Il 16 aprile in Sudafrica un tribunale del Eastern Cape ha confermato la condanna a cinque anni di carcere per Julius Malema, leader del partito di estrema sinistra Economic Freedom Fighters (EFF).
L’oppositore è stato ritenuto colpevole d’aver violato la legge sul controllo delle armi da fuoco per aver sparato proiettili veri dal palco con un fucile, durante i festeggiamenti per il quinto anniversario, nel 2018, del partito da lui fondato dopo la sua uscita dall’Africa National Congress (ANC).
La presidente del tribunale, Twanet Olivier, ha affermato: «Non è stato un gesto impulsivo. Non è stata rabbia… L’imputato sapeva che avrebbe potuto causare danni a persone o cose, eppure ha proceduto a impossessarsi del fucile e a sparare per festeggiare».
Malema era stato condannato lo scorso ottobre per cinque reati, tra cui possesso illegale di arma da fuoco e di munizioni, sparo in pubblico e pericolo per l’incolumità delle persone, per un totale di cinque anni di carcere.
Avendo ottenuto il permesso di ricorrere in appello contro la sentenza, il leader politico non è stato arrestato ed è attualmente libero su cauzione, in attesa del giudizio di secondo grado.
Mentre procedeva l’udienza centinaia di sostenitori del suo partito si erano radunati fuori dal tribunale, indossando i caratteristici berretti e le magliette rosse del partito, cantando slogan elettorali e minacciando proteste qualora il loro leader venisse incarcerato.
Malema, dal canto suo, ha dichiarato che si appellerà fino a giungere alla Corte Costituzionale, il massimo organo giurisdizionale del paese. Un percorso processuale che potrebbe richiedere anni per concludersi.
Se la condanna a cinque anni fosse confermata definitivamente, Malema perderebbe il seggio in Parlamento e sarebbe esautorato da qualsiasi carica pubblica per l’intera durata della pena. Il che assesterebbe un duro colpo al suo partito, che, come noto, gode di un forte sostegno tra i giovani sudafricani, frustrati per la discriminazione e la disuguaglianza razziale che ritengono continui a persistere anche dopo la fine del governo della minoranza bianca nel 1994.
Accuse politicamente motivate?
Rivolgendosi ai sostenitori fuori dal tribunale, Malema ha lanciato una serie di accuse contro la sua presidente, sostenendo che la condanna e la sentenza fossero il risultato di una cospirazione. Secondo quanto riportato da Associated Press Malema avrebbe dichiarato: «Stanno cercando in ogni modo di mettere a tacere questa voce. Non vinceranno mai. Stiamo combattendo il nostro nemico, la supremazia bianca».
L’oppositore accusa Olivier di essere al servizio di AfriForum, organizzazione che rappresenta i membri della minoranza afrikaner del Sudafrica – nonché potente gruppo di pressione sull’amministrazione americana di Donald Trump – che ha avviato il procedimento giudiziario.
Il movimento critica da tempo Malema per l’uso dello slogan anti-apartheid “Kill the boer” (Uccidete il boero) durante i suoi comizi, sostenendo che il canto, inno della lotta contro il regime segregazionista bianco, costituisca incitamento all’odio e alla violenza contro i sudafricani bianchi.
I tribunali del paese, tuttavia, hanno stabilito che il testo della canzone non costituisce incitamento all’odio e che debba essere interpretato nel contesto storico della lotta contro l’apartheid.