Dopo mesi di relativa calma che hanno permesso a centinaia di migliaia di sfollati e rifugiati di rientrare nella capitale del Sudan, Khartoum è tornata ad essere colpita da una nuova ondata di attacchi con droni che il governo militare attribuisce alle Forze di supporto rapido (RSF) con il sostegno di Emirati Arabi Uniti e dell’Etiopia.
A partire dal 1° maggio i droni hanno preso di mira quartieri residenziali e diverse installazioni militari nelle città gemelle di Bahri e Oumdurman, e l’aeroporto internazionale, colpito anche ieri da due missili lanciati da un drone a lungo raggio.
L’aerodromo è tornato operativo nell’ottobre 2025 dopo essere stato sottoposto a ingenti lavori di riparazione per i danni legati al conflitto in corso da oltre tre anni nel paese.
Il 2 maggio scorso un altro attacco aveva colpito un veicolo civile alla periferia di Khartoum, uccidendo cinque persone.
Sempre negli ultimi giorni, altri attacchi con droni a lungo raggio sono stati lanciati anche negli stati del Nilo Bianco, Gezira, Kordofan Settentrionale, Gedaref e nel Nilo Azzurro, dove altre 10 persone sono morte e 20 sono rimaste ferite, per lo più donne e bambini.
Nello stato di Gezira un drone ha colpito il 2 maggio l’abitazione del comandante delle Sudan Shield Forces, Abu Agla Keikal, uccidendo sei membri della sua famiglia. Keikal aveva disertato le RSF unendosi con la sua milizia alle Forze armate sudanesi (SAF) nell’ottobre del 2024, aprendo così la strada alla riconquista dell’intero territorio degli stati di Gezira e Khartoum, e alla successiva estensione delle operazioni militari dell’esercito alle regioni del Kordofan e del Nilo Azzurro.
Escalation di tensione con l’Etiopia
Tornando ai recenti attacchi sulla capitale, il ministro degli Esteri Mohieddin Salem e il portavoce militare Asim Awad Abd al-Wahab hanno tenuto una conferenza stampa questa mattina, affermando di avere “prove conclusive” che i droni coinvolti nell’operazione contro l’aeroporto internazionale siano stati lanciati dalla base aerea di Bahar Dar, in Etiopia, aggiungendo che il governo si riserva il diritto di rispondere “nel momento e nel luogo che riterrà opportuni”.
“Annunciamo formalmente il coinvolgimento degli Emirati Arabi Uniti e dell’Etiopia nel bombardamento dell’aeroporto di Khartoum”, si legge in un comunicato diffuso successivamente dall’agenzia di stampa statale.
«Non cerchiamo di iniziare un’aggressione ma chiunque ci attacchi riceverà una risposta», avverte Salem, aggiungendo che il suo paese è «pronto a entrare in aperto confronto con l’Etiopia».
Per il momento la risposta sudanese si è limitata al piano diplomatico con il richiamo del proprio ambasciatore ad Addis Abeba per consultazioni.
Secondo quanto riportato dal sito d’informazione sudanese Sudan Tribune, “funzionari militari avrebbero fornito dati tecnici secondo i quali un drone di fabbricazione turca con numero di serie S88, identificato come proprietà degli Emirati, sarebbe stato tracciato mentre entrava nello spazio aereo sudanese proveniente dall’Etiopia.
I militari precisano inoltre che lo stesso drone sarebbe stato “coinvolto in attacchi nelle regioni del Nilo Azzurro e del Kordofan prima di essere intercettato e abbattuto vicino a El Obeid (capitale del Kordofan Settentrionale, ndr) a marzo”.
Al-Wahab ha aggiunto che “un altro drone, lanciato dalla stessa base etiope, avrebbe violato lo spazio aereo sudanese il 1° maggio, prendendo di mira l’aeroporto di Khartoum, prima di essere respinto dalla difesa aerea”.
Da parte sua il ministero degli Esteri etiopico ha respinto le accuse definendole “infondate”, accusando a sua volta la giunta sudanese di fornire supporto finanziario e militare ai “mercenari del TPLF”, movimento armato e partito politico protagonista di una sangionosa guerra civile conclusa nel novembre 2022 e al centro di rinnovate tensioni con il governo federale.
Per il ministero “le attività dei mercenari del TPLF in Sudan sono di dominio pubblico, ed esistono prove semplici e credibili che dimostrano come il Sudan funga da centro nevralgico per diverse forze anti-etiopi”. “È evidente che queste azioni ostili, così come le recenti e precedenti accuse mosse da funzionari delle forze armate sudanesi, siano intraprese su istigazione di mandanti esterni che cercano di portare avanti i propri nefasti obiettivi”, prosegue il comunicato, senza specificare chi siano i presunti “mandanti esterni”. Il riferimento potrebbe essere all’Egitto o alla vicina Eritrea, alleate all’esercito sudanese e in pessimi rapporti con Addis Abeba.
Le prove del coinvolgimento etiopico ed emiratino
Fino ad ora Addis Abeba e Abu Dhabi hanno sempre negato un coinvolgimento diretto nel conflitto sudanese, documentato invece da un’inchiesta dell’agenzia britannica Reuters, pubblicata lo scorso febbraio, che fornisce prove dell’esistenza di infrastrutture segrete destinate all’addestramento e al rifornimento delle RSF oltreconfine, nella regione etiopica del Benishangul-Gumuz. Strutture che sarebbero sostenute logisticamente e militarmente dagli Emirati Arabi Uniti.
Una successiva inchiesta condotta nell’arco di tempo che va dal 29 dicembre 2025 al 29 marzo 2026 dal Laboratorio di Ricerca Umanitaria della Yale School of Public Health attraverso l’analisi di immagini satellitari e di foto e video diffusi online, evidenzia un’ampia gamma di attività compatibili con una assistenza militare alle RSF presso una base delle Forze di difesa nazionali etiopi (ENDF) alla periferia della città occidentale di Asosa, sempre nel Benishangul-Gumuz.
La documentazione collega tra l’altro i camion per il trasporto di pickup e altri veicoli avvistati ad Asosa con Berbera, la città portuale del Somaliland, nella Somalia settentrionale, che ospita una base gestita dagli Emirati Arabi Unitie che fungerebbe da hub per le catene di approvvigionamento.