Da Nigrizia di giugno 2010: a colloquio con il comandante Tang
Il generale Gabriel Tanginya è considerato tra i più brutali “signori della guerra” sudanesi: un sudista al servizio di Khartoum contro Juba e l’Splm/a. Le sue incursioni a Malakal hanno provocato centinaia di morti. Lui racconta, per la prima volta a un giornale occidentale, le ragioni della sua rottura con Garang e perché, in caso di conflitto, le sue milizie combatteranno con il nord.

L’inizio ha gli ingredienti di una classica spy story. I contatti con un intermediario. Le lunghe trattative. L’appuntamento che arriva dopo diversi rinvii. L’incontro in una piazza di Omdurman, cuore islamico del Sudan. Due Land Cruiser, con i vetri oscurati, in attesa. Il nostro pass partout locale che scende dalla vettura e va a confabulare con l’autista di una delle due auto blindate. Le sue parole, al ritorno: «Ritenetevi fortunati. È venuto lui stesso ad accogliervi. È il miglior augurio di benvenuto che potevate ricevere da un capo africano». Poi la mini colonna d’auto che sgomma via tra le strade affollate e accaldate di Khartoum. E che si ferma, qualche chilometro dopo, accanto a un palazzo bianco e marrone di quattro piani. Una piccola folla di uomini, guardinghi e muscolosi, che apre le porte delle auto e che traccia il percorso. Il quartier generale è un appartamento al primo piano. All’interno, una decina di persone, molte stanze da letto e una cucina.

 

Il generale è seduto su una specie di trono di legno. È per lui che ci siamo infilati in questa avventura. È conosciuto, anche oltre i confini sudanesi, con mille nomi: Gabriel Tangingyang, Gabriel Gatwech Chan, Gabriel Tanginya… Ma per tutti, lì, è il comandante Tang.

 

Non gode di buona stampa questo nuer originario del Nilo Superiore. E qualche ragione c’è. Per molti è uno spietato signore della guerra. Un sud-sudanese al soldo del regime. Una specie di ramo d’azienda di Khartoum, al quale è stato appaltato il compito di destabilizzare, con le sue incursioni bellicose, il sud. Un mercenario traditore, perstr i sudisti. Un patriota, per i suoi fedelissimi.

 

 

Carroarmato davanti casa

Ancora si ricordano come un incubo le sue visite nel dicembre 2006 e nel febbraio 2009 a Malakal (capitale dello stato sudista del Nilo Superiore), quando le milizie a lui devote e inserite nelle Unità miste integrate (Umi) hanno ingaggiato feroci scontri con gli uomini dell’Spla, il braccio armato del Movimento di liberazione del popolo sudanese (Splm). Ci furono centinaia di morti e feriti. Migliaia di persone fuggirono dalla città. La leggenda vuole che Tang sia arrivato a Malakal al seguito di 8 carri armati. E che uno di questi faccia bella vista ancora oggi davanti alla sua abitazione di Khartoum. «La verità è che andai a Malakal senza uniforme», racconta lui oggi. «Volevo incontrare la mia famiglia. Atterrato all’aeroporto, arrivò l’ordine immediato da Juba di arrestarmi. Ma, a quel punto, il contingente militare del nord della Umi locale bloccò i soldati dell’Spla. Da lì gli scontri. Se mi avessero arrestato, mi avrebbero ucciso subito».

 

È vero, infatti, che Salva Kiir, presidente rieletto della regione semiautonoma del Sud Sudan, lo vorrebbe morto. Ha posto una specie di taglia sulla sua testa. Ma anche arrestarlo sarà un problema. Tang, infatti, grazie ai suoi servizi a Khartoum, è stato promosso, da El-Bashir in persona, generale maggiore delle Forze armate sudanesi. Ed è complicato per chiunque mettere i ceppi a un alto ufficiale dell’esercito.

 

Si narra, poi, che Tang disponga di 2-3mila uomini pronti a combattere in qualsiasi momento per lui e che il regime del nord rimpingui le casse della sua milizia con 1.500 dollari al giorno.

 

Leggendo un rapporto del 2003 di Human Rights Watch, si scopre, poi, che Tanginya è stato protagonista, nei primi mesi del 2000, perfino del dirottamento di un aereo delle Nazioni Unite, per protestare contro l’aiuto fornito dai caschi blu a Riek Machar, uno dei ribelli sudisti, un tempo alleato, nonché capo di Tang, che aveva lasciato Khartoum per sposare nuovamente la causa di Juba, capitale del sud.

 

«Voi occidentali dovreste occuparvi delle vicende del Sudan con occhi aperti e non di parte. La vostra preoccupazione è solo quella di salvare l’accordo di pace del 2005. E chiudete gli occhi sulle mille ingiustizie che si stanno commettendo».

 

La narrazione del generale è tutta tesa a smontare il castello di artifizi e racconti dentro il quale, a suo dire, è stata ingabbiata la storia del sud. Il dialogo con lui è complicato. È più abituato ad allenare i muscoli delle braccia che quelli arrugginiti della riflessione. E poi parla solo la lingua dei nuer. A tradurre in inglese c’è l’ideologo del gruppo, un certo Sam, con laurea in scienze politiche. Tuttavia, al di là delle difficoltà, il fatto che per la prima volta abbia deciso di rilasciare dichiarazioni a un giornale straniero, fa intuire che anche per lui la parola ormai si rivela uno strumento indispensabile per dare cittadinanza anche a chi, come lui, è collocato nel sottoscala dell’informazione.

 

La sua tesi è chiara. E si può riassumere in quattro punti: a) John Garang, il leader indiscusso dell’Splm/a, morto qualche mese dopo aver firmato la pace con il nord nel 2005, ha imbrogliato le carte tradendo gli obiettivi originari del movimento separatista sudista. b) Quello che si sta realizzando nel sud è un impero dinka, con un dominio assoluto su tutte le altre etnie. c) L’Europa ha una responsabilità precisa nel non aver supportato l’accordo di pace del 1997, firmato con Khartoum da alcuni gruppi ribelli, ma bocciato da Garang. d) Se dovesse scoppiare una nuova guerra, i suoi soldati starebbero al fianco di Khartoum per rimuovere il regime dell’Splm/a e, dopo, rinegoziare l’indipendenza.

 

 

Gli imbrogli di Garang

La sua guerra ha inizio nel 1976. «Mi diedi alla macchia nella zona di Akabo, nell’area orientale del Nilo Superiore. Con altri ufficiali volevamo combattere Gaafar Nimeiry, il presidente generale salito al potere con un colpo di stato nel 1969. Vi rimasi fino al 1983. Nel frattempo John Garang, che aveva terminato gli studi in economia all’università di Iowa, negli Stati Uniti, era tornato nel 1980 in Sudan e si era messo a insegnare alla facoltà di agraria dell’università di Khartoum. Ma era, contemporaneamente, anche un colonnello dell’esercito sudanese. Nimeiry, così, decise di inviarlo nel sud con l’incarico di reprimere un ammutinamento avvenuto a Bor – capitale dello stato di Jonglei e sua città natale – da parte di 500 soldati sudisti. Facevano parte di un movimento di ribelli, conosciuto con il nome di Anya Nya II (dal nome di un veleno sud sudanese, ndr), nato sul finire degli anni ’70, che raggruppava tante sigle di gruppi indipendentisti. Cosa accadde? Che Garang, invece di reprimere la ribellione, si unì agli ammutinati. E nel maggio del 1983 da Anya Nya II nacque l’Esercito di liberazione del popolo sudanese (Spla), di cui divenne comandante in capo proprio Garang».

 

La formazione dell’esercito avviene in Etiopia, con l’appoggio del presidente Hailé Mariam Menghistu. Il quale immagina un uso strumentale dell’Spla nel suo conflitto con l’Eritrea. In realtà, poi, i finanziamenti di Addis Abeba servono a Garang per combattere i suoi avversari interni al movimento. «Sorsero subito problemi», continua Tang. «Già nel 1972, quando si riaccese il conflitto con il nord, l’obiettivo dei ribelli era la liberazione del Sud Sudan, non la guerra contro il Sudan per conquistare Khartoum. Garang, invece, si batté per questa seconda ipotesi: voleva un nuovo Sudan. E utilizzò i fondi e le armi etiopiche anche per far fuori ufficiali, come il sottoscritto, che non condividevano questo cambiamento di strategia».

 

La pace tradita

Nel 1991 avviene il grande big bang, con la nascita di nuovi movimenti separatisti sud-sudanesi. Una secessione guidata da Riek Machar, Lam Akol, Gordon Kong Chuol e altri. Sono gli anni in cui Khartoum, anche indirettamente, sostiene i nuovi movimenti, per spaccare il fronte sudista. «Nel 1997 i gruppi che facevano capo a Machar firmarono l’accordo di pace con El-Bashir (il Khartoum Peace Agreement)», ricorda Tang. «Poteva essere il momento di svolta. Il documento, riletto oggi, sembra l’esatta fotocopia dell’accordo di pace firmato poi nel 2005. Ma Garang si oppose, perché non era lui il promotore dell’iniziativa. E alcuni paesi europei lo appoggiarono, bloccando il processo di pace. Non solo. Fecero anche pressioni su alcuni generali, avversari di Garang, affinché rientrassero nell’Spla. E molti seguirono il consiglio. Lo stesso Machar, nel 2002, tornò a Juba e divenne il numero 3 dell’Splm/a. A quel punto, l’accordo del 1997 andò in fumo».

 

Simile la storia del generale Paulino Matip, un altro signore della guerra nuer, per anni al soldo di Khartoum, passato armi e bagagli al sud nel 2006, diventando il numero 2 dell’Spla. Anche se mantiene intatta la sua milizia, con la quale effettua incursioni e razzie nello Stato dell’Unità. «Matip non ci comunicò la sua scelta di tornare con Garang. Io e le mie truppe decidemmo di restare con Khartoum. C’erano troppe cose non ancora chiare. Che senso ha, ci siamo detti, combattere il nord, se poi instauriamo un regime ancora peggiore a Juba?».

 

La versione sudista diverge da quella di Tang. Si racconta, infatti, che quest’ultimo, bramoso di potere, per rientrare nei ranghi avrebbe avanzato richieste inaccettabili per Salva Kiir. Del tipo: diventare generale maggiore dell’Spla, comandante dell’area di Fangak, nel Nilo Superiore, e membro del parlamento di Juba.

 

«Frottole», le bolla lui oggi. «Salva Kiir è del tutto incapace di gestire il paese. Non potrà mai essere il presidente del Sud Sudan, se tutti i sud-sudanesi non saranno davvero uniti. Vorrebbe farci credere che i milioni di morti caduti nelle nostre terre hanno versato il loro sangue per la creazione dell’impero dinka».

 

 

Discriminati

Ma l’odio tribale è così forte da far passare in secondo piano la lotta contro chi, per quasi mezzo secolo, ha costretto la vostra gente a essere soggiogata e serva del nord? «E io le chiedo: possiamo pensare di avere unità e sicurezza in un gruppo, in un paese, in una nazione, se ci si sente costantemente in pericolo, con il timore di subire violenze, di essere discriminati, uccisi? Dopo l’accordo di pace, il GoSS (il governo del Sud Sudan, ndr.) promosse l’operazione di disarmo, smobilitazione e reintegrazione delle centinaia di migliaia di persone che avevano fatto parte dei vari gruppi armati durante la guerra. L’operazione è stata il pretesto per compiere razzie e uccisioni da parte dei dinka, l’etnia prevalente. Disarmavano gli altri gruppi e loro si tenevano le armi. Noi vogliamo la secessione. Non vogliamo essere considerati cittadini di serie b nei confronti di quelli del nord. Ma avremmo una nazione libera con quelli che oggi comandano a Juba? Secessione sì, ma in una nazione libera e democratica. Con l’Splm questo è impossibile. I suoi uomini si arrogano il diritto di gestire da soli il processo di pace. Ci sono migliaia di sud-sudanesi che vivono all’estero e che con le loro rimesse inviano un sacco di denaro a casa. Qualcuno ha mai pensato di permettere loro di tornare? Molti intellettuali hanno imparato a vivere in contesti multietnici e potrebbero aiutare la loro gente a vivere in armonia, anche se si appartiene a gruppi etnici diversi. L’Splm li ignora. I suoi dirigenti vogliono fare tutto da soli. L’Occidente, se non avesse occhi faziosi, potrebbe contribuire a cambiare le cose. Si potrebbe organizzare in una delle vostre capitali, anche a Milano, un grande appuntamento in cui invitare i rappresentanti di tutte le fazioni del Sud Sudan. Non solo i rappresentanti del GoSS, ma anche noi che non condividiamo il modo in cui si governa a Juba. Se l’Occidente fosse in grado di portarci attorno a un tavolo e costringerci a discutere con tutta franchezza, sarebbe una magnifica cosa. Noi saremmo i primi ad accettare l’invito. Ma l’Splm non verrebbe. E altri direbbero che in questo modo si minerebbe l’Accordo di pace del 2005. Ma sarebbe una bugia. Perché l’accordo è già fallito per il modo in cui l’Splm ha voluto gestire da solo il processo».

 

E se scoppiasse un nuovo conflitto? «Innanzitutto, il sud non saprebbe opporre per lungo tempo una resistenza adeguata all’esercito del nord. Non sono sufficientemente preparati e non hanno un equipaggiamento adeguato. Non hanno neppure il cibo: le regioni del sud soffrono la fame. Soprattutto, non avrebbero la gente al loro fianco, perché è stanca di vivere in guerra. Tenga presente, poi, che ci sono 18mila soldati sudisti con l’esercito del nord. Dubito che questi militari abbandonino il loro posto e il loro stipendio per andare a rafforzare le fila dell’Splm, che, probabilmente, non sarebbe neppure in grado di pagarli. Ovviamente, i miei soldati combatterebbero con il nord. Ma sempre con un unico obiettivo: far fuori l’Splm a Juba, per poi rinegoziare l’indipendenza con Khartoum».

 

 

 

Elezioni, radiografia del voto

Il processo elettorale in Sudan si è concluso il 26 aprile con la proclamazione della vittoria del presidente uscente Omar Hassan El-Bashir. I sudanesi hanno eletto, oltre al presidente della repubblica e a quello del Sud Sudan, anche un parlamento nazionale di 450 seggi e un parlamento del sud di 171 seggi, 25 governatori e le assemblee locali degli stati federali che compongono il Sudan. Le schede valide per la presidenza della repubblica sono state 10.114.310. I voti sono stati così suddivisi:

Omar Hassan El-Bashir (Partito del congresso nazionale), 6.838.194 voti, pari al 68,24% delle schede valide;

Yasir Arman (Movimento di liberazione del Sud Sudan), 2.193.826 voti (21,69%);

Abdullah Deng Nhial (Partito del congresso popolare), 396.139 voti (3,92%);

Hatem Al-Sir (Partito democratico unionista), 195.668 voti (1,93%);

Al-Sadiq Al-Mahdi (Partito Umma), 96.868 voti (0,96%);

Kamil Al-Tayeb Idris (indipendente), 77.132 voti (0,76%);

Mahmoud Ahmed Jiha (indipendente), 71.708 voti (0,71%);

Mubarak Al-Fadil (Partito del rinnovamento e della riforma dell’Umma), 49.402 voti (0,49%);

Munir Sheik Al-Deen (Nuovo partito democratico nazionale), 40.277 voti (0,40%);

Abdul-Aziz Khalid (Forze dell’alleanza sudanese), 34.592 voti (0,34%);

Fatima Abdul-Mahmoud (Unione dei socialisti democratici), 30.562 voti (0,30%);

Mohamed Ibrahim Nugud (Partito comunista sudanese), 26.442 voti (0,26%).

Il presidente El-Bashir ha preso 354.695 voti nel sud (13,79%) e 6.483.499 nel nord (86,74%), la stessa percentuale ottenuta alle elezioni del 2000, quando il dittatore sudanese aveva corso da solo. Tra i 15 stati del nord, quello dove è stato sommerso dai consensi è lo stato del Mar Rosso (95,41%), mentre dove ha ottenuto la percentuale più bassa è lo stato del Nilo Azzurro (56,62%). Una curiosità: lo stato del Nilo Azzurro è l’unico dove un candidato governatore dell’Splm, Malik Agar, ha vinto uno scrutinio al nord. Il Movimento di liberazione del Sud Sudan ha, invece, raccolto una messe di voti al sud. Come previsto, alle elezioni per la presidenza del governo provvisorio della regione semiautonoma, ha stravinto Salva Kiir Mayardit, presidente uscente dell’Splm, con 2.616.613 voti validi, su un totale di 2.813.30 (92,99%). Il suo concorrente, l'”eretico” ed ex ministro degli esteri Lam Akol, a guida dell’Splm-Dc, ha preso 197.217 voti (7,01%).

 

Dei 10 stati che compongono la regione semiautonoma del Sud Sudan ben 9 hanno visto l’elezione di un governatore targato Splm. L’unico perso dal partito al potere è l’Equatoria Occidentale, conquistato dal candidato indipendente Joseph Bakosoro. In molte aree del sud il voto è stato contestato. A Juba, nell’Equatoria Centrale, tutti erano convinti che vincesse il candidato indipendente Alfred Gore. Girava addirittura la percentuale del suo successo: 59%. Ma dopo lo spoglio, nessuno comunicava i risultati. La gente paventava brogli: non voleva il candidato dell’Splm, ex governatore dello stato, Clement Wani, accusato di aver amministrato male e di non aver pagato per mesi gli stipendi dei dipendenti pubblici. A un certo punto, è aumentata nella capitale sudista la presenza dei militari, soprattutto nel quartiere dove vive Gore. Si è temuto il peggio. Che, per fortuna, non è accaduto, anche quando è stato proclamato vincitore Clement, fortemente voluto dall’Splm. È scoppiata, invece, la violenza nello stato di Jonglei. Soldati ribelli, sostenitori del generale George Athor Deng (sconfitto dal candidato Splm, Kuol Manyang) hanno assaltato una caserma al confine con lo stato del Nilo Superiore: negli scontri sono morte otto persone. Conflitto che è proseguito anche nelle settimane successive. Si è perfino proposto, come mediatore, il capo della missione Onu in Sud Sudan. Voto contestato anche nel Bahr El-Ghazal Occidentale, con il gen. Dan Aturjong Nyuol, che non ha accettato l’elezione di Paul Malong.

 

Brogli e contestazioni anche al nord. Ha fatto il giro del web il video, probabilmente ripreso con un cellulare, ambientato in uno dei seggi sparsi nello stato del Mar Rosso, dove presunti scrutinatori, senza sapere di essere ripresi e incuranti dell’illegalità del loro gesto, dopo aver compilato delle schede elettorali, le riponevano nell’urna. Elezioni farsa. O meglio: «Secondo gli standard africani», come ha sarcasticamente commentato la delegazione russa a Khartoum. (Giba)

 




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