(Credit United Nations by YouTube)

L’Unamid fu istituita il 31 luglio 2007 con la risoluzione 1769 del Consiglio di sicurezza come missione congiunta dell’Unione africana e dell’Onu, la prima di questo genere nella storia degli interventi di peacekeeping. Il mandato, che comprendeva anche l’uso della forza per difendere i civili e le operazioni umanitarie, prevedeva il dispiegamento di 26mila uomini, 20mila circa dei quali erano militari e quasi tutti i restanti forze di polizia.

Il dispiegamento della missione fu ostacolato con ogni mezzo dal regime del deposto presidente Omar El-Bashir, ritenuto responsabile diretto del conflitto che, con ogni evidenza, puntava a sloggiare la popolazione autoctona di origine africana per rafforzare nella regione tribù arabe o arabizzate, sia locali che provenienti dal paesi saheliani confinanti.

Per i crimini commessi, sulla testa di El-Bashir, e di diversi altri pezzi grossi del deposto regime islamista sudanese, pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale. I capi d’accusa per l’ex presidente sudanese sono impressionanti: tre per genocidio nel confronti dei tre gruppi etnici “africani” (Fur, Zagawa e Masalit) e sette per crimini di guerra e contro l’umanità.

La durezza del conflitto, la vastità della regione e il numero di civili da difendere – circa 5 milioni di persone – spiega la decisione di sostenere un dispiegamento di forze fino ad allora mai visto. Pur non raggiungendo mai il numero massimo di uomini autorizzato – arrivò al 90% a metà del 2011 – l’Unamid è stata la più grande, e costosa, missione di pace finora istituita dalla comunità internazionale. Nel dicembre del 2008, quando non era ancora al massimo del dispiegamento sul terreno, il suo budget era di 106 milioni di dollari al mese.

A partire dal luglio del 2013, con diverse successive risoluzioni del Consiglio di sicurezza, la missione è stata ridimensionata su richiesta del governo sudanese allora in carica, che sosteneva che nella regione era ritornata la calma. L’affermazione è stata sempre contestata dai cittadini del Darfur, continuamente vittime di abusi generalizzati e occasionalmente di veri e propri massacri.

L’ultimo è stato denunciato da Ocha, l’organizzazione delle Nazioni Unite per il coordinamento degli interventi umanitari, alla fine dello scorso luglio. Almeno 60 civili Masalit sono stati uccisi nel Darfur occidentale, precisamente nella cittadina di Masteri, durante il raid di circa 500 uomini armati. Nel comunicato stampa di Ocha si legge che l’attacco “è stato uno degli ultimi di una serie di incidenti riportati nell’ultima settimana durante i quali diversi villaggi e abitazioni sono stati bruciati, mercati e negozi razziati e infrastrutture danneggiate”.

La situazione è ben conosciuta dalla stessa missione di pace. Secondo un suo rapporto, visto da Radio Dabanga, un autorevole sito di informazione locale, dall’1 settembre al 23 novembre del 2020 si sono registrati ben 47 casi di violazione dei diritti umani e violenze che hanno costretto alla fuga più di 50mila persone, che sono andate ad ingrossare le fila degli sfollati che nella regione sono ancora più di un milione e mezzo.

Infatti, dopo quasi vent’anni dall’inizio del conflitto, e nonostante tutte le assicurazioni di ritorno alla normalità, le zone da cui provengono sono ancora così insicure da non permettere un loro ritorno stabile ai villaggi di provenienza.

A dicembre Amnesty International, in un suo comunicato, aveva chiesto di estendere la missione di pace di almeno sei mesi “tenuto conto del fallimento delle forze di sicurezza governative di proteggere la popolazione civile negli ultimi mesi.”

Tuttavia la fine della missione ibrida di pace Unamid è stata sancita all’unanimità il 22 dicembre scorso da un’altra risoluzione del Consiglio di sicurezza, la 2559 (2020), che stabilisce inoltre un periodo di sei mesi per completare il ritiro delle truppe e la chiusura, o la consegna alle autorità sudanesi competenti, delle basi rimaste.

La decisione ha scatenato una ventata di proteste popolari in molte località del Darfur, e anche negli stati del Nord Kordofan, di El Gezira e del Fiume Nilo. Una dimostrazione di solidarietà è stata organizzata anche a Khartoum, dove i dimostranti hanno consegnato un appello diretto al primo ministro in cui si afferma che “l’Unamid serve come unica protezione per gli sfollati”.

Lo stesso governatore del Darfur Centrale, Adib Abdelrahman, si è detto preoccupato dell’incremento di abusi e atti criminali contro la popolazione civile e le loro proprietà, già verificatisi negli ultimi giorni di dicembre e che con ogni probabilità aumenteranno a causa della mancata protezione delle forze dell’Unamid.

La missione di pace sarà sostituita da un’altra con un mandato più politico, volto a sostenere il paese in transizione, la UN integrated transition support mission in Sudan (Unitams), richiesta dal governo sudanese stesso. La nuova missione sarà guidata dal tedesco Volker Perthes, finora direttore dell’Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza e con esperienza come capo della task force per il cessate il fuoco del gruppo di supporto in Siria, oltre che come consigliere dell’inviato speciale dell’Onu nel paese.

Ma lo scorso maggio, in un appello al primo ministro Abdalla Hamdok, 98 attivisti della società civile sudanese avevano sottolineato la necessità di chiedere anche una “protezione fisica” a completamento della nuova missione di sostegno alla transizione, perché dubitavano che il governo sudanese fosse già in grado di proteggere i propri cittadini.

Purtroppo, sembra che avessero ragione. E senza sicurezza difficilmente anche la nuova missione potrà svolgere appieno il suo lavoro.