Sudan: avvocati e attivisti contestano il rapporto della CPI sui crimini in Darfur
Conflitti e Terrorismo Sudan
Per la Corte penale internazionale ci sono "ragionevoli motivi" per ritenere che nella regione vengano commessi crimini di guerra e crimini contro l'umanità
Sudan: avvocati e attivisti contestano il rapporto della CPI sui crimini in Darfur
18 Luglio 2025
Articolo di Redazione
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Forti critiche all’operato della Corte penale internazionale (CPI) sono state espresse da avvocati e attivisti per i diritti umani sudanesi all’indomani della presentazione del rapporto del tribunale dell’Aja sui crimini in Darfur al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, lo scorso 10 luglio.

Un rapporto che “manca di serietà e di risultati tangibili” per l’avvocato Saleh Mahmoud, che a Radio Dabanga parla di “un fallimento istituzionale e uno spreco di risorse”, sottolineando che importanti imputati come il deposto presidente Omar al-Bashir, l’ex ministro degli Interni Ahmad Harun e l’ex ministro della Difesa Abdel Raheem Hussein – ai vertici del regime islamista rovesciato nel 2019 – rimangono latitanti.

Mahmoud fa notare che dal deferimento del caso Darfur alla Corte nel 2005, un solo sospettato, Ali Muhammad Ali Abdelrahman, conosciuto come Ali Kushayb, uno dei più importanti leader delle milizie janjaweed (oggi Forze di supporto rapido – RSF) , è finito sotto processo.

“Vent’anni dopo, le vittime hanno perso fiducia nella serietà della Corte”, ha dichiarato invece l’avvocato e attivista per i diritti umani Moez Hadra all’emittente sudanese. Per lui quello della CPI è un rapporto “inconcludente” che ricicla vecchie promesse senza riuscire a garantire giustizia.

Hadra contesta inoltre il fatto che le indagini del tribunale dell’Aja siano limitate ai crimini commessi nella regione del Darfur, escludendo le atrocità compiute sia dall’esercito che dalle milizie RSF in altre zone di guerra del paese.

“I crimini ora includono Khartoum, il Kordofan e altre aree. Perché le indagini dovrebbero rimanere limitate al Darfur?” chiede l’avvocato.

Il rapporto della CPI

Nel rapporto presentato al Consiglio di sicurezza dalla viceprocuratrice della CPI Nazhat Shameem Khan, si stabilisce che ci sono “ragionevoli motivi” per ritenere che in Darfur vengano commessi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, avvertendo che la portata delle atrocità richiede un’azione internazionale urgente.

La violenza sessuale mirata contro donne e ragazze di specifiche etnie è stata indicata come una delle conclusioni più inquietanti emerse dall’inchiesta. “Esiste un modello ineluttabile di reati che prendono di mira genere ed etnia attraverso stupri e violenze sessuali”, ha affermato Khan, sottolineando che tali crimini devono essere tradotti in prove.

La viceprocuratrice ha quindi invitato tutti i partner a collaborare più strettamente per “garantire che non vi siano lacune nei nostri sforzi per assicurare i responsabili alla giustizia”.

Khan ha anche evidenziato una serie di difficoltà nel portare avanti le indagini sul campo, tra cui l’ostruzionismo e l’ostilità nei confronti degli investigatori, la grave carenza di finanziamenti, la limitata cooperazione da parte di alcuni stati e le difficoltà legate all’arresto e al trasferimento dei ricercati.

Due decenni di inchieste

Quello presentato il 10 luglio al Consiglio di sicurezza è il 41° rapporto della CPI sui crimini commessi in Darfur, frutto di una nuova indagine avviata nel 2023, in seguito a ripetute denunce di operazioni di pulizia etnica nella regione occidentale.

Il Consiglio dell’ONU ha conferito per la prima volta alla Corte penale il mandato di indagare e perseguire tali crimini due decenni fa, nel marzo 2005. Da allora il tribunale internazionale ha avviato molteplici inchieste sulle atrocità compiute ai danni della popolazione – inclusa quella di genocidio – a partire dal luglio 2002, emettendo sette mandati d’arresto.

Guerra e crisi umanitaria: i numeri

Stime prudenti indicano che il conflitto tra esercito ed RSF, in corso dal 15 aprile 2023, abbia causato la morte di almeno 150mila persone, un numero che continua a crescere giorno dopo giorno.

Le persone in fuga sono circa 12 milioni. La stragrande maggioranza – oltre 10 milioni – è rimasta all’interno del paese, rappresentando la più grande crisi di sfollamento al mondo.

A 17 milioni di bambini è stata negata l’istruzione.

Quasi 25 milioni di persone – più della metà della popolazione – ha urgente bisogno di assistenza umanitaria. Con la carestia (morte per fame) decretata in almeno 12 zone del paese.

Tra sfollamenti e uccisioni e stupri di massa, l’accesso umanitario è stato fortemente limitato, rendendo estremamente difficile per gli aiuti raggiungere le comunità vulnerabili. Ma il blocco dell’ingresso di aiuti è anche usato come arma, in particolare dalle RSF.

I bombardamenti non risparmiano obiettivi civili, come cui ospedali, centrali elettriche, dighe, acquedotti, aeroporti e depositi di carburante.

Quasi tre quarti delle strutture sanitarie del paese non sono più operative. Malattie come il colera e il morbillo si stanno diffondendo rapidamente, rese ancora più letali dalla diffusa malnutrizione.

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