Il conflitto
Difficile vedere una via d'uscita nel conflitto sudsudanese che va avanti ormai da tre anni. Gli accordi di pace non vengono rispettati. Violazioni del cessate il fuoco, scontri che si estendono, diritti umani sistematicamente violati ed economia al collasso. Il paese è sull'orlo del baratro?

Non si vedono, per ora, spiragli che facciano pensare ad una risoluzione della crisi sud sudanese.  L’unica notizia davvero positiva degli ultimi giorni riguarda la diminuzione dei soldati ricoverati all’ospedale di Juba: meno di 700 nelle ultime settimane, rispetto ad una media di più di 1.000 dall’inizio del conflitto. Segno che i combattimenti sono in diminuzione, anche se le violazioni del cessate il fuoco, punto fondante dell’accordo di pace firmato lo scorso mese di agosto, sono sempre numerose.
In una recente conferenza stampa tenutasi a Juba il Ceasefire and Transitional Monitoring Mechanism (Ctsamm), una delle istituzioni delegate dalla comunità internazionale a seguirne e sostenerne la realizzazione, ha denunciato che da fine dicembre all’inizio di marzo la tregua è stata sicuramente violata 5 volte; per altre 3 invece non si sono raccolte prove sufficienti. Insomma, 8 violazioni in poco più di due mesi, una a settimana.

Espansione del fronte. Stallo politico
Ma il dato più preoccupante è l’estendersi del conflitto al di fuori della regione del grande Upper Nile (stati di Upper Nile, Jingley e Unity) dove si era concentrato fino allo scorso agosto. Poi scontri sempre più frequenti e sanguinosi si sono avuti nel Bahr El Gazal, fin nelle aree periferiche di Wau, capitale del Bahr El Gazal Occidentale, e negli stati dell’Equatoria, in particolare in quello dell’Equatoria Occidentale, soprattutto dopo il sollevamento dall’incarico e l’arresto del governatore eletto, Joseph Bangasi Bakosoro, da allora detenuto senza accuse precise.
La situazione è poi in stallo sul piano politico. Lo stesso Ctsamm ha dichiarato che la smilitarizzazione di Juba non è ancora cominciata. Il governo non ha mai fornito i dati relativi alla presenza di militari nella capitale e dunque non si può sapere quanti ne siano rimasti dopo i movimenti di truppe delle ultime settimane. L’accordo di agosto dice infatti con precisione quanti soldati dalle due parti possono essere presenti in città.
Solo dopo la smilitarizzazione della capitale l’opposizione sarà disponibile a tornare, in sicurezza seppur relativa, e sarà quindi possibile formare il governo provvisorio previsto dagli accordi di pace, primo passo verso la chiusura della crisi.

Nuovi stati, nuove violenze
Conflitti e crisi locali sono anche stati suscitati dall’entrata in vigore del nuovo ordinamento amministrativo, sulla base di 28 stati, invece che i 10 previsti dalla costituzione e sui quali si basa la divisione del potere tra governo ed opposizione nell’accordo di agosto. A una disputa sulla delimitazione dei nuovi stati nell’Upper Nile è da ricondurre lo scontro tra diversi gruppi etnici all’interno del campo per la protezione dei civili di Malakal, sotto la protezione della missione di pace (Unmiss) che ha favorito l’intervento dell’esercito governativo a supporto di uno dei contendenti. Nel gravissimo episodio ci sono stati circa 25 morti e 120 feriti, mentre diversi settori del campo con tutti i servizi sono stati rasi al suolo e incendiati.
Nello stesso periodo, la metà dello scorso febbraio, ci sono stati gravissimi incidenti anche a Pibor (5 morti e 35 feriti, cittadina razziata e devastata) perché la fazione che controlla il territorio non ha gradito la nomina del nuovo governatore.
Ci sono inoltre tensioni in molte parti del paese per le delimitazioni dei confini dei nuovi stati. Insomma il provvedimento, fortemente voluto soprattutto dal consiglio degli anziani dinka del clan e della zona di provenienza del presidente, si è rivelato conflittuale anche alla base, sul territorio, oltre che a livello politico. È stato infatti subito contestato dall’opposizione, sia politica che armata, ed è stato stigmatizzato dalla comunità internazionale perché non in linea con il rispetto degli accordi di agosto. Ultima dichiarazione in proposito quella del consiglio di sicurezza dell’Onu, che intima al governo sud sudanese di bloccare l’implementazione del provvedimento, ottemperando ad una analoga richiesta dell’Igad (l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo), l’organizzazione che ha facilitato le trattative per trovare una soluzione alla crisi. Ma pochi credono che basterà a fermare le nomine di governatori ministri e parlamentari dei nuovi stati.

Senza diritti e senza futuro
Si susseguono intanto rapporti di organizzazioni diverse sulle tremende violazioni dei diritti umani perpetrate durante il conflitto e che l’accordo di agosto non ha fermato. Gli ultimi, di vari settori dell’Onu, di Amnesty e di Human Rights Watch, mettono in luce episodi agghiaccianti, come la morte per soffocamento di una sessantina di civili rinchiusi in un container dall’esercito governativo a Leer, o il via libera allo stupro come paga per i soldati, per i cui salari non ci sono più fondi.
Il paese, infatti, è al collasso. La sua economia, basata sui proventi del petrolio e sull’importazione anche dei beni essenziali non ha più entrate in valuta per acquistare all’estero. Dunque tutto è scarsissimo sul mercato e così costoso da non essere alla portata della maggior parte della gente. 
La produzione di petrolio è molto diminuita a causa del conflitto; per di più il prezzo del greggio è crollato e dunque non c’è speranza di un riaggiustamento, neanche in futuro. Senza parlare della devastante corruzione per cui i fondi del paese finiscono nelle tasche della leadership. Ultimo episodio: il processo di funzionari di alto livello dell’ufficio di presidenza accusati di malversazione per cifre molto ingenti. Durante le audizioni è emerso addirittura che non c’erano adeguate forme di controllo per l’uso delle risorse finanziarie dell’ufficio e dunque ogni abuso poteva essere realizzato senza doversi neanche inventare modi per eludere le procedure.
In aumento esponenziale invece la povertà, anche per provvedimenti monetari diciamo non ben calibrati alla situazione del paese. Alla fine di dicembre, la moneta locale, la sterlina sud sudanese (Ssp), è stata pesantemente svalutata per adeguarne il valore al prezzo di mercato. Ora fluttua sul dollaro, con il risultato che nei giorni scorsi si cambiava a 40 Ssp sul dollaro e forse ora è già aumentato. Chi può accedere ai dollari, cioè solo la leadership, vive alla grande, mentre il resto della popolazione, che ha lo stipendio in Ssp agli stessi valori di prima della svalutazione, non può più comprare neppure la farina e i fagioli che sono alla base dell’alimentazione.

Insomma, il Sud Sudan è oggi un paese sull’orlo del collasso, cui la comunità internazionale ha fatto sapere di aver perso la pazienza, come ha dichiarato nell’ultimo incontro Festus G. Mogae, presidente della Joint Monitoring and Evaluation Commission (Jmec), delegata a sostenere il processo di pace sottoscritto in agosto.  Ma basterà?