Crisi sud sudanese
Mentre il conflitto sud sudanese dura ormai da un anno, l'Unione Europea ha deciso di imporre l'embargo sulle armi per esercitare una maggiore pressione. Una misura che non era mai stata presa finora. Anche la Chiesa locale ha fatto sentire la sua voce. Le reazioni da Juba non si sono fatte attendere.

Molte sono state le commemorazioni e le prese di posizione sulla crisi sud sudanese in occasione del primo anniversario della scoppio della guerra civile. Due sono state particolarmente significative.

L’Unione Europea ha fatto un passo decisamente importante, imponendo l’embargo delle armi. Il Consiglio per gli affari esteri il 15 dicembre ha infatti diffuso un comunicato in cui si dice molto preoccupato per il fallimento di tutti gli sforzi messi in atto per trovare una soluzione politica alla crisi, a causa del boicottaggio delle due parti in conflitto che non si sono mai attenute alle decisioni concordate e firmate. Il comunicato conclude annunciando l’embargo sul commercio di armi verso il paese. Successivamente ha sollecitato anche le altre istituzioni internazionali e regionali a fare lo stesso. Stefano de Leo, capo della delegazione europea a Juba, ha dichiarato che la misura si è resa necessaria per esercitare una maggiore pressione perché le risorse del paese vengano dirette verso lo sviluppo, piuttosto che nell’accumulo di armi, che non fanno che far prevedere maggiore violenza di quella già esercitata dalle due parti in conflitto. Ha inoltre osservato che quella sud sudanese è attualmente una delle peggiori crisi umanitarie nel mondo, preannunciando anche misure restrittive dei movimenti personali e finanziari per gli individui ritenuti responsabili delle maggiori violenze.

L’embargo nel commercio di armi è stato richiesto più volte nel corso dell’anno da organizzazioni della società civile locale e internazionale. Finora la misura non era mai stata presa in considerazione, e una sua presentazione al consiglio di sicurezza dell’Onu vedrebbe con ogni probabilità il veto della Cina, il maggior venditore di armi al paese. Ha fatto molto discutere una sua fornitura del valore di molti milioni di dollari arrivata a Juba in luglio, nel pieno della guerra civile.

Il governo sud sudanese ha reagito duramente alla misura europea, osservando che potrebbe avere un esito complessivamente negativo per il proseguimento delle trattative di pace. Non ha gradito, infatti, di essere stato messo sullo stesso piano dell’opposizione armata.

Certamente poco gradita al governo è stata anche la commemorazione della chiesa cattolica, guidata dall’arcivescovo di Juba, monsignor Paolino Lukudo, comboniano. Durante la messa seguita ad una processione di persone che ha attraversato la città, dal quartiere centrale di Malakia fino alla cattedrale, ha ricordato ai governanti che il potere non è per sempre, che è un periodo di servizio alla comunità destinato a finire. Ha anche sollecitato i sud sudanesi ad accettare il fatto di avere problemi a causa delle divisioni etniche e a perdonare le violenze che da questo sono derivate, per essere in grado di affrontare la complessa situazione in modo pacifico, onesto e positivo, per il bene e il futuro del paese. La celebrazione è stata disturbata da personale dei servizi di sicurezza che hanno fatto irruzione nella cattedrale cercando gli organizzatori della marcia, che avevano tentato in tutti i modi di prevenire.

Nella foto sopra Stefano de Leo, capo della delegazione europea a Juba.