Sudafrica / Proteste / Povertà

Ieri in Sudafrica sono stati diffusi i dati raccolti dall’organizzazione di ricerca e di intelligence locale MUNICIPAL iQ sulle proteste scoppiate in Sudafrica nel 2018. Le cosiddette “proteste di erogazione di servizi” hanno raggiunto quota 198, calcolate su un periodo che va dall’inizio dell’anno corrente a fine settembre, segnando quindi un nuovo record e sorpassando le 191 rivolte stimate nel 2014, quando al vertice dello Stato c’era Jacob Zuma.

Le cause delle proteste sono in sostanza la povertà e la mancanza di servizi adeguati, dagli alloggi, all’acqua, alle strade asfaltate, e interessano in gran parte la popolazione nera, sottolineando che decenni dopo l’abolizione dell’apartheid i gruppi più svantaggiati rimangono gli stessi.

Tensioni si sono verificate in tutto il paese, a prescindere dal partito di governo o di opposizione che amministra la provincia coinvolta. Ad esempio il numero più alto di proteste – circa il 20% – è stato registrato nella provincia di Eastern Cape, roccaforte dell’African National Congress (ANC) fin dall’eliminazione dell’apartheid, mentre nella provincia settentrionale di Gauteng, che comprende le città di Pretoria e di Johannesbourg e con una presenza dominante del partito di opposizione Alliance Party, è stato stimato un tasso di rimostranza pari al 17%.

La comunicazione di questi dati arriva dopo un altro annuncio importante: due giorni fa il direttore generale del dipartimento del Tesoro Nazionale sudafricano ha dichiarato, in sede di commissione parlamentare a Cape Town, che il paese sta avendo difficoltà a finanziare i servizi pubblici perché le entrate sono in calo e l’economia del Sudafrica è nuovamente in recessione.

Quello che ci si aspetta è che il nuovo piano politico ed economico impostato dal governo Ramaphosa possa risollevare la drammatica situazione. (Reuters/ Punch)