EDITORIALE – APRILE 2018

Il paese è sprofondato in una guerra intestina che si protrae da oltre quattro anni e dalla quale difficilmente potrà uscire senza l’intervento della comunità internazionale, dell’Onu in particolare. Il 15 marzo, il Consiglio di sicurezza ha adottato una risoluzione che rinnova di un anno la missione di pace nel paese, che conta 17mila caschi blu. E minaccia anche di imporre un embargo sulle armi “qualora fosse necessario”. Qualora fosse necessario! Ma quale situazione al mondo, se non il Sud Sudan, avrebbe maggior bisogno di un silenzio unilaterale delle armi?

La realtà è che non si intravedono per ora segnali della fine del conflitto. Falliti sono gli accordi di pace siglati dal governo di Salva Kiir Mayardit e dalle forze di opposizione di Riek Machar ad Addis Abeba nell’agosto 2015, e fallito è il tentativo di rivitalizzarli con il cessate il fuoco, firmato il 22 dicembre 2017 dalle due controparti, e mai realizzato.

Intanto nuovi gruppi armati nati da scissioni e defezioni dal fronte dell’opposizione e dall’esercito regolare si combattono tra loro per il controllo delle risorse del territorio, del bestiame e dei terreni agricoli.

Chi è oggi al potere non ha interesse alla pace. La guerra civile, infatti, ha favorito l’accentramento dell’uso delle risorse, del petrolio soprattutto, nelle mani della leadership che le ha usate per finanziare il conflitto e contemporaneamente per l’arricchimento personale e delle proprie famiglie. Non a caso il governo di Juba è accusato di cleptocrazia.

Anche per i vescovi cattolici del Sud Sudan tanto il governo che le opposizioni hanno perso credibilità, incapaci di mettere da parte i propri interessi per trovare un accordo per il bene del popolo sudsudanese.

Come sempre in casi simili, è la popolazione a pagare il prezzo più alto e a subire atrocità di ogni genere, come denuncia il recente rapporto della Commissione per i diritti umani dell’Onu sul Sud Sudan, che accusa di crimini di guerra i comandanti di tutte le parti.

Per evitare che si arrivi alla totale distruzione del paese e a una ulteriore destabilizzazione dell’area, la comunità internazionale, sotto l’egida dell’Onu, dovrebbe innanzitutto imporre l’embargo delle armi e assegnare la responsabilità del paese a un gruppo di garanti. Una misura di estrema ratio che dovrebbe comunque rappresentare un periodo transitorio, così da permettere alla comunità internazionale di investire seriamente nella formazione di una nuova leadership.

Sarebbe, certo, un intervento paternalistico ma divenuto inevitabile in un contesto in cui i capi guerriglieri (che per decenni hanno combattuto contro Khartoum) si sono rivelati incapaci di deporre le armi, di superare i confini etnici e operare per il bene della nazione.

Guerra
Il conflitto interno, iniziato il 15 dicembre 2013, ha causato la morte di decine di migliaia di persone, costretto quattro milioni di sudsudanesi a fuggire dalle loro case e ridotto alla fame la metà dei 12 milioni di suoi abitanti.

Rapporto
La Commissione per i diritti umani dell’Onu sul Sud Sudan denuncia il reclutamento forzato di bambini, costretti a uccidere civili. E poi massacri e saccheggi, distruzione di case, ospedali e scuole, azioni di pulizia etnica, stupri, castrazioni, villaggi bruciati.