Da Nigrizia di maggio 2010: Mondiali al contrario
Il movimento delle township sudafricane, represso dal potere e dalla polizia locali, si batte per dare voce a chi vive negli slum e che il governo vorrebbe rendere invisibile e muto agli occhi dei turisti. Attivisti del movimento saranno in Italia a fine maggio per raccontare un altro Sudafrica.

C’è un altro Sudafrica da raccontare. Un paese diverso da quello dipinto nelle cronache giornalistiche di avvicinamento al grande appuntamento della Coppa del Mondo di calcio del mese prossimo. Un paese dove si vogliono nascondere o distruggere le baracche alle periferie delle città o cacciare i venditori ambulanti dalle strade, per rendere questi luoghi – e le persone che li frequentano – invisibili agli occhi dei turisti. Per molti sudafricani il 2010 sarà l’anno della maledizione.

 

Ma ci sono movimenti e gruppi di cittadini che non abbassano la testa. Una rappresentanza di uno di questi, l’Abahlali baseMjondolo (“quelli-che-vivono-nelle-baracche”, in lingua zulu), sarà in Italia dal 18 al 31 maggio. Incontrerà movimenti, reti e associazioni in occasione della campagna “Mondiali al contrario”. Da Caserta alla Val di Susa, da Pisa a Milano, per discutere e confrontarsi su forme di resistenza e di lotta. E per raccontare come, al di là della retorica ufficiale sui miracoli della “Nazione arcobaleno” (Rainbow Nation), il Sudafrica rimanga il secondo paese più ineguale del mondo, con un tasso di disoccupazione altissimo, vicino al 40%, e con una popolazione urbana pari al 58%, di cui il 9% vive in baraccopoli.

 

L’African National Congress (Anc), un tempo speranza rivoluzionaria e di liberazione per milioni di sudafricani, ha ormai consacrato sé stesso al liberismo più sfrenato. A pagarne le conseguenze sono chiaramente i poveri, quel 50% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Dal 1994 ad oggi il numero di persone che vive con meno di un dollaro al giorno è passato da 2 a 4 milioni; quasi un milione di persone è stato sfrattato dalle zone rurali; due milioni di persone sono rimaste senza tetto; gli abitanti delle baraccopoli sono aumentati del 50%. Nonostante il sostegno della sinistra, il presidente populista Jacob Zuma non ha avviato la svolta tanto sperata.

 

Gli ideali della Freedom Chart, il manifesto che ha ispirato per decenni la lotta anti-apartheid, sono ormai lontani. Nel 1955, quando il manifesto fu scritto collettivamente, migliaia di sudafricani sognavano «un paese dove la terra sia ridistribuita, l’istruzione sia gratuita e obbligatoria, e ci siano libertà di movimento e diritto di residenza»; soprattutto, «un paese dove non ci siano più slums».

 

 

Fedeli a un sogno

Abahlali baseMjondolo rimane, invece, fedele a quei sogni. Il movimento è nato ufficialmente nell’ottobre 2005 in una grande assemblea popolare di vari insediamenti. Ma è il 19 marzo 2005 la data dell’evento “fondante” della lotta di Abahlali. Esasperati delle promesse disattese dei rappresentanti politici – come la fornitura di acqua, l’elettricità, i servizi igienici e la costruzione di case popolari -, 80 persone hanno bloccato per ore una delle tangenziali principali della città di Durban. «Molti pensavano che fosse una delle tante proteste o che stessimo giocando», ha ricordato più volte Zodwa Nsibande, di Abahlali. «Ma non è stato così. Abbiamo visto che l’impossibile era diventato possibile, che potevamo farci ascoltare».

 

Negli insediamenti controllati dal movimento si cerca di costruire una vera e propria autorganizzazione: asili, distribuzione di viveri per i più poveri, corsi di formazione, connessione alla rete elettrica e, soprattutto, l’Università di Abahlali baseMjondolo. Le persone delle baraccopoli in rivolta, stanche di essere educate dalle organizzazioni non governative (ong) in una lingua che non conoscono e su cose lontane dalla loro vita reale, hanno deciso di autoeducarsi su questioni concrete e nei luoghi in cui vivono. In questo processo diventa fondamentale lo spazio di emancipazione guadagnato con fatica per riaffermare la propria dignità. S’bu Zikode, il presidente eletto democraticamente, afferma: «La nostra lotta è pensata all’Università di Abahlali». E Ashem, un altro leader, dice: «Siamo poveri, non stupidi!».

 

Le vittorie del movimento sono numerose, prima tra tutte la democratizzazione degli insediamenti. Nei campi dove il movimento è forte nessuno paga l’affitto per la baracca in cui vive. Molte volte il movimento ha fermato demolizioni e sfratti e ha difeso il diritto di erigere nuovi insediamenti o l’espansione di quelli già esistenti. Sono state connesse migliaia di abitazioni all’elettricità e, di recente, è stata vinta una battaglia durissima alla corte costituzionale dove lo “Slum Act” è stato giudicato incostituzionale. Questa legge regionale prevedeva che le persone venissero cacciate dalle loro baracche per essere ricollocate nei cosiddetti transit camp, in modo tale che gli insediamenti potessero essere rimossi. Secondo il movimento, la regione del KwaZulu-Natal avrebbe applicato questa legge per diversi motivi, primo tra tutti la volontà di costruire città senza slum, in occasione dei mondiali di giugno. Il governo, in sostanza, vuole che nelle principali città sudafricane non ci siano baraccopoli, così che i turisti non le vedano quando arriveranno per la Coppa del Mondo. Stanno creando città in cui essere povero è un crimine. La Rainbow Nation non può permettersi di mostrare le sue ferite aperte. Così, organizza una generale ripulita delle città.

 

A Città del Capo sono state deportate molte persone dal centro al transit camp di Blikkiesdrop; 2.000 persone sono state trasferite dalla baraccopoli Joe Slovo, un pugno negli occhi per i turisti che viaggeranno lungo l’autostrada N2, al transit camp di Delft. A Johannesburg centinaia di famiglie sono state deportate dal centro città alla periferia, anche loro ben lontane dalla vista dei turisti. A Durban sono stati soprattutto i bambini di strada e i venditori ambulanti a essere presi di mira, dopo che il movimento Abahlali baseMjondolo si è assicurato la vittoria alla corte costituzionale. A Macambini 10mila famiglie sono state sfrattate per fare spazio a un grande parco di 16mila ettari. Così i turisti potranno rilassarsi un po’.

 

Ma i poveri hanno ripreso la parola. Il movimento ha lanciato la campagna “2010 senza incendi nelle baraccopoli, senza sfratti, case per tutti”. M’du, un attivista, afferma: «Ci dicono sempre che la Coppa del Mondo sarà un beneficio soprattutto per i poveri del paese. Ma la verità è che non riusciremo neanche a permetterci di comprare un biglietto e saremo fortunati se riusciremo a guardare la partita in TV. I soldi spesi per gli stadi sarebbero dovuti andare alla costruzione di case e ospedali».

 

Insomma, c’è un altro modo per guardare a questi mondiali così tanto celebrati.

 




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