A metà del guado
Il paese è a un punto cruciale del processo di transizione e nessuno può arrischiare previsioni sull’immediato futuro. Mentre tutti ribadiscono l’impegno per le elezioni del febbraio 2010,un terzo del budget va all’esercito e alla sicurezza, e Salva Kiir, leader del Sud Sudan, manda a dire che è molto forte il rischio di una ripresa delle ostilità. Da Nigrizia mensile di giugno 2009.

L’accordo complessivo di pace (Cpa), firmato nel gennaio 2005, definiva l’estate 2009 come il momento di svolta: erano previste le elezioni, le prime libere dal 1986, quando Sadiq El-Mahdi diventò primo ministro, prima di essere esautorato, tre anni dopo, dal colpo di stato di Omar El-Bashir. Il nuovo governo di unità nazionale ha, invece, posticipato le elezioni a febbraio 2010: sia il presidente El-Bashir sia i vertici dell’Splm si sono impegnati a preparare la campagna elettorale e l’appuntamento elettorale senza ulteriori ritardi.

El-Bashir, ogni volta che tocca l’argomento, promette elezioni libere e trasparenti, ma molti tra giornalisti e attivisti per i diritti umani lo ascoltano con scetticismo. Cronisti e opinionisti vengono censurati e sottoposti alle “cure” dei servizi di sicurezza. Gli attivisti per i diritti umani sono arrestati e magari processati con l’accusa di «spionaggio». Un recente rapporto di Human Rights Watch documenta molti casi.

Ci si chiede come sarà possibile organizzare elezioni regolari nelle aree più remote. Dopo vent’anni di guerra civile, in molte zone rurali la ricostruzione non è nemmeno iniziata. Anche solo le difficoltà logistiche mettono a rischio l’operazione di voto, come ha dimostrato il censimento dell’aprile 2008. Inoltre, quelle del prossimo febbraio saranno elezioni complicate, dove, per esempio, i cittadini del Sud Sudan – magari analfabeti – potrebbero ricevere fino a dodici schede elettorali, visto che, oltre che per il rinnovo del potere centrale, si voterà anche per il parlamento del Sud Sudan e per le cariche locali.

Non bisogna, comunque, sminuire l’importanza delle prossime elezioni. Esse verificheranno i rapporti di forza tra il Congresso nazionale (Nc, il partito di El-Bashir) e il Movimento di liberazione del popolo del Sudan (Splm, l’erede politico dell’esercito del sud), i due nemici che si sono combattuti per oltre vent’anni e che oggi guidano insieme il paese. Le elezioni serviranno anche a ridisegnare la geografia politica di Khartoum: da quando il Sudan è indipendente, chi detiene il potere nella capitale comanda dappertutto, e proprio questo è stata una causa non secondaria dei conflitti, visto che le periferie del più vasto paese africano si sono ripetutamente sentite ai margini e si sono ribellate.

L’appuntamento che dovrebbe chiudere questa lunga fase di transizione sarà, però, il referendum del 2011, quando gli abitanti del sud dovranno scegliere se rimanere nel Sudan o diventare uno stato autonomo. Mancano ancora due anni, ma sia il nord sia il sud sanno che la partita decisiva sarà quella, non le elezioni del 2010.

 

 

Corsa al riarmo

Un Sud Sudan autonomo era la grande promessa del Cpa. La guerra civile scoppiata nel 1983 fu anche la ribellione dei sudanesi del sud, neri, africani, talvolta cristiani e abituati a studiare in inglese, contro un nord visto e avvertito come arabo, fortemente musulmano, quando non dichiaratamente integralista. Nonostante John Garang – il leader storico dell’Spla/Splm, la guida indiscutibile sia della guerra ventennale sia degli accordi di pace – ripetesse sempre di voler costruire un nuovo Sudan, molti intendevano quelle parole come l’aspirazione a un nuovo Sud Sudan. Per la prima volta nella storia, dal 2005 un governo sud-sudanese ha avuto la possibilità di amministrare la politica e l’economia del sud con una notevole autonomia. I risultati, però, non sono tra i più incoraggianti.

Il governo del sud, anche a causa della crisi economica ormai globale, giudica la propria situazione «talmente seria» da necessitare «misure drastiche», come ha spiegato il portavoce Gabriel Changson Chang. Detto in modo più esplicito, il Sud Sudan rischia di rimanere senza soldi. Oltre il 90% del budget pubblico dipende dalle rendite petrolifere (stabilite sempre dal Cpa). Dopo l’enorme aumento del prezzo del greggio dello scorso anno, il ribasso di quest’anno certo non aiuta. Il governo di Juba fatica a pagare funzionari pubblici e soldati: il malumore e le proteste crescono. Circa un terzo delle spese del governo sono destinate all’esercito e alla sicurezza. Molte stime, non ufficiali, dicono che, in realtà, la percentuale è ancora più alta. Mentre i documenti ufficiali sostengono che le priorità di spesa dovrebbero essere la ricostruzione e lo sviluppo (strade e vie di comunicazione, scuole, ospedali), è un segreto di pulcinella che sia il sud sia il nord si stanno pesantemente riarmando.

Qualche mese fa aveva fatto scalpore il caso della nave ucraina Faina, sequestrata dai pirati il 25 settembre 2008 al largo delle coste somale. Il carico di armi (tra cui 33 carri armati) era destinato ufficialmente al Kenya, ma in realtà al Sud Sudan. In seguito al pagamento di un riscatto, il 12 febbraio la Faina è arrivata nel porto di Mombasa, scortata da una nave da guerra statunitense, ma del carico si sono perse le tracce.

Questo è solo un esempio. Tutto il Sudan è un crocevia di traffici di armi. Nel nord, per esempio, vengono sbarcate le armi iraniane destinate ad Hamas, a Gaza, via Egitto. E se il petrolio sudanese in questi ultimi dieci anni è servito anche a comprare moltissime armi dalla Cina, il governo di Khartoum, con un accordo del novembre scorso, sta cercando di far entrare nell’affare anche la Russia.

Il Sud Sudan non si sta riarmando solo per prepararsi a una eventuale ripresa della guerra contro il nord dopo il referendum, dal quale molti attendono una vittoria degli indipendentisti. Ci sono tensioni ben più vicine. Come ha sottolineato ai primi maggio, durante un sua visita in Kenya, il presidente sud-sudanese, Salva Kiir Mayardit: alla domanda di un giornalista, ha risposto senza mezzi termini che «il rischio di una ripresa della guerra tra Nord e Sud Sudan è molto forte».

Il Sud Sudan deve anche fronteggiare una serie di scontri interni, che spesso degenerano in battaglie. Negli ultimi mesi ci sono stati scontri sulle Montagne Nuba e nelle province del Nilo Superiore e dell’Equatoria Orientale. Tra marzo e aprile nello stato di Jonglei la rivalità tra gruppi luo, nuer e murle ha causato un migliaio di morti. La spiegazione ufficiale è che si è trattato di conflitti per l’accesso all’acqua, contese per l’utilizzo dei pascoli, vendette per razzie di bestiame. Ma ciò non basta per provocare stragi: ci vogliono le armi. E in Sud Sudan tutti sono ancora armati. Il Cpa ha posto fine alla guerra civile tra nord e sud, ma non ha tolto i kalashnikov alla popolazione.

Il governo del Sud Sudan ci ha provato due volte. Nel 2006 ha lanciato una campagna, principalmente tra i nuer, che ha causato – secondo l’organizzazione svizzera Small Arms Survey – complessivamente 1.600 morti, in seguito alla ribellione della popolazione. Nel 2008 l’esecutivo di Juba ci ha riprovato, in altre zone, ottenendo risultati migliori, ma comunque inferiori alle aspettative. Togliere i kalashnikov ai sud-sudanesi rimane un’operazione lunga, difficile e rischiosa. Soprattutto perché per convincere le persone a deporli bisogna dar loro qualcosa in cambio: sicurezza, denaro, prospettive di lavoro e gratificazioni di potere.

Inoltre, le truppe dell’Spla non sempre sono disciplinate e agli ordini di comandanti efficienti anche in tempo di pace. Senza dire che molti civili vedono l’esercito sudista come espressione dell’etnia dinka, e ciò aumenta la diffidenza degli altri gruppi.

Salva Kiir ha dichiarato che i conflitti etnici sono «fomentati da alcuni politici». Secondo Kiir, si stava addirittura meglio durante la guerra civile: «Quando noi combattevamo nella savana, non c’erano scontri etnici». Il che non è vero, ma almeno gli scontri di quel periodo – spesso anche faide interne all’Spla – potevano sempre essere spiegati, accusando il governo e l’esercito di Khartoum di applicare la tattica del divide et impera. Oggi, invece, l’esecutivo di Juba deve dimostrare a tutti di essere veramente al di sopra delle parti.

Le tensioni interne si mescolano a quelle etniche e a quelle tra il nord e il sud, soprattutto nelle zone di confine. Alla fine di febbraio nella zona di Malakal, lungo il confine tra le due zone del paese, i combattimenti tra i soldati dell’Spla e quelli dell’esercito di Khartoum, al comando del generale Gabriel Tangm, hanno causato almeno 57 morti. Tangm ha parlato, ancora una volta, di un problema tra etnie nuer (di cui egli è membro) e dinka.

 

Darfur “somalizzato”

Una delle pecche originarie del Cpa è di essere un accordo tra nord e sud (o meglio, tra Nc e Splm), senza prendere in considerazione il Darfur. Qui, la guerra scoppiata nel 2003, dopo aver conosciuto una prima cruentissima fase (quella che, secondo l’Onu, ha causato finora oltre trecentomila morti, mai riconosciuti dal governo di Khartoum), si è trasformata in una sorta di guerra a bassa intensità, dove tutti combattono contro tutti.

La missione congiunta Unione africana-Onu non può mantenere una pace che non c’è, né imporne una, visto che non ha mezzi, mandato, né volontà politica. Sarebbe già molto se riuscisse a permettere una vita dignitosa nei campi degli sfollati e una regolare distribuzione degli aiuti. Non di rado, però, i caschi blu sono troppo occupati a proteggere sé stessi, visto che agguati e imboscate a uomini e mezzi della missione sono ormai regolari.

Inoltre – anche se può sembrare un paradosso – la richiesta di arresto da parte della Corte penale internazionale nei confronti di El-Bashir, con l’accusa di crimini di guerra e contro l’umanità in Darfur, sembra aver rafforzato la posizione del presidente. Dopo essere finito sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo, all’inizio di marzo, come presunto criminale di guerra, El-Bashir si è prima recato in Darfur, poi ha tranquillamente girato mezza Africa (Egitto, Etiopia, Eritrea, Libia), infine ha partecipato ai colloqui di pace sul Darfur in Qatar… e tutto come se niente fosse, anzi presentandosi come attore insostituibile del processo di pace.

Dopo aver espulso 13 organizzazioni non governative straniere e dopo aver chiuso 3 ong sudanesi, accusandole di «spionaggio», El-Bashir ha promesso – anzi, ha minacciato – un’operazione di sudanizzazione degli aiuti umanitari. Questo vorrebbe dire che le operazioni sul campo, in particolare in Darfur, dovrebbero essere svolte da operatori sudanesi, con il beneplacito del governo, e non più da stranieri al servizio delle ong, i quali hanno spesso il difetto, secondo Khartoum, di essere scomodi testimoni.

Da quando esiste la guerra in Sudan, ovvero da quando esiste il Sudan indipendente, gli aiuti umanitari sono sempre stati una merce di pressione politica, da utilizzare contemporaneamente sia in politica interna sia negli incontri internazionali. I civili che vivono in Darfur, e in particolare gli sfollati, continuano ad avere un estremo bisogno di aiuto. Sono ormai ridotti, però, a pedine di uno scacchiere assai più vasto: la vera partita per il potere si gioca a Khartoum.

In un paese formalmente in pace, con una regione grande come la Francia in guerra, aumentano ogni mese i segnali – come il rapimento di alcuni operatori umanitari europei – di una somalizzazione del Darfur, dove a fatica si distinguono le milizie paramilitari filogovernative, i criminali comuni e le formazioni ribelli.

Occorre sforzarsi di considerare il Sudan nel suo complesso, non solo come una serie di problemi regionali slegati fra loro. Il Kordofan meridionale, in particolare la zona di Abyei, è una polveriera pronta a esplodere. L’est, dove la ribellione locale è arrivata molto vicino alla guerra contro il governo centrale, non dà segni di miglioramento sociale ed economico, né di maggior integrazione politica. Ma un differente approccio al problema Sudan non sembra ipotizzabile, senza una diversa ridistribuzione del potere (politico ed economico) a livello centrale.

Omar El-Bashir ha preso il potere a Khartoum con un colpo di stato il 30 giugno 1989. Nei successivi vent’anni, attorno a lui, sia in Sudan sia nel mondo, tutto è cambiato. Lui, invece, è ancora presidente. Senza alcuna intenzione, a quanto pare, di lasciare il potere.

Censimento: Splm accusa

I sudanesi sono 39 milioni e 150mila. Questo è, per ora, l’unico dato ufficiale del censimento svolto nel 2008. La stampa sudanese, tuttavia, ha pubblicato alcune indiscrezioni, secondo cui il Darfur avrebbe circa 7,5 milioni di abitanti e il Sud Sudan 8,2. Assieme, le due regioni rappresenterebbero quasi il 40% della popolazione nazionale. I sud sudanesi che ancora vivono come sfollati nel Nord Sudan sarebbero almeno 500mila. Alla fine del 2008 l’Onu stimava che, dopo la pace del 2005, 2.370.000 sud-sudanesi, sfollati al nord a causa della guerra civile, fossero tornati nel sud. All’appello ne mancano ancora un milione, la maggior parte dei quali, presumibilmente, si sono rifugiati all’estero.

Il 7 maggio scorso il governo del Sud Sudan ha scoperchiato il “vaso di pandora” del censimento, affermando davanti alla stampa internazionale che i risultati sono stati «scandalosamente manipolati con una deliberata scelta politica». In particolare, ha definito priva di fondamento la cifra sulla popolazione del Sud Sudan (8,2 milioni) e ha rilevato che i 240mila sud-sudanesi “censiti” in Khartoum risultano meno degli iscritti alle varie sezioni che l’Splm gestisce nella capitale e infinitamente meno di coloro che ricevono assistenza medica e cibo dalle organizzazioni non governative. Anche il sorprendente e fenomenale raddoppio della popolazione nel Sud Darfur tra il 1993 e il 2009 evidenzia quanto i dati siano stati gonfiati o sgonfiati ad arte.

* ha curato i volumi Darfur, geografia di una crisi (2008, Altreconomia) e Scommessa Sudan, la sfida della pace dopo mezzo secolo di guerra (2006, Altreconomia).