funzionato nel modo seguente: “la BGN compra il greggio attraverso EuroAmerica che deposita i fondi in conti privati a Dubai o in Svizzera, bypassando completamente il sistema bancario sudsudanese. La BGN può così presentare alle sue banche fatture di EuroAmerica, una compagnia apparentemente legittima, senza rivelare che i pagamenti non raggiungono mai le casse statali”.

Benjamin Bol Mel sarebbe a capo di questo sistema. Già in agosto un’interpellanza parlamentare lo accusava “di aver usurpato i poteri di istituzioni nazionali” e di aver favorito EuroAmerica Energy. Il documento prosegue dicendo: “Questa situazione è responsabile per la scarsità di valuta alla Banca Centrale, dal momento che le rimesse del petrolio non la raggiungono più”.

Ma il sistema sembra ormai crollato, travolto anche da scandali denunciati nelle ultime settimane, basati su informazioni filtrate dal ministero stesso, pare all’inizio di novembre, quando Deng Lual Wol venne sostituito per un brevissimo periodo ai vertici dell’istituzione da Chol Thon Abel.

Un primo episodio riguarda l’ammanco di 700 milioni di dollari, la differenza tra l’introito per la vendita di 29 carichi da 600mila barili di petrolio, messi sul mercato tra luglio 2024 e ottobre 2025, e quanto incassato dalla Banca Centrale.

L’ultimo, ancor più clamoroso, riguarda due lettere in cui si chiedevano complessivamente 2,5 miliardi di dollari come anticipo sul petrolio da vendere nell’arco di 54 mesi. Le missive, entrambe firmate da Deng Lual Wol, non sarebbero mai passate per la trafila burocratica prevista per l’approvazione di questo genere di affari, suscitando ovvi sospetti riguardo alla destinazione dei fondi.

Nei prossimi giorni si vedrà se questo shock ai vertici del potere sudsudanese produrrà cambiamenti effettivi ed efficaci o se cambieranno solo i nomi dei beneficiari della razzia delle risorse del paese. Razzia in cui lo stesso presidente Salva Kiir e la sua famiglia non sono estranei.

Il documento della Commissione dei diritti umani dell’ONU, citato sopra, osserva che riforme chiave nel settore finanziario e della sicurezza, previste nell’accordo di pace del 2018, non sono state attuate, e non a caso. “Questa inerzia – si legge – è una strategia calcolata per permettere il saccheggio e la cattiva gestione del governo, progettata per arricchire gli interessi di piccole élite e consolidare il potere attraverso l’appropriazione indebita delle risorse del paese”.

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