Attentato al cardinal Zubeir Wako
La comunità cattolica sudanese sta vivendo periodi di alta tensione. Il tentativo di colpire l’arcivescovo di Khartoum, il 10 ottobre, non sembra solo il gesto di un folle. A maggio, gruppi radicali avevano minacciato di morte chi si oppone all’islam. E già in passato mons. Zubeir era stato vittima di intimidazioni.

Si era mescolato tra la folla. Sembrava voler confondersi tra i danzatori che stavano animando la celebrazione eucaristica per la festa di san Daniele Comboni, al Comboni Playground di Khartoum. Era, infatti, il 10 ottobre e, come ogni anno, migliaia di cattolici dell’arcidiocesi della capitale sudanese stavano celebrando la festa del primo vescovo dell’Africa Centrale, morto il 10 ottobre del 1881 proprio a Khartoum. Poi, alla fine del canto del “Gloria”, quando anche i ballerini stavano per lasciare l’altare, quell’uomo, con un coltello in mano, è rimasto da solo. Pronto a colpire. Il suo obiettivo era il cardinale Gabriel Zubeir Wako, arcivescovo di Khartoum. A fermare la mano omicida, disarmandola, ci ha pensato un uomo della security del cardinale, Barnaba Matuech. L’individuo arrestato si chiama Hamdan Mohamed Abdurrahman. Interrogato presso la sede centrale delle forze armate sudanesi, ha detto di essere un arabo misseriya, dello stato del Kordofan Meridionale.

 

Lo spavento e le preoccupazioni nella comunità cattolica sudanese sono schizzate ai massimi livelli. Non è la prima volta che il cardinale è oggetto di intimidazioni. Stavolta, però, il clima che si respira a Khartoum è davvero pesante. L’avvicinarsi dell’appuntamento referendario per la secessione nel sud del paese sta mettendo in fibrillazione anche il nord. Soprattutto i milioni di sud-sudanesi che vivono nelle periferie della capitale. Già a maggio, un’associazione islamica distribuì un volantino in cui si chiedeva l’assassinio di chi ostacolava l’islam in Sudan. Su quel foglio non c’erano scritti i nomi degli obiettivi da eliminare. Ma, guarda caso, il nome del cardinale compariva in un angolo del volantino diffuso in migliaia di copie. Poi, nel corso dei mesi, sono circolati informalmente negli ambienti che contano della capitale anche i nomi dei soggetti da eliminare. Tra questi, pure il fratello più giovane di mons. Zubeir Wako, Elias. Come già accennato, non è la prima volta che qualcuno cerca di colpire l’arcivescovo. Nel 2000, al termine di una celebrazione eucaristica “giubilare”, una grossa pietra fu scagliata contro mons. Wako, mentre si accingeva a lasciare in macchina il campo sportivo del Comboni College. Fu frantumato il vetro dell’automobile, ma non ci fu nessun ferito. Non fu mai individuato l’autore di quel gesto, che si dileguò rapidamente tra la folla. E così nessuno, per quell’azione, è mai stato fermato dagli apparati di sicurezza.

 

Il cardinale subì un altro attentato da parte di un giovane del gruppo etnico nuer in una parrocchia di Omdurman, sempre durante una celebrazione eucaristica. Anche in quella circostanza, nessun fermo e nessuna indagine avviata.

 

Ma l’episodio più grave avvenne il 1° maggio 1998, quando la polizia segreta sudanese fece irruzione, alle 7 del mattino, nell’episcopio. L’arcivescovo Wako fu prelevato e portato in prigione per alcune ore. La diocesi era accusata, senza uno straccio di prova, di dovere 650 mila dollari a un mercante, da cui aveva acquistato alimenti in favore dei rifugiati. In realtà, il regime sudanese aveva individuato in mons. Wako il leader della quinta colonna a Khartoum dell’Esercito di liberazione del popolo sudanese (Spla), i guerriglieri del sud.

 

Questi incidenti ripetuti negli anni – assieme agli attacchi da parte di giornali e tivù allineati alle politiche del governo centrale, ai discorsi di personalità politiche, come quelli del governatore di Khartoum contro le povere scuole cattoliche nei campi profughi alla periferia della capitale – testimoniano come sia temuta la figura di questo pastore della chiesa, da sempre impegnato nella difesa dei più poveri.

 

È sempre stata chiara e cristallina la presa di posizione di mons. Wako contro un governo oppressore, incapace di prendersi cura del popolo, e a difesa della gente maltrattata e obbligata a vivere nei campi profughi. La situazione di queste persone, soprattutto di quelle scappate negli ultimi anni dall’inferno del Darfur, si è enormemente aggravata. Nei campi la presenza della chiesa cattolica è vista come una forma di protesta continua. Il prelato non si stanca di sollecitare il governo a prendersi cura di questi poveri abbandonati in situazioni estreme.

 

La presa di posizione della chiesa e del suo responsabile a Khartoum ha sempre suscitato paure in alcuni ambienti cittadini. Specialmente nel circolo dei Fratelli Musulmani. La difesa dei poveri da parte del cardinale è sempre stata vista come un diretto attacco all’islam. In verità, mons. Zubeir Wako ha costantemente criticato la shari’a imposta ai non musulmani e si è sempre battuto contro le leggi coraniche che violano i diritti umani, anche quando sono applicate agli stessi musulmani. Ma ciò che dà più fastidio ai fondamentalisti islamici sono i programmi educativi promossi nelle scuole cattoliche, ovunque presenti nei campi profughi.

 

È l’azione pastorale in favore dei poveri nel campo dell’educazione, della sanità, dell’assistenza concreta, in particolare a donne e bambini – da sempre capisaldi dell’impegno sociale del cardinale – ad aver causato tanta opposizione, negli ultimi 15 anni, alla chiesa cattolica e alla sua persona.

 

Opposizione che ha avuto, nel corso del tempo, risvolti drammatici, come quando la chiesa cattolica fu condannata a pagare più di 500.000 dollari per l’aiuto portato alle popolazioni durante le inondazioni del 1988. Oppure quando la comunità cattolica vide alcuni suoi preti (sia locali che missionari) arrestati, come è capitato a padre Pietro Coronella, al diacono permanente Kamal Tadros (per il suo lavoro di assistenza ai bambini e agli ammalati), o a padre Romeo Todo Logworo, oggi professore al seminario maggiore di Khartoum. Per non parlare dell’espulsione di alcuni padri e suore salesiani.

 

Quella nel Nord Sudan è una chiesa che si trova oggi, al di là di chi vuole metterle i bastoni tra le ruote, in prima fila per il mantenimento della pace in un paese sempre in bilico. Il referendum secessionista di gennaio sarà oggetto di discussione dall’8 al 15 novembre a Rumbek, capitale dello stato dei Laghi, in Sud Sudan, dall’assemblea plenaria straordinaria dei vescovi cattolici sudanesi. È la seconda nel 2010, a sottolineare l’eccezionalità del momento storico che il paese sta vivendo.




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