Sud Sudan

I ribelli sud sudanesi sabato hanno annunciato di aver preso il controllo di importanti infrastrutture petrolifere nel nord del paese, precisamente nello stato di Unity e che ora stanno cercando di occupare quelli del vicino stato dell’Upper Nile. Il loro obiettivo sembra essere quello di fermare la produzione. I ribelli accusano il presidente Salva Kiir di beneficiare dei proventi del petrolio per finanziare l’acquisto di armi.

“Abbiamo preso il controllo di uno dei più grandi giacimenti di petrolio nello stato di Unity – sostiene il portavoce dei ribelli, James Gatdt Dak -. Forze armate governative hanno attaccato le nostre posizioni e noi abbiamo risposto. Alla fine dei combattimenti, siamo riusciti a imporci.” Informazioni da verificare e da prendere con cautela dato che sono diverse settimane che il governo e ribelli si contendono il controllo delle zone petrolifere sia sul terreno militare che attraverso i media dove regolarmente arrivano rivendicazioni sul controllo delle zone da entrambe le parti.

 In ogni caso, i ribelli fedeli all’ex vicepresidente Riek Machar affermano tramite il loro portavoce che stanno “mobilitando le forze per prendere il controllo di un altro importante giacimento di petrolio, quello di Paloich e anche quello di Adar perché ci rendiamo conto che il governo usa i proventi del petrolio per finanziare la guerra – giustifica James Gatdt Dak – Così abbiamo deciso di prendere il controllo di tutti i giacimenti petroliferi del paese.”

La guerra civile scoppiata nel 2013 tra le forze fedeli al presidente Salva Kiir e Riek Machar sta provocando immense conseguenze umanitarie per le popolazioni civili.

Decine di migliaia di persone sono fuggite dalle loro case nel mese passato a causa dei combattimenti, e circa 650.000 civili sono senza accesso agli aiuti.

Entrambe le parti in conflitto sono state inoltre accusate di uccisioni e stupiri sulla popolazione civile. La missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan (Unmiss) ha dichiarato che più di 2 milioni di persone sono sfollate dal dicembre del 2013, con più di 500.000 in fuga dal paese. (Rfi)