Ramaphosa non si dimette, cosa significa il caso Phala Phala per il Sudafrica
Politica e Società Sudafrica
La Corte costituzionale riapre la procedura di impeachment per il capo dello stato per il caso del 2022, lui chiede una revisione giudiziaria
Ramaphosa non si dimette, cosa significa il caso Phala Phala per il Sudafrica
La cronista Mathe: "La giustizia fa il suo corso, lo stato di diritto c'è"
12 Maggio 2026
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 12 minuti
Il presidente Cyril Ramaphosa. (Crediti: Sistema di comunicazione e informazione del governo del Sudafrica (GCIS) da Flickr)

Il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa non si dimette.

Il capo dello stato lo ha annunciato alla nazione l’11 maggio, tre giorni dopo una sentenza della Corte costituzionale che apre a una possibile procedura di impeachment ai suoi danni e che ha spinto diverse parti politiche a chiedere un passo indietro da parte del capo dello stato. 

Ramaphosa ha detto che “intende continuare a servire” il popolo sudafricano e che “c’è ancora molto da fare”. Il presidente ha quindi richiesto una revisione giudiziaria della procedura che innesca il processo di messa in stato di accusa a suo carico.  

Il farmgate 

Per capire di cosa si scrive bisogna tornare al 2022. La Corte costituzionale sudafricana è infatti intervenuta sul famoso “caso Phala Phala”, anche noto in Sudafrica come farmgate.

Tutto comincia nel febbraio di quattro anni fa appunto, quando l’allora capo dei servizi di intelligence Arthur Fraser denuncia il presidente per occultamento di reato, rapimento e riciclaggio di denaro in relazione alla gestione di un furto di una grande quantità di soldi in valuta estera di incerta provenienza.

Furto che non era stato denunciato alle autorità competenti. Il denaro sottratto, per lo più valuta statunitense per un valore di 580 mila dollari, si trovava nascosto nel divano di una tenuta di campagna di proprietà del presidente, appunto Phala Phala, nella provincia settentrionale di Limpopo. 

I fatti denunciati da Fraser innescano un’escalation di scandali che porta a numerose indagini da parte di diversi organismi giudiziari e di polizia e all’istituzione, da parte dell’Assemblea nazionale, di un panel indipendente per esaminare una possibile richiesta di impeachment per Ramaphosa.

L’ente creato ad hoc per studiare il caso Phala Phala arriva alla conclusione che il presidente potrebbe aver commesso illeciti e anche gravi violazioni della legge e della Costituzione, ed esorta a creare una commissione per la messa in stato di accusa.

Il 13 dicembre 2022, la maggioranza dei deputati dell’Assemblea nazionale vota però per bloccare qualsiasi procedura di questo tipo, salvando il presidente.

La sentenza della Corte costituzionale

La sentenza della Corte costituzionale riguarda proprio quest’ultimo passaggio.

Il tribunale è stato chiamato a pronunciarsi da un ricorso presentato da due partiti di opposizione: l’African Transformation Movement (ATM), piccola formazione nata otto anni fa come espressione politica di un’organizzazione delle Chiese evangeliche, e gli Economic Freedom Fighters (EFF), partito di orientamento populista di sinistra con ben più seguito, fondato oltre dieci anni fa a partire da una scissione dell’ala giovanile della formazione di governo, l’African National Congress (ANC).

Secondo gli estensori del ricorso, nel dicembre 2022 i deputati, opponendosi all’impeachment, avevano agito in “modo irrazionale e illegale”.

I giudici hanno deciso che il voto del parlamento del 2022 è incostituzionale e lo hanno annullato, così come hanno invalidato e ritenuta incostituzionale la stessa regola dell’Assemblea nazionale che ha permesso ai deputati di pronunciarsi su un fatto di questa natura.

La Corte ha quindi deferito la relazione al comitato per l’impeachment: in altre parole, il più autorevole tribunale del Sudafrica ha rimesso le lancette indietro al 2022 e riavviato il processo di messa in stato di accusa contro il presidente. 

Il contesto politico sudafricano

Prima di entrare nel merito della reazione di Ramaphosa, è utile specificare che lo scenario politico sudafricano è cambiato molto rispetto al 2022.

Il primo partito è ancora l’Africa National Congress (ANC) del presidente, la formazione che ha guidato il movimento di liberazione contro l’apartheid e che governa il paese dalla sua fine nel 1994. Gli equilibri sono però cambiati.

Nel 2022 il partito guidava un governo monocolore e disponeva di un’ampia maggioranza in Assemblea nazionale. Anni di scandali legati alla corruzione, di mancati miglioramenti sul piano economico e di crescita delle diseguaglianze avevano però già iniziato a determinare un progressivo calo del consenso degli eredi della lotta contro l’apartheid.

L’apice è stato toccato con le elezioni generali del maggio 2024, quando l’ANC ha perso per la prima volta la maggioranza assoluta e ha dovuto cedere a un governo di unità nazionale.

La coalizione è composta da altri otto partiti. Il più grande dopo l’ANC sono le Democratic Alliance (DA), formazione legata alla resistenza bianca contro l’apartheid che non condivide molte delle istanze del partito che fu di Nelson Mandela, in modo particolare per quanto riguarda la politica estera e il lavoro.

Da una riforma sulla scuola ai rapporti con Israele e l’Iran fino a una proposta per l’aumento dell’IVA, l’esecutivo ha già dovuto attraversare delle crisi piuttosto serie.

In Parlamento poi, l’ANC ha perso circa un terzo dei suoi deputati e può adesso contare su una maggioranza molto più debole.

Nel 2022 inoltre, la formazione di Ramaphosa non doveva fare i conti con un altro, aggressivo movimento che le si oppone da sinistra: l’uMkhonto we Sizwe (MK) fondato dall’ex presidente e leader dell’ANC Jacob Zuma, terzo partito più votato al voto del maggio 2024 e tra i principali promotori della richiesta di dimissione del presidente. 

Le parole di Ramaphosa

Questo è il contesto politico in cui vanno lette le parole di Ramaphosa. Parlando al paese, il presidente è entrato nel merito della questione che lo riguarda, affermando che “nulla nella sentenza della Corte costituzionale mi obbliga a lasciare il mio incarico”.

Un riferimento, questo, al fatto che la decisione dei giudici interviene in effetti solo sulle procedure, e non nel merito vero e proprio del caso.

Su suggerimento dei suoi legali, il presidente si è poi appellato alle parole delle sentenza che stabiliscono che “la raccomandazione della commissione indipendente di procedere con un’indagine di impeachment deve essere attuata, a meno che e fino a quando il rapporto non venga annullato in seguito a una revisione”, per decidere appunto di di “procedere con la revisione accelerata del rapporto della commissione indipendente”. 

La mossa di Ramaphosa di per sé non impedisce all’Assemblea nazionale di procedere con l’istituzione della commissione per l’impeachment, anche perché la richiesta di revisione verrà presa in esame da una corte di grado inferiore e non può quindi bloccare un processo avviato dalla Corte costituzionale.

La speaker del Parlamento Thoko Didiza ha del resto già annunciato i prossimi passi, senza fornire un calendario nell’immediato ma riaffermando la ferma volontà dell’istituzione di dare seguito a quanto deciso dall’organismo costituzionale.

Come si osserva sulle pagine del quotidiano Daily Maverick però, la revisione richiesta da Ramaphosa potrebbe sempre essere utilizzata come un mezzo per prolungare i tempi, invocando la necessità di attenderne gli esiti prima di decidere in modo definitivo su un’eventuale messa in stato di accusa.  

Pressioni da più parti 

Appare certo che non mancherà pressione da parte delle opposizioni e degli stessi compagni di governo dell’ANC. In primis dagli EFF, il partito che ha contribuito ad avviare tutto il processo con il suo ricorso al tribunale.

In una nota, gli Economic Freedom Fighters hanno affermato che la decisione di Ramaphosa “conferma quanto l’EFF ha sempre sostenuto, ovvero che Ramaphosa esaurirà ogni meccanismo politico e legale a sua disposizione per sottrarsi alle proprie responsabilità ed evitare di affrontare un’inchiesta di impeachment davanti al Parlamento”.

La mossa del presidente viene quindi definita “opportunistica, disonesta e indicativa” della mancanza di un “autentico impegno per la trasparenza, la responsabilità o il governo costituzionale”. Gli EFF hanno quindi reso noto che stanno sollecitando l’Assemblea nazionale ad agire con urgenza.

Nel comunicato, il partito ricorda inoltre che Ramaphosa aveva già richiesto una revisione della prima relazione del 2022, quella che prevedeva l’apertura di una procedura per impeachment e che era stata poi bocciata dai deputati nel dicembre dello stesso anno.

La Corte costituzionale all’epoca si era rifiutata di prendere in carico direttamente la questione, rimandando il presidente a un tribunale di livello inferiore.

In qualsiasi caso, denunciano gli EFF, dopo il voto del Parlamento Ramaphosa non ha proseguito nella sua opera di accertamento delle responsabilità e anzi ha abbandonato qualsiasi tentativo di revisione, confidando evidentemente in una definitiva archiviazione della faccenda. 

Anche le DA, secondo maggior partito di governo, si sono pronunciate sulle questione. La formazione ha esortato il presidente “a presentare qualsiasi richiesta di revisione con la dovuta sollecitudine e in tempi rapidi, in modo che la posizione legale venga chiarita velocemente e la questione non subisca inutili ritardi.

Il Parlamento – si legge ancora nel comunicato – deve ora richiedere con urgenza un parere legale sulle implicazioni della revisione che il presidente sta per avviare, in particolare se questa influisce sulla costituzione e sul lavoro della commissione di impeachment, o se quest’ultima possa procedere durante lo svolgimento della revisione”.

Utile ricordare che l’impeachment, e quindi la deposizione del presidente, necessita del voto dei due terzi dell’Assemblea generale.

Una soglia che dovrebbe permettere al presidente di salvarsi, visto che la maggioranza dei deputati dell’Assemblea è composta da partiti che compongono il governo di unità nazionale. E che ci si aspetta quindi che votino a favore del presidente, vista l’alleanza politica in corso.

Basterebbero in realtà gli stessi parlamentari dell’ANC, che da soli occupano ancora il 40% degli scranni. 

Le incognite del caso

Numerose sono comunque le incognite che si presentano davanti a Ramaphosa. Negli anni il presidente è stato anche scagionato da alcune delle accuse legate al caso Phala Phala, ma molti aspetti restano da chiarire.

Nel report del 2022, che resta il testo di riferimento per la faccenda, emergevano punti delicati come la precisa intenzione di mantenere segreta l’indagine e di farlo anche violando almeno due leggi dell’ordinamento sudafricano, pressioni sulla polizia namibiana e sull’allora presidente della Namibia Hage Geingob per la gestione di un sospettato, interrogativi di varia natura sulla provenienza e sulla reale entità del denaro rubato.

Il presidente ha sempre affermato che i soldi nascosti nel divano erano il frutto della vendita di un bufalo della sua magione che all’epoca dei fatti non aveva avuto tempo di contabilizzare in modo regolare. 

“Un passo in avanti per lo stato di diritto”

Ma quali sono le implicazioni di questa decisione della Corte Costituzionale per la democrazia sudafricana?

Nigrizia ne ha discusso con Zen Mathe, giornalista investigativa di Open Secrets, un collettivo della società civile sudafricana impegnato nella promozione della giustizia sociale attraverso il giornalismo d’inchiesta.

Secondo Mathe, “la sentenza della Corte Costituzionale dimostra l’importanza dello stato di diritto: il fatto che in Sudafrica tutti siano uguali davanti alla legge”. Per la cronista, la decisione dei giudici “stabilisce un forte precedente per futuri possibili contenziosi”.

Si tratta di un precedente particolarmente importante per il Sudafrica, un Paese segnato dalle rivelazioni sulla State Capture, un vasto sistema di corruzione e collusione con gruppi criminali che ha caratterizzato la gestione del potere durante gli anni del presidente Jacob Zuma (2009-2018).

Questa rete di malaffare è stata al centro della monumentale Commissione Zondo, attiva tra il 2018 e il 2022 e coordinata dall’uomo che sarebbe poi diventato il Presidente della Corte Costituzionale fino al 2024, Raymond Zondo.

Nel Paese, sottolinea la giornalista, “c’è stata la sensazione che politici potenti, individui e grandi aziende potessero operare impunemente e che lo stato di diritto non fosse in qualche modo applicabile”.

Ora, la Corte Costituzionale riafferma che “la Costituzione del Sudafrica governa. Penso sia bene ricordare questo caso in futuro e dire: c’è stato un momento in cui la Corte Costituzionale non si è tirata indietro di fronte agli sforzi per chiamare i potenti a rispondere delle proprie azioni”.

Mathe chiarisce inoltre che la sentenza riguardante il presidente “non è un accertamento di colpevolezza, ma una sentenza che permette alla giustizia di fare il suo corso, indipendentemente dal potere”.

Il giudizio rimane più o meno positivo riguardo alla decisione di Ramaphosa di non dimettersi. “È comprensibile che il presidente non si sia dimesso in questo momento.

Penso che, pur di fronte a opinioni divergenti, la mossa possa avere alcune giustificazioni, in particolare quando si tratta di dare un segnale di stabilità e continuità in un contesto globale attualmente complesso”.

Il contesto in cui opera il presidente è segnato anche dalle crescenti tensioni con gli Stati Uniti guidati da Donald Trump, che stanno spingendo Pretoria fuori dal G20 — attualmente presieduto dagli USA — nonostante il Paese africano sia uno dei fondatori del forum.

In definitiva, afferma Mathe, “resta il fatto che la decisione del presidente di chiedere una revisione del rapporto sull’impeachment può essere vista in diversi modi,  come un tentativo di prendere tempo o come l’esercizio dei suoi diritti costituzionali sia come cittadino che come leader.

Affrontare una battaglia legale legata al proprio ufficio pubblico è comunque un diritto. Indipendentemente dai molti punti di vista diversi, ogni sforzo per chiamare a rispondere attori potenti può essere visto come una dimostrazione di alcuni dei punti di forza della democrazia sudafricana”.

Si tratta di un passo necessario per un Paese in cui la fiducia nelle istituzioni è in costante calo, in parte a causa dei continui casi di corruzione e cattiva gestione della cosa pubblica.

“Sebbene permanga molta incertezza in tutto il mondo al momento, riguardo allo stato attuale degli affari globali”, commenta Mathe, “spero che in Sudafrica si possa continuare a lottare affinché la giustizia prevalga e la responsabilità sia realizzata: se hai sbagliato, sarai chiamato a rispondere e dovrai spiegare le tue decisioni sia davanti alla legge che davanti all’opinione pubblica”.

È necessario che “i media e la società civile continuino a fare pressione per ottenere giustizia: è anche grazie a questo che la Commissione Zondo è stata in grado di svolgere il suo lavoro ed è così che possiamo garantire che la verità venga alla luce.

C’è molta stanchezza”, ammette Mathe, “ma l’impunità non è un destino inevitabile. È nel DNA della nostra democrazia; l’apartheid è caduto anche grazie alla partecipazione della cittadinanza”.

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