Da Nigrizia di giugno: Mondiali 2010
Il Mondiale di calcio (11 giugno-11 luglio) è stato ben preparato e può essere un’opportunità di crescita economica e di coesione. Ma porta con sé non pochi rischi che potrebbero comprometterlo: emarginazione dei poveri, degrado ambientale, crescente criminalità, traffici di minori, costo insostenibile degli stadi.

Quando, il 15 maggio 2004, a Zurigo, i Mondiali di calcio del 2010 furono assegnati al Sudafrica e Nelson Mandela prese tra le mani il trofeo della Coppa del mondo, gridando: «Il mio sogno si è realizzato. Insieme, possiamo farcela», tutti i sudafricani furono colti da un senso di euforia. Profondo in loro l’orgoglio di essersi visti giudicati capaci di organizzare il più importante evento sportivo del mondo. Orgoglio che si estese a tutto il continente: per la prima volta la competizione avrebbe avuto luogo in Africa. Da allora, ogni singolo dipartimento dello stato è stato coinvolto nel processo di preparazione. “Sudafrica 2010” è diventata la causa comune su cui concentrare i piani e le attività di tutti i settori della vita nazionale. Oggi, sei anni dopo, ecco arrivato il grande evento: comincerà venerdì 11 giugno a Johannesburg, con la partita Sudafrica-Messico, e terminerà domenica 11 luglio con la finale, sempre nel nuovo stadio Soccer City, presso la township di Soweto.

 

Nessuno può negare l’evidenza: la preparazione è stata seria e generale. Tutti i maggiori aeroporti del paese sono stati radicalmente trasformati e modernizzati. Ogni singola superstrada delle aree metropolitane è stata rifatta. Un’operazione che ha comportato croniche congestioni del traffico e un incredibile aumento del numero degli incidenti, ma oggi le strade sono lì, belle che sembrano tavoli da biliardo. In tutte e nove le città scelte come sedi delle partite in programma sono stati costruiti stadi modernissimi, in alcuni casi davvero straordinari. I media – sia che fossero contrari o in favore – hanno contribuito a far sì che tutti i cittadini venissero coinvolti nel conto alla rovescia.

 

Tuttavia, se è vero che molti – forse la maggior parte dei sudafricani – sono elettrizzati dall’evento e giudicano un onore e un’opportunità il diventare per un momento il centro dell’attenzione mondiale, molti altri considerano l’intera faccenda una perdita di tempo e di denaro: qualcosa da tollerare oggi, ma da mettere presto alle spalle. I più negativi sono gli abitanti delle zone rurali, lontane dalle città che ospiteranno le partite. Chi invece ha la fortuna di abitare in una città “mondiale”, tende a esprimere giudizi più positivi.

 

 

Benefici e costi

Davanti al fatto compiuto, che cosa può dire uno che, come me, si occupa di giustizia e pace? Se, come ebbe a dire Mandela, la prima preoccupazione del nuovo Sudafrica deve essere quella di garantire che tutte le politiche, le decisioni e le attività pubbliche siano dirette a servire gli interessi dei più poveri, di coloro che soffrono e sono emarginati, e di assicurare l’unità e l’armonia della “Nazione Arcobaleno”, allora è doveroso chiedersi se davvero tutti i sudafricani – in particolare i poveri – abbiano tratto (e trarranno) benefici dall’evento, o se invece “Sudafrica 2010” ha avuto (e avrà) su di essi effetti negativi.

 

La decisione di ospitare la Coppa del mondo fu dettata dalla prospettiva di ingenti benefici economici per la nazione. Ma è davvero questo ciò che è avvenuto? Ovvio che le infrastrutture sono state migliorate di molto, investendo immense risorse in strade, aeroporti, stadi, hotel, ristoranti… Un tale sviluppo ha in sé grandi potenzialità di dare all’economia una forte spinta. E in verità, almeno come risultato immediato, ha creato molti posti di lavoro. Ma il problema è che queste occupazioni sono solo temporanee e spariranno una volta finiti i Mondiali. Allora il governo si troverà davanti la grande sfida di creare altre possibilità d’impiego per questi lavoratori. La disoccupazione, già al 24,5%, non ha certo bisogno di aumentare.

 

L’evento ha in sé anche forti potenzialità in termini di crescita della imprenditorialità. Molti si aspettano di fare ottimi affari durante i 30 giorni dei Mondiali. Perfino i commercianti informali (i venditori di strada, ad esempio) sperano di arrotondare i propri guadagni. Si tratta però di benefici che saranno goduti solo da chi vive nelle città “mondiali” o da chi potrà recarvisi con le sue mercanzie. Gli abitanti delle zone rurali, invece, vedranno il Mondiale passare senza significative ricadute sulla loro vita.

 

Non va sottovalutato anche il fatto che decine di migliaia di visitatori (se ne aspettano tra i 350 e i 500mila) e milioni di telespettatori potranno ammirare, forse per la prima volta, le bellezze naturali del paese e potrebbero decidere di tornare o venire Sudafrica per trascorrervi le vacanze. Il che incrementerebbe l’industria del turismo.

 

Ma sono in molti a ritenere “Sudafrica 2010” una disgrazia economica per il paese. Si domandano se non ci poteva essere un modo migliore di spendere tutti questi soldi. Perché non sono stati investiti per migliorare le condizioni di vita di milioni di sudafricani poveri?

 

Diversi sono anche i giudizi sugli utili previsti. L’evento è di certo un investimento e, come tutti gli investimenti, comporta dei rischi. I nostri governanti hanno deciso di correrli, spendendo alcuni miliardi di dollari, fiduciosi che sapranno, prima o poi, far quadrare il bilancio, e fanno appello ai cittadini perché condividano questa loro fiducia. C’è da augurarsi che ce la facciano davvero. Significherebbe unire la popolazione e sollevare il morale della nazione. Le due cose, ovviamente, potrebbero dare impulso anche all’economia. Ma se non ce la faranno, il debito ci graverà sulle spalle per generazioni. Un amico economista m’ha detto: «Il Mondiale ci lascerà in eredità un incredibile debito pubblico, che dovremo prima o poi pagare. Ma a quale prezzo? Lo sfarzo riversato sulle Olimpiadi di Atene 2004 non è stato forse una delle principali ragioni dell’attuale crisi della Grecia? Gli sprechi e le ombre corruttive di quei Giochi, tanto elogiati dal mondo intero, furono coperti dalla retorica governativa sulle potenzialità economiche del paese. Oggi sappiamo che non fu vera gloria né un buon investimento». Se l’amico è dubbioso, molti altri prefigurano “un disastro economico annunciato”.

 

Non nego in partenza che “Sudafrica 2010” possa rivelarsi una spinta all’economia nazionale. Ma non esiste alcuna garanzia che gli eventuali benefici arriveranno ai poveri. Del resto, nello scorso decennio, il Sudafrica ha registrato una notevole crescita economica, che ha procurato, tra l’altro, fondi per finanziare un incremento dei contributi sociali per i poveri. Tuttavia, nello stesso periodo di tempo, il tasso di ineguaglianza tra ricchi e poveri è cresciuto a una velocità allarmante, al punto che oggi il paese è tra le nazioni con il più ampio divario tra chi ha e chi non ha: il grado di disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza nazionale rimane scandaloso. Si sa che la semplice crescita economica di un paese non si traduce di per sé stessa in una più equa spartizione dei benefici tra i suoi abitanti. La paura è che anche lo sforzo economico compiuto per l’allestimento di “Sudafrica 2010” vada a vantaggio delle solite élite e a svantaggio dei ceti sociali più poveri.

 

Un’altra preoccupazione è legata all’impatto ambientale che la Coppa del mondo avrà sull’ecosistema nazionale. È vero che sono state prese misure per minimizzare gli effetti negativi di una improvvisa – e mai sperimentata prima – affluenza di visitatori, tutti decisi a spendere e consumare. Ci sarà un’impennata nelle emissioni di carbonio nell’atmosfera; la quantità di rifiuti crescerà drammaticamente; all’improvviso, milioni di lattine e di bottiglie vuote dovranno essere smaltite e riciclate… Le infrastrutture nazionali non sono pronte ad affrontare tutto ciò. L’economia sudafricana è ancora troppo dipendente dall’energia derivata dal carbone e possiede poche sorgenti energetiche alternative. Si è calcolato che l’impatto di “Sudafrica 2010”, in termini di emissioni di carbonio nell’aria, sarà più di 20 volte superiore a quello di “Germania 2006”.

 

Infine, sempre dal punto di vista delle ricadute economiche, si teme che gli stadi costruiti con capienze imposte dagli standard richiesti dalla Fifa siano destinati a diventare vere e proprie “cattedrali nel deserto”, cioè opere dispendiose ma inutili, dal momento che è del tutto improbabile che futuri eventi – sportivi o di altra natura – potranno riempirli in maniera regolare. Oltre tutto, li si dovrà mantenere in buono stato il più a lungo possibile, e anche questo si tradurrà in un inutile drenaggio di fondi.

 

 

Nazione coesa?

Per molti sudafricani gli obiettivi economici di questi Mondiali, per quanto importanti, sono subalterni al loro vero scopo: quello di raccogliere tutte le forze della nazione nell’allestimento di una spettacolare dimostrazione di unità e di efficienza tale da impressionare il mondo intero. Insomma, una prova di orgoglio nazionale, un biglietto da visita per entrare sulla scena mondiale da protagonisti. Ma esistono segnali che questa tanto agognata coesione sociale sia cresciuta?

 

Lo sport – come la guerra – ha una strabiliante capacità di unificare una nazione. E non c’è ragione per dubitare che questa verità sarà confermata anche per “Sudafrica 2010”. Se fino a ieri erano molti gli scettici al riguardo, con l’avvicinarci dell’apertura dello show, è probabile che sempre più gente si lascerà prendere dall’emozione. L’entusiastico interesse mostrato dai sudafricani per l’ottava edizione della Fifa Confederations Cup 2009, svoltasi in Sudafrica dal 14 al 29 giugno 2009 (prova generale per il Mondiale 2010), fa ben sperare.

 

Ma che ne sarà della coesione nazionale, se la squadra locale, i “Bafana Bafana”, non dovesse comportarsi bene nel torneo e venisse subito eliminata? Non va sottovalutato il rischio che i sudafricani vengano presi da un senso di delusione e di rabbia tale da indurli a rivoltarsi contro i Mondiali e tutto ciò che essi significano. Gli eventi sportivi possono essere eccellenti opportunità per costruire l’unità globale, ma un’eccessiva competitività può facilmente militare contro questo nobile fine.

 

C’è un secondo fattore che può far fallire il desiderio di una maggiore coesione sociale nel paese: la marginalizzazione dei poveri. Come nel resto del mondo, anche in Sudafrica sono i poveri i più fanatici sostenitori del calcio, ma pochissimi di loro potranno acquistare il biglietto di una partita, il cui costo è al di là delle loro possibilità economiche. Potrebbe questo portare a manifestazioni di rabbia, violenze e distruzioni? Nessuno può dirlo.

 

E come si potrà parlare di riunificazione nazionale, se i senza casa, gli accattoni, i bambini di strada e i venditori ambulanti saranno deportati in massa dalle città “mondiali”, così che i turisti non li possano vedere? Le deportazioni sono già iniziate. Migliaia di baracche e casupole abusive, costruite lungo le superstrade, sono state abbattute. Le periferie sono state ripulite da tutto ciò che può turbare l’immagine che si vuole dare del paese. E c’è da giurare che queste operazioni di pulizia aumenteranno con l’avvicinarsi dell’inaugurazione dei Mondiali. Qualcuno dirà che tutto ciò è necessario. Può darsi. Ma le autorità hanno almeno l’obbligo di assicurare che questa gente venga prontamente sistemata in una nuova sede nel modo più dignitoso possibile.

 

Un’ultima minaccia alla crescita della coesione sociale è rappresentata dalla criminalità. Il Sudafrica gode di una pessima reputazione in materia di crimine; le statistiche sono note in tutto il mondo. Cifre da brivido: 18mila omicidi e 36mila stupri ogni anno. Molti appassionati di calcio, usuali spettatori dei Mondiali, hanno rinunciato a venire proprio per paura. (Si parla di 100mila biglietti che potrebbero rimanere invenduti).

 

Quasi certamente ci saranno vittime durante questi Mondiali di calcio, come ce ne sono state in tutte le edizioni precedenti. Forse il rischio qui è più alto. Ma non ritengo che questo sia un motivo sufficiente per non venire. Ci saranno oltre 450.000 addetti alla sicurezza a proteggere i turisti e i tifosi. Se i tifosi saranno prudenti e vigili, non dovrebbero esserci grossi problemi.

 

Personalmente, penso a un altro tipo di vittime dei prossimi Mondiali: i bambini e le bambine che verranno “trafficati” da commercianti di carne umana. Organizzazioni criminali, operative a livello mondiale, si sono già messe in moto. È prevedibile che il numero di bambine e ragazze importate in Sudafrica dagli stati confinanti e gettate nella prostituzione minorile subirà un brusco e notevole rialzo. Si teme anche che un elevato numero di bambine e bambini sudafricani saranno sottoposti a questo tipo di sfruttamento. Le autorità dovranno stare all’erta e alzare i livelli di vigilanza.

 

 

 

Dallo stadio alla chiesa

La conferenza dei vescovi dell’Africa australe (Sudafrica, Botswana e Swaziland) ha allestito un sito web – www.churchontheball.com – che fornisce ai turisti-sportivi informazioni sui vari eventi ecclesiali presso gli stadi e sui maggiori luoghi di spiritualità, come pure riflessioni sul traffico di esseri umani, la situazione dell’aids e l’operato della chiesa cattolica in Sudafrica.

 

*Coordinatore del dipartimento “Giustizia e pace” della Conferenza dei vescovi dell’Africa australe (Sudafrica, Botswana e Swaziland).

 




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