Il Sud Sudan ha il suo primo sito patrimonio dell’umanità. Lo ha comunicato alla stampa, convocata all’aeroporto internazionale del paese, Sarah Nyanath Elijah Yong, ministra della Cultura, del Patrimonio culturale e dei Musei del governo di Juba.
Era di ritorno da Busan, Sud Corea, dove alla fine di luglio si è svolta la 48° sessione del comitato UNESCO che ha deciso di inserire nella lista dei siti da proteggere il corridoio migratorio sudsudanese Boma-Badingilo, finora ben poco conosciuto anche dagli appassionati di conservazione della natura e della vita selvatica.
Si tratta di due parchi nazionali tra cui si svolge stagionalmente una delle più spettacolari migrazioni di fauna selvatica del continente africano, la Great Nile Migration (grande migrazione del Nilo).
Entrambi sono situati nel sud-est del paese: il parco di Boma si estende fino alle vicinanze del confine con l’Etiopia mentre quello di Badingilo si allunga quasi a raggiungere la capitale, Juba.
Si tratta di un territorio che misura globalmente circa 122mila chilometri quadrati (la superficie totale dell’Italia è di poco più di 302mila). Comprende zone di pascolo stagionalmente alluvionate, parte del Sudd, la zona paludosa più vasta del mondo formata dal lentissimo fluire verso nord del Nilo Bianco, e le savane sudanesi orientali.
Oltre a quello dei due parchi deve essere protetto anche il territorio che li unisce, interessato dalla migrazione.
Sei milioni di erbivori in movimento
Secondo stime avanzate in base a monitoraggi aerei effettuati da African Parks – la chiacchierata e ben sovvenzionata organizzazione internazionale che gestisce i due parchi e una ventina di altri siti di conservazione naturalistica in Africa -, tra le due aree protette si muoverebbero stagionalmente almeno sei milioni di animali, in maggioranza antilopi e gazzelle di diverse specie.
La più famosa migrazione africana, quella che avviene due volte all’anno tra il Masai Mara, in Kenya, e il Serengeti, in Tanzania, conta circa un milione e mezzo di mammiferi, in maggiotanza gnu.
La ministra ha ringraziato i numerosi partner che hanno contribuito alla preparazione del dossier presentato alla commissione UNESCO – tra cui Africans Parks ed esperti della stessa UNESCO – e hanno sostenuto la candidatura del corridoio migratorio sudsudanese – tra i più convinti Giappone, Francia ed Egitto -.
Ha sottolineato l’importanza culturale ma anche economica del riconoscimento e le nuove responsabilità del governo nella protezione di un patrimonio faunistico così importante che potrebbe portare allo sviluppo del turismo e alla creazione di molti nuovi posti di lavoro.
Un delicato ecosistema
Tra i pericoli incombenti, ha ricordato il bracconaggio, gli insediamenti non autorizzati e la distruzione delle foreste, anche per il traffico illegale di legname pregiato.
African Parks sta lavorando anche al monitoraggio del numero dei leoni sul territorio sudsudanese. Secondo Majak Mangar Majak, sudsudanese, uno degli statistici che raccoglie e analizza dati sulla fauna selvatica per conto dell’organizzazione, il frequente avvistamento dei grandi felini sul corridoio migratorio Boma-Badingilo fa pensare ad una loro presenza ancora numerosa.
La loro protezione, in collaborazione con il servizio sudsudanese per la fauna selvatica (South Sudan Wildlife Service) e con reti di associazioni internazionali interessate (quali il Wildlife Conservation Network’s Lion Recovery Fund) contribuisce a salvaguardare una specie che ha subito una drammatica diminuzione in tutto il continente.
Secondo stime di Global Conservation, ne sarebbero rimasti dai 20 ai 23mila. 100 anni fa erano almeno 200mila, secondo un post su Facebook pubblicato dall’ONU in occasione della giornata internazionale del leone che cade il 10 agosto di ogni anno.
Coinvolgere le comunità
Majak Mangar si preoccupa anche della protezione delle comunità dai danni che i grandi prepatori possono arrecare al bestiame e talvolta, anche agli esseri umani. A suo parere, proteggere il corridoio migratorio, ricco di milioni di potenziale prede, ha dunque anche il senso di proteggere i leoni e altri grandi felini che non avrebbero bisogno di cercare altro per vivere e moltiplicarsi.
Si conserverebbe così l’equilibrio dell’ecosistema, con evidenti vantaggi per il territorio e per le comunità stesse.
Sulla protezione e sulla conservazione ambientale nel paese si è espresso anche lo svedese Pelle Enarsson, attuale ambasciatore dell’Unione Europea in Sud Sudan. Ne ha parlato al quarto incontro dei Friends of Conservation (Amici della conservazione), organizzazione internazionale che lavora in Africa orientale con le popolazioni locali con lo scopo di sostenere “modi di vivere tradizionali, sostenibili, in armonia con la fauna selvatica e gli ecosistemi”.
Enarsson ha sottolineato in particolare l’importanza del coinvolgimento delle comunità nella protezione dell’ambiente e di una migliore legislazione per la governance del territorio e delle risorse naturali.
“La conservazione deve essere ancorata nella legislazione, allineata con le priorità di sviluppo del paese. Deve essere perseguita attraverso l’impegno comunitario e con metodi centrati sulla popolazione, basati sui diritti e volti ad evitare conflitti”.
Affermazioni importanti, fatte dal rappresentante di uno dei donatori più generosi per quanto riguarda la protezione ambientale.
Affermazioni che sembrano raccogliere le raccomandazioni di organizzazioni che difendono i diritti dei popoli nativi e delle comunità locali, come Survival International, che si battono contro un modello di conservazione neocoloniale – definita come “conservazione fortezza” – che invece tende ad escluderle, espropriandole della loro terra usando anche metodi paramilitari.