Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di settembre 2026.
Periodicamente soffia sul Sudafrica il vento della violenza xenofoba. Si è visto anche di recente. Sudafricani neri contro africani immigrati, accusati di rubare il lavoro e portare criminalità. I soliti assurdi pretesti che si ripetono ovunque contro il “diverso”, chi viene da altrove.
Ancora più assurdo se questi “diversi” hanno lo stesso colore della pelle, se i loro paesi, oggi bersaglio di rimpatri forzati, si sono schierati contro il regime dell’apartheid che per 46 anni ha umiliato la popolazione nera sudafricana. Non è questa la sede per analisi e risposte, ma è quella giusta per segnalare la voce di una giovane autrice sudafricana che da vent’anni racconta queste ferite: Kopano Matlwa.
Nata a Pretoria nel 1985, Matlwa appartiene di fatto alla cosiddetta generazione “Born Free”, cresciuta nel Sudafrica del post-apartheid e nell’illusione, presto incrinata, della Nazione arcobaleno.
Laureata in medicina all’Università di Città del Capo e specializzata a Oxford, ha sempre condotto una vita a doppio binario: medico nella sanità pubblica – oggi guida la campagna Grow Great contro la malnutrizione infantile – e scrittrice capace di trasformare la corsia d’ospedale in materia narrativa.
Ha esordito nel 2007 con Coconut, scritto mentre era ancora una studentessa. A soli 21 anni le è valso l’European Union Literary Award e, nel 2010, il prestigioso Wole Soyinka Prize for Literature in Africa. Il romanzo, tradotto in italiano come Coconut. Nera fuori bianca dentro (Sonda, 2011), racconta identità e appartenenza attraverso la storia di due ragazze nere di Johannesburg, entrambe ritenute “noci di cocco” – nere fuori, bianche dentro – nel tentativo di conciliare origine e aspirazioni in una società ancora divisa.
È seguito Spilt Milk (2014), ritratto della disillusione della generazione “Born Free”, e poi Period Pain (2016), accusa esplicita alla xenofobia istituzionale attraverso il corpo femminile e il tema, tabù, del ciclo mestruale. Anche questo titolo è disponibile in italiano (Primula della sera, Bompiani, 2018).
Lo scorso anno Matlwa ha pubblicato Bosadi, il suo romanzo più intimo: la storia di Naledi, donna di successo intrappolata in un matrimonio violento nella tranquillità di un quartiere borghese, e di Aunty, domestica zimbabweana che da testimone silenziosa porta con sé le proprie ferite e il peso dei figli lasciati a casa.
Raccontato a voci alternate, il libro intreccia violenza domestica e migrazione, mostrando come le due donne, pur diverse per classe e provenienza, condividano la stessa condizione di invisibilità. E qui vogliamo ricordare che il tasso dei femminicidi in Sudafrica risulta cinque volte superiore alla media globale, così come elevata è la percentuale di stupri.
I romanzi di Matlwa sono una testimonianza continua di condizioni collettive e personali, attraverso storie di donne altrimenti messe a tacere. Inoltre, il suo sguardo di medico – abituato a leggere nei corpi i segni della violenza sistemica, specie su donne e persone emarginate – dà alla sua scrittura una concretezza rara: non denuncia astratta, ma cronaca di ciò che la violenza lascia sulla pelle.
In un Sudafrica ancora incapace di fare i conti con la violenza di genere e la xenofobia, e che anzi sembra aver ereditato molto dell’apartheid, Matlwa resta una delle voci più lucide a entrare nella cronaca attraverso la letteratura e “ascoltare” le emozioni e le frustrazioni delle giovani generazioni. Soprattutto la parte femminile. Quelle delle sudafricane così come quelle delle immigrate.
Un tema difficile
Sul tema xenofobia in Sudafrica hanno scritto molti autori. Cominciamo da Phaswane Mpe che in Welcome to Our Hillbrow (2001), racconta il quartiere multietnico di Johannesburg intrecciando xenofobia e migrazione interna. È stato tradotto in italiano nel 2011 da Il Sirente col titolo Benvenuti a Hillbrow. Citiamo poi Niq Mhlongo. In Way Back Home (2013), mescola fantasmi del passato, apartheid, e tensioni xenofobe del presente.
Di Niq Mhlongo ricordiamo anche il romanzo d’esordio disponibile in italiano come Cane mangia cane (Morellini, 2008, in originale Dog Eat Dog), sulla Johannesburg del primo post-apartheid.
Sul fronte non-fiction/saggistica/reportage questi i titoli: Jonny Steinberg con A Man of Good Hope (2014), biografia di un profugo somalo sopravvissuto alle violenze xenofobe; Loren Landau e Tanya Pampalone con I Want to Go Home Forever (2018), 13 storie vere di migranti; mentre Hashi Kenneth Tafira, in Xenophobia in South Africa: A History, legge gli attacchi del 2008 come una forma di “razzismo nero su nero”, collegata alla disumanizzazione coloniale interiorizzata.