Dopo un processo durato mesi, ieri un tribunale militare sudsudanese ha condannato al carcere 10 soldati dell’esercito governativo per l’assassinio di un giornalista locale, di etnia neur, e lo stupro di diverse operatrici umanitarie, 5 straniere.  Le pene comminate vanno da 7 anni di carcere all’ergastolo. I soldati sotto processo erano 12: uno è stato prosciolto, mentre il comandante del gruppo sarebbe morto in circostanze non chiare – ufficialmente per morte naturale – durante la detenzione.

I fatti indagati sono avvenuti l’11 luglio 2016, alla fine dei combattimenti tra l’esercito governativo e quello dell’opposizione a Juba, quando un gruppo di soldati governativi assaltarono il resort Terrain, dove alloggiava il personale di diverse organizzazioni umanitarie internazionali.

Si tratta del primo processo per fatti avvenuti durante la guerra civile, iniziata nel dicembre del 2013 e ufficialmente terminata pochi giorni fa, con la firma a Khartoum di un accordo tra le parti combattenti. Non si può non pensare che sia stata la presenza di vittime e testimoni stranieri e la conseguente pressione internazionale a “costringere” il governo sudsudanese a istituire il processo.  I lunghi anni del conflitto sono stati infatti caratterizzati da numerosi episodi efferati per cui nessuno è stato per ora giudicato. Il tribunale ibrido, formato da giudici sudsudanesi e internazionali, che avrebbe dovuto essere costituito dopo l’accordo di pace firmato ad Addis Abeba nell’agosto del 2015, non è mai stato nominato e l’impunità è stata per ora garantita a tutti i colpevoli.