Sudafrica: è tempo di agire contro i femminicidi - Nigrizia
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Il presidente Ramaphosa ha promesso azioni concrete dopo il ritrovamento dei corpi di 12 donne uccise vicino Johannesburg
Sudafrica: è tempo di agire contro i femminicidi
Associazioni per il contrasto alla violenza di genere: "Un anno fa gli abusi sono stati dichiarati un disastro nazionale, ma non è successo nulla"
02 Ottobre 2026
Articolo di Redazione
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Una protesta contro la violenza di genere a Soweto nel 2012. (Foto di Charles Haynes/Flickr).

“È passato quasi un anno da quando il Sudafrica ha dichiarato la violenza di genere una emergenza nazionale, e donne e bambine hanno continuato a essere violentate, uccise e fatte sparire”.

La denuncia è di Women For Change, una delle più grandi organizzazioni sudafricane impegnate nel contrasto alla violenza contro le donne e nel sostegno alle vittime.

L’associazione ha chiesto risultati concreti nella risposta agli omicidi e gli abusi contro le donne, dopo anni di promesse e misure che si sono rivelate inefficaci. Parole rivolte direttamente al presidente Cyril Ramaphosa, che nei giorni scorsi è intervenuto sul tema degli abusi di genere con un discorso alla nazione.

Il capo dello stato ha annunciato l’avvio immediato di quattro linee di azione per contrastare violenze e femminicidi.

La strage di Ekurhuleni

Ramaphosa è intervenuto a fronte dell’indignazione sollevata nel paese dal ritrovamento dei corpi di almeno 12 donne uccise negli ultimi due mesi a Ekurhuleni, grande località dell’area metropolitana di Johannesburg, la città più popolosa del Sudafrica. Diverse delle vittime riportavano segni di violenza.

Indagini sugli omicidi sono in corso. La polizia del Sudafrica ha anche istituito una task force che mette insieme agenti di diversi dipartimenti.

Sebbene alcuni esperti e osservatori abbiano ipotizzato la possibile responsabilità di un killer seriale, le autorità sudafricane sono per adesso restie a confermare questa ipotesi. A maggior ragione perché la polizia ha intanto effettuato tre arresti, per due casi distinti, e le dinamiche degli omicidi non sembrano essere collegate tra loro. 

Una piaga di lunga data 

Le vittime di Ekuhuruleni hanno riportato al centro del dibattito pubblico un tema che da sempre è centrale in Sudafrica. Nel paese si registra uno dei più alti tassi di violenza sulle donne del pianeta.

Nel periodo 2023/24, in Sudafrica sono state uccise oltre 3.400 donne.

Stando a una ricerca del South African Medical Research Council, un’organizzazione parastatale di ricerca medica, nel periodo 2020/21, il tasso di femminicidi commessi da un partner intimo registrato nel paese è stato cinque volte superiore alla media mondiale, con almeno tre donne uccise da un compagno o un marito ogni giorno.

A colpire è anche l’impunità: sempre secondo il South African Medical Research Council, nel 44% dei casi di femminicidio il responsabile non è stato nemmeno individuato, ovvero in quasi la metà dei crimini. Un dato più che raddoppiato rispetto a quello riscontrato nel 1999, che era pari al 19%.

Il reato di femminicidio inoltre – ovvero l’uccisione di una donna in quanto tale, motivato da ragioni di misoginia, discriminazione, volontà di dominio o sfruttamento – non è previsto dall’ordinamento penale sudafricano, che cataloga l’uccisione di un individuo femminile come un semplice omicidio.

Per questo, organizzazioni come Amnesty International hanno fatto appello al governo sudafricano affinché riconosca il femminicidio come un reato specifico. 

Uno Stato in balia della violenza

La violenza di genere va poi collocata nel complesso contesto del paese. Anche il tasso generale di omicidi che si calcola in Sudafrica è tra i più elevati al mondo.

Stando ai dati ufficiali pubblicati ogni tre mesi dalla polizia, solo tra aprile e giugno scorsi, sono state registrate 5.407 uccisioni, anche in leggero calo rispetto allo stesso periodo nell’anno precedente.

Solo negli ultimi giorni decine di persone hanno perso la vita in due sparatorie di massa a Johannesburg e Città del Capo. Si tratta dei cosiddetti mass shooting, attacchi con armi di fuoco e sparatorie che si verificano spesso nelle township delle grandi città.

A fronte di un contesto del genere, i corpi di polizia del Sudafrica risultano sottofinanziati e vessati da continui casi di corruzione e collusione con i gruppi criminali, che spesso toccano anche i massimi vertici. 

Da mesi il Sudafrica fa anche i conti con una nuova, ampia ondata di proteste e aggressioni xenofobe ai danni dei migranti africani neri che vivono nel paese.

I promotori delle manifestazioni sono due gruppi che si autodichiarano di vigilantes: March and March e Operation Dudula. Questi due movimenti accusano i migranti di togliere lavoro e servizi sociali ai sudafricani più poveri e di essere i principali responsabili di crimini come le violenze sessuali e lo spaccio.

Le organizzazioni chiedono che tutti i migranti privi di documenti regolari vengano espulsi dal paese, anche se, in realtà, più spesso viene chiesta la deportazione di tutti i cittadini stranieri.

Questa settimana le due organizzazioni avevano fissato una nuova data limite entro cui pretendere queste espulsioni di massa, il 30 settembre, dopo una precedente scadenza indetta per il 30 giugno.

I movimenti hanno intercettato il disappunto e la rabbia per i femminicidi e riorientato i cortei anche verso queste istanze.

Una delle leader della protesta, Xolani Zuma, ha sostenuto che gli uomini dovrebbero essere in prima fila nel contrasto alla violenza contro le donne, sia perché il problema non riguarda solo loro ma è di natura “sociale”, sia per la loro presunta funzione naturale di protezione nei confronti delle donne.

Le proposte del presidente

La protesta è stata in realtà trasversale, e ha coinvolto gruppi di diversa estrazione politica e con vedute molto differenti. La rabbia è stata tale che il presidente Ramaphosa è dovuto intervenire in prima persona.

Nel suo discorso alla nazione, all’inizio di questa settimana, Ramaphosa ha definito la crudeltà contro le donne “un dolore e una vergogna nazionali”.

“Le donne non dovrebbero vivere nella paura perché il governo non è riuscito a riparare un lampione, a sgomberare uno spazio pubblico, a raccogliere prove o a far rispettare una legge”, ha affermato il presidente, citando anche alcune delle condizioni che hanno sicuramente facilitato gli omicidi di Ekuhuruleni, come la scarsa illuminazione pubblica e l’abbandono di alcune aree della città.

“Laddove lo Stato delude le donne, dobbiamo assumerci la responsabilità e porre rimedio a tali mancanze”.

Ramaphosa, al secondo mandato e leader di un governo di unità nazionale dal maggio 2024, ha quindi promesso quattro azioni da implementare nell’immediato: “Una operazione nazionale di recupero dei casi: la polizia e il dipartimento di giustizia devono esaminare i casi irrisolti di omicidio, tentato omicidio, stupro e gravi reati sessuali contro donne e minori entro 60 giorni, con piani di recupero per i casi prioritari e quelli in sospeso entro 90 giorni.

Arretrati forensi: la polizia e le autorità forensi devono elaborare, entro 60 giorni, un piano finanziato per ridurre gli arretrati e stabilire tempi di risposta rapidi per i casi prioritari di violenza di genere. I progressi compiuti devono essere resi pubblici ogni trimestre”.

E ancora: “Audit sulla sicurezza delle donne: i comuni devono identificare i rischi, tra cui lampioni guasti, spazi pubblici non sicuri, edifici abbandonati e percorsi di trasporto pericolosi, entro 60 giorni. I pericoli urgenti devono essere affrontati o inseriti in piani di attuazione finanziati entro 90 giorni.

Violenza legata all’alcol: il governo deve sviluppare un pacchetto coordinato di misure legislative e di contrasto per ridurre la violenza legata all’alcol, compreso un controllo più rigoroso contro i punti vendita di alcolici non autorizzati e gli esercizi che operano al di fuori degli orari consentiti”.

Servono risultati

I provvedimenti menzionati da Ramaphosa sono stati in parte accolti da Women For Change, realtà che è stata fondata nel 2016 e che l’anno scorso ha coordinato una campagna affinché la violenza di genere venisse dichiarata un “disastro nazionale”.

Cosa che è poi successa a novembre, grazie a un provvedimento dello stesso Ramaphosa.

Nella loro risposta al presidente, le animatrici dell’organizzazione hanno però affermato: “Abbiamo bisogno di questi impegni, ma arrivano tardi. Sono passati più di dieci mesi da quando la violenza di genere e il femminicidio sono stati classificati come disastro nazionale, e donne e bambini hanno continuato a essere violentati, assassinati e fatti scomparire”.

L’inefficacia negli anni delle misure del governo è stata del resto riconosciuta dallo stesso presidente, che all’inizio del suo intervento ha citato un “peso particolare nel riconoscere che sette anni fa, in questo stesso mese, mi sono presentato davanti alla nazione per parlare di questa stessa crisi”. 

Un riferimento a un suo intervento del 2019, dopo che il rapimento e l’uccisione di una studentessa universitaria, Uyinene Mrwetyana, aveva provocato un’altra ondata di proteste.

Women For Change ha quindi proseguito a incalzare il presidente: “Un termine non è la consegna. Un audit non è giustizia. Un piano forense non è un campione di DNA elaborato”, hanno rilanciato le attiviste in relazione ai quattro punti annunciati da Ramaphosa.

“E un report non è un’assunzione di responsabilità a meno che non dica ai sudafricani cosa è stato promesso, cosa è stato consegnato, cosa è fallito e chi è responsabile”.

L’associazione ha anche premesso che il Sudafrica non parte da zero nel contrasto alla violenza di genere, potendo disporre di presidi statali per l’assistenza alle vittime di stupro, i Thuthuzela Care Centre, e di una Piano strategico nazionale per affrontare il tema, adottato a partire dal 2020.

La domanda, si sono però chieste le attiviste, “è se questi sistemi funzionano davvero quando una donna ne ha bisogno”.

La fondatrice di Women For Change, Sabrina Walter, ha quindi lanciato un ultimo monito al capo dello stato: “Signor presidente, lei ci ha detto cosa farà il governo. Ora dobbiamo vederlo realizzato. Le donne non possono aspettare altri 60 o 90 giorni mentre continuano ad essere uccise, violentate e fatte scomparire. Non misureremo questa risposta con un altro discorso, ma con quanto consegnato quando arriveranno queste scadenze. Le donne del Sudafrica hanno aspettato abbastanza a lungo”.

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