Sudafrica: addio alla MONUSCO dopo 27 anni in Rd Congo - Nigrizia
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Le truppe sudafricane lasceranno la missione ONU in Repubblica democratica del Congo entro la fine del 2026
Sudafrica: addio alla MONUSCO dopo 27 anni in Rd Congo
Per Pretoria bisogna riallineare le priorità. Le forze armate sono in grave crisi
09 Febbraio 2026
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 6 minuti
Soldati sudafricani della MONUSCO. (Credits: MONUSCO/Sylvain Liechti)

Dopo quasi 30 anni le forze armate del Sudafrica lasciano la MONUSCO, la Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica democratica del Congo. A comunicarlo è stato l’ufficio del presidente Cyril Ramaphosa.

All’origine del ritiro, si apprende da una nota del portavoce Vincent Mangwenya, la «necessità di consolidare e riallineare le risorse della Forza di difesa nazionale sudafricana». L’annuncio arriva dopo 27 anni di presenza continuativa del Sudafrica nella MONUSCO e in una fase segnata da forti critiche al governo per la sua gestione dell’esercito, ritenuto sotto finanziato e impreparato ad affrontare le attuali sfide globali di sicurezza.

Critiche, quelle all’indirizzo dell’esecutivo, che si sono fatte più forti dal gennaio 2025, quando 14 soldati sudafricani hanno perso la vita durante la presa della città congolese di Goma da parte dei ribelli dell’M23, milizia sostenuta dal Rwanda.

Le parole della presidenza

Nella comunicazione del governo si ricorda che il Sudafrica, che a oggi schiera in Rd Congo circa 750 soldati, «è tra i primi dieci paesi che contribuiscono con truppe alla MONUSCO». Pretoria chiarisce poi che «collaborerà con le Nazioni Unite per definire le tempistiche e le altre modalità del ritiro, che sarà completato entro la fine del 2026».

Il governo sudafricano, si legge ancora, «continuerà a mantenere strette relazioni bilaterali con il governo congolese e a fornire un sostegno continuo ad altri sforzi multilaterali della Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (SADC), dell’Unione africana (UA) e dell’ONU volti a portare una pace duratura nella Repubblica democratica del Congo» .

La MONUSCO; dal canto suo, ha espresso «profonda gratitudine» al Sudafrica per il suo impegno nella missione di peacekeeping, oltre ad «auspicarsi di continuare a collaborare» con il paese «su questioni più ampie relative al mantenimento della pace».

Cos’è la MONUSCO

La MONUSCO è nata nel 2010 e rappresenta l’evoluzione della MONUC, la prima missione dell’ONU a essere schierata nella Rd Congo, nel 1999. All’inizio i caschi blu dovevano occuparsi  solamente di monitorare il rispetto del cessate il fuoco stabilito dall’accordo di Lusaka, nel pieno della “Guerra mondiale africana” che ha straziato il paese tra il 1998 e il 2003.

Le prerogative della missione sono andate via via espandendosi nel corso degli anni, fino a quando, nel 2013, il Consiglio di sicurezza ha per la prima volta autorizzato lo schieramento di una forza armata autorizzata a compiere operazioni “offensive” per “neutralizzare e disarmare” i ribelli dell’M23, che all’epoca era nato da circa un anno.

Questo passaggio ha rappresentato un vero e proprio cambio di paradigma per le missioni di pace dell’ONU, che mai fino a quel momento avevano avuto scopi apertamente offensivi.

L’attuale mandato di caschi blu si concentra adesso sulla protezione dei civili, il personale umanitario e gli attivisti in difesa dei diritti umani e sulla stabilizzazione e il rafforzamento delle istituzioni statali congolesi e dei loro sforzi per la pace.

La missione si è detta inoltre pronta a farsi carico del monitoraggio di un cessate il fuoco raggiunto nell’ambito dei negoziati tra Rd Congo, Rwanda e M23 a mediazione statunitense e qatarina.

L’efficacia e la trasparenza nelle operazioni della MONUSCO, la più grande missione di pace dell’ONU al mondo con un personale di circa 12mila persone, è da anni motivo di dibattito quando non di critiche esplicite. Il governo di Kinshasa ha più volte minacciato di chiedere il ritiro della missione e il presidente Felix Tshisekedi aveva in realtà annunciato l’avvio di discussioni in tal senso nel 2023, prima di tornare sui suoi passi poco dopo. Il mandato della missione è stato infine rinnovato di nuovo per un anno lo scorso dicembre. 

A Pretoria c’è sempre crisi 

Anche le forze armate sudafricane vivono una fase di crisi, a partire da una mancanza di finanziamenti che viene segnalata da anni. L’anno scorso, intervistata dal portale Newzroom, la ministra della Difesa Angie Motshekga ha quantificato il deficit di risorse che affligge il settore della difesa in quasi 30 miliardi di rand, circa 1,5 miliardi di euro. Il paese destina alla difesa poco meno dell’1% del Pil.

Ma non c’è solo la mancanza di risorse, anche considerando che le spese sostenute nel quadro delle missioni di peacekeeping dell’ONU dovrebbero essere teoricamente rimborsate dal Palazzo di vetro, che a sua volta versa però in una grave crisi finanziaria.

Lo scorso dicembre il secondo partito del governo di unità nazionale in carica dal 2024, le Democratic Alliance (DA), avevano chiesto di non inviare nuovi soldati sudafricani in Rd Congo a fronte delle gravi carenze dell’esercito sul piano della «prontezza operativa e le valutazioni sanitarie».

Secondo quanto sostenuto dal partito, più di un quarto dei soldati delle forze armate sudafricane è in condizioni di salute tali da non poter essere schierato sul campo. Diversi esperti hanno segnalato anche altri problemi in relazione all’esercito, come le pessime condizioni dei suoi equipaggiamenti militari, al punto che metà dei caccia in dotazione all’aeronautica non sarebbero utilizzabili.

C’è poi la sempiterna crisi delle società di proprietà statale, indebolite da corruzione e mala gestione. Un problema che affligge diversi aspetti della vita sociale e politica del Sudafrica e che per quanto riguarda la difesa passa dalle difficoltà di Denel, la principale compagnia statale di produzione aerospaziale e di armi, che pure è finanziariamente in ginocchio.

Non da ultimo, la complessa situazione socioeconomica del paese ha a volte costretto le forze armate a intervenire all’interno dei confini, con ulteriore dispiego di mezzi e risorse. Negli ultimi anni i soldati sudafricani sono stati impiegati in operazioni di contrasto alle attività minerarie illegali e il sabotaggio delle infrastrutture di Eskom, la società statale dell’energia (anch’essa in ambasce da anni).

La trappola congolese

Ci sono poi le complessità dello scenario congolese, che pure devono aver giocato un ruolo nella decisione del governo. Il ritiro dalla MONUSCO segue di poco più di un anno l’addio della SAMIDRC, la missione militare della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (SADC). Il dispiegamento contava su un un cospicuo numero di soldati sudafricani e ha abbandonato l’est della Rd Congo dopo circa due anni. Due anni ritenuti fallimentari dalla maggior parte degli osservatori.

Fallimentari e anche tragici, visto che nel gennaio 2025 14 militari sudafricani, per lo più della SAMIDRC ma anche alcuni elementi della MONUSCO, sono rimasti uccisi a Goma,  il capoluogo della provincia orientale del Nord Kivu. La città è caduta in quella occasione sotto il controllo di M23 e truppe rwandesi. Un avanzamento che è arrivato al culmine di oltre tre anni di offensiva.

La morte dei militari sudafricani ha innescato una crisi diplomatica tra Pretoria e Kigali, con un pesante scambio di battute tra Ramaphosa e l’omologo rwandese Paul Kagame, e scosso l’opinione pubblica sudafricana.

Una ferita che nessuno sembra intenzionato a sanare. Nei giorni scorsi il quotidiano Daily Maverick ha riferito che a oltre un anno dal triste episodio, né le forze armate sudafricane né il governo hanno avviato un’indagine, apparentemente neanche a livello interno. Il motivo ufficiale è che la SAMIDRC risponde alla SADC, e che bisogna prima aspettare la fine dell’indagine dell’organismo regionale.

Le motivazioni delle autorità di Pretoria non convincono però, anche perché in realtà non tutte le vittime facevano parte della SAMIDRC.

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