Accordo sui fondi congelati di Gheddafi
L’Unione Africana, orfana di Gheddafi, si prepara a decidere sul riconoscimento dei ribelli libici. Le Nazioni Unite chiedono che sia autorizzato lo scongelamento dei fondi del raìs in favore dei ribelli. In gioco 1,5 miliardi di dollari. Il Sudafrica apre sull’impiego di una tranche di 500 milioni. Dubbi sulla Libia post-Gheddafi.

L’Unione Africana si prepara a cedere il passo di fronte all’evidenza. Il vertice che vede riunirsi, oggi, i membri del Consiglio di pace e sicurezza dell’Ua potrebbe concludersi, secondo fonti diplomatiche sudafricane, con il riconoscimento del Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) libico come unico rappresentante legittimo di Tripoli. Gambia, Gabon, Senegal, Tunisia, Egitto, Marocco, Nigeria, Etiopia, Ciad e Burkina Faso hanno già riconosciuto il Cnt, invitando gli altri membri dell’Ua a fare lo stesso.

Il Sudafrica, dopo un’opposizione iniziale, ha già raggiunto un accordo con gli Stati Uniti per autorizzare l’utilizzo per scopi umanitari dei fondi libici congelati dalle Nazioni Unite. Una decisione che potrebbe permettere al Cnt di attingere a circa 1,5 miliardi di dollari, anche se Pretoria, per il momento, avrebbe dato il via libera solo all’uso di una prima tranche di 500 milioni di dollari, in attesa di un riconoscimento ufficiale.

Si preparano tempi difficili per le casse dell’Ua, orfana di uno dei suoi principali promotori, Muammar Gheddafi. La Libia, infatti, insieme ad altri quattro paesi, tra cui il Sudafrica, contribuiva per il 75% del budget dell’organizzazione.
Dopo 42 anni di potere e 5 mesi di guerra civile, il dittatore libico sembra essere ad un passo dalla fine. La Corte penale internazionale dell’Aja, intanto, aggiunge la sua pressione sul raìs e suo figlio, Saif Al Islam, limitando la scelta per un loro eventuale esilio. In prima fila, tra le mete possibili, si propone lo Zimbabwe, che, nonostante la disfatta di Gheddafi, continua ad opporsi al riconoscimento del Cnt, minacciando, oggi, di deportare lo stesso ambasciatore libico ad Harare, reo di essersi pronunciato al fianco dei ribelli. La Francia, intanto, ha proposto un vertice del Gruppo di contatto per la Libia, a Parigi, la prossima settimana.

Petrolio
La vera partita sembra, tuttavia, giocarsi in queste ore, senza alcuna prospettiva su cosa accadrà al paese. I prossimi giorni saranno un test importante per le forze ribelli, unite dall’odio nei confronti di Gheddafi, ma profondamente divise tra le componenti tripolitane e cirenaiche. I centri militari più importanti si trovano, infatti, a ovest, mentre a est, Benghazi rimane il centro ispiratore del potere politico, nonostante il recente trasferimento della sede del Cnt a Tripoli.

Sono già entrati in funzione, intanto, i meccanismi di salvaguardia messi in campo dalle multinazionali petrolifere, protagoniste, nel caso italiano, più che mai sul piano diplomatico. Il 22 luglio, poco dopo l’ingresso a Tripoli dei ribelli, le dichiarazioni del ministro degli esteri Franco Frattini, ospite di Rai Uno, nella trasmissione Unomattina, hanno spinto a livelli record le azioni dell’italiana Eni: “Il gruppo Eni ha un futuro da numero uno” ha detto Frattini. Con un +6,33% Eni ha guidato, in una giornata, il recupero della Borsa italiana, ancora sorretta dal benefico ‘effetto Libia’. A darle manforte ci ha pensato, sempre lunedì, Abdeljalil Mayouf, responsabile delle informazioni per la società petrolifera dei ribelli, Agoco (Arabian Gulf Oil Company): “Non abbiamo problemi con le compagnie occidentali, come le italiane le francesi o le britanniche – ha detto oggi Mayouf – ma potremmo avere dei problemi politici con Russia, Cina e Brasile”. Il riferimento è rivolto all’opposizione che i tre paesi hanno sempre mostrato di fronte alle sanzioni imposte dall’Onu al regime di Gheddafi.

Prima della guerra, la Libia era in grado di esportare 1,6 milioni di barili di greggio al giorno, con riserve in grado di sostenere la produzione per circa 80 anni. Agoco ha già fatto sapere di essere tecnicamente pronta ad esportare 250.000 barili di petrolio al giorno, anche se gli analisti stimano che siano necessari due anni per tornare ai livelli di produzione precedenti alla guerra.

Per Eni, il ritorno in Libia, significherebbe recuperare il 13% del proprio fatturato e una strategica fonte di materie prime per l’Italia. A perdere, sarebbero le 75 imprese cinesi che operano in Libia, oltre ad importanti compagnie russe, come Gazprom, impegnate in progetti da miliardi di dollari. La stessa Petrobas brasiliana insieme al gigante delle costruzioni Odebrecht hanno investimenti attivi nel paese. Secondo le analisi più accreditate, la francese Total e Eni potrebbero emergere come le “vincitrici” della partita post-bellica.

Immigrazione
Salvo anche il ‘sistema di sbarramento’ anti-migranti, almeno così sembrerebbe. L’accordo siglato il 17 giugno tra governo italiano e Cnt potrebbe aver preventivamente messo un freno a future partenze di migranti dalle coste libiche. Una cooperazione chiesta ai ribelli attraverso un memorandum d’intesa dai contorni ancora poco chiari. L’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ne ha subito denunciato la legittimità contestando la mancata pubblicazione del testo. “È evidente che trattandosi di accordo di natura politica esso non può certo essere concluso in forma semplificata, ma deve essere prima sottoposto alle Camere per l’approvazione” spiega l’Asgi, che chiede, inoltre, quale sia il destino riservato al trattato di amicizia tra Italia e Libia, siglato a Bengasi il 30 agosto 2008 e ratificato nel 2009. (aggiornato il 26/8/2011)