Conflitto sud sudanese
In Etiopia si cerca di trovare una soluzione al conflitto sud sudanese che va avanti ormai da dieci mesi. Passi avanti sul tema della nuova figura di primo ministro, mentre sul governo provvisorio si comincia solo ora a discutere. Intanto i combattimenti continuano a travagliare il paese. Forse manca la volontà.

Sono ancora in stallo i negoziati di pace, coordinati dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad) in Etiopia, volti a trovare una soluzione al conflitto sud sudanese, scoppiato il 15 dicembre scorso tra il partito Sudan People’s Liberation Movement (Splm) guidato dal presidente Salva Kiir, ora comunemente chiamato Splm-Juba faction, e la parte rimasta fedele all’ex vice presidente, Rieck Machar, ora chiamato Splm-In Opposition.

L’ultimo round, terminato il 5 ottobre scorso, avrebbe fatto registrare importanti passi avanti sul controverso tema della nuova figura da introdurre nell’ordinamento istituzionale sud sudanese, quella del primo ministro, carica da assegnare all’opposizione di Machar. Poi i negoziati sono stati aggiornati a oggi, per permettere consultazioni su altri temi, come, ad esempio, la struttura del governo provvisorio. Ieri però è risultato chiaro che l’incontro era stato rimandato senza una data di convocazione precisa e comunque non prima del 20 di ottobre. Nel frattempo è scaduto anche il secondo termine, di 45 giorni, indicato dai negoziatori alla fine di agosto, per mettere fine alla crisi che travaglia il paese con la formazione del governo provvisorio di cui, invece, si comincia solo ora a discutere.

Mentre il tavolo delle trattative ufficiali è fermo, ad Arusha, in Tanzania, su invito del locale partito di governo, si sta svolgendo un’iniziativa di dialogo tra le tre fazioni in cui l’Splm si è spaccato. Oltre alle due nominate prima, si è organizzato anche l’Splm-leaders, cui aderiscono i leader politici imprigionati con l’accusa di aver tentato un colpo di stato, successivamente liberati per le pressioni della comunità internazionale e ora in esilio. Il dialogo avrebbe l’obiettivo di facilitare le trattative attorno alla tavola dell’Igad.

Sul terreno la situazione è sempre tesa. Sporadici combattimenti non si sono mai interrotti, ma nei giorni scorsi azioni belliche più significative sarebbero state registrate in alcune località dell’Upper Nile, mentre la situazione è sempre imprevedibile attorno a Bentiu e questo fa temere che ci sia l’intenzione di riprendere i combattimenti su larga scala alla fine della stagione delle piogge.

Molti, nella comunità internazionale, tra gli altri l’inviato speciale americano, hanno osservato che i due contendenti non stanno dimostrando un impegno effettivo per arrivare a una soluzione negoziata.
La mancanza di un’effettiva volontà di porre fine alla crisi sarebbe testimoniata, a parere di molti osservatori, anche dall’inerzia governativa nell’accertare le responsabilità dei massacri avvenuti durante gli ormai 10 mesi del conflitto, a partire dai fatti di Juba, nei primi giorni del conflitto, in cui centinaia, se non migliaia, di Nuer sono stati uccisi a sangue freddo, innescando la crisi che ha travolto il paese. Nessuna inchiesta ufficiale è stata mai iniziata neppure dopo l’assalto della base della missione di pace a Bor, alla metà dello scorso mese di aprile, dove giovani Dinka e militari dell’esercito governativo erano chiaramente implicati. Così come la parte di Machar non sta chiarendo i fatti del massacro di centinaia di persone a Bentiu, avvenuto sempre lo scorso aprile, quando, per pochi giorni, la città fu riconquistata dall’opposizione armata. 

Nella foto sopra un militare dell’esercito sud sudanese in viaggio da Juba (Fonte James Akena/Reuters)