Sudafrica / Musica

A pochi giorni dai festeggiamenti del Mandela Day, il 18 luglio, è morto ieri nella sua casa di Johannesburg il cantante e compositore sudafricano Johnny Clegg, uno dei pochi artisti bianchi ad affrontare apertamente il governo dell’apartheid alla fine degli anni ’70 e ’80.

L’artista nominato ai Grammy, spesso chiamato “White Zulu”, aveva 66 anni e nel 2015 gli era stato diagnosticato un cancro al pancreas.

Le band multirazziali di Clegg durante la dominazione delle minoranze bianche in Sudafrica hanno attratto un seguito internazionale. Ha realizzato hit ispirate alle armonie Zulu e delle township nere, oltre a musica folk e altre influenze.

Una delle sue canzoni più famose è stata “Asimbonanga”, che significa “Non l’abbiamo mai visto” in Zulu. Si riferisce ai sudafricani durante l’apartheid, quando le immagini di Nelson Mandela, allora in carcere, furono bandite.

Clegg fu arrestato per le sue canzoni e la censura dell’era dell’apartheid limitava anche i luoghi in cui avrebbe potuto esibirsi. Tuttavia «colpì milioni di persone in tutto il mondo», ha detto il suo manager Roddy Quin, ricordando che l’artista «ha svolto un ruolo importante in Sudafrica, facendo in modo che le persone imparassero le culture degli altri e riunendole».

Nato in Inghilterra, Clegg era figlio di un inglese e di una cantante jazz dello Zimbabwe. Dopo aver divorziato durante la sua prima infanzia, sua madre lo portò a vivere nel suo paese. Arrivò a Johannesburg da adolescente negli anni ’60, dove incontrò i lavoratori migranti neri banditi dal centro della città dal famigerato Group Areas Act e da altre leggi razziali che governavano quasi ogni aspetto della vita nel paese. Si immerse nelle vite dei lavoratori migranti che vivevano in ostelli abbandonati, imparando la lingua Zulu, la chitarra maskandi e gli stili di danza che spesso usavano per distrarsi dal duro lavoro nelle miniere.

Il musicista si è esibito fino al 2017, quando, già malato, girò con un tour chiamato The Final Journey. In un concerto a Johannesburg, quell’anno, Clegg disse: «Tutte queste voci della cultura tradizionale mi hanno dato modo di capire me stesso, aiutarmi a modellare una specie di identità africana personale e di liberarmi per guardare il mondo in un altro modo». (Al Jazeera)