Dal Sudan arriva la gomma arabica, una sostanza usata nella confezione di molti dei nostri cibi e beni di uso quotidiano. Prima dello scoppio del conflitto il paese ne produceva ed esportava dal 70% all’80% di tutta quella che si trovava sul mercato globale.
Particolarmente rilevante era la produzione del Kordofan, il 49,3%, considerata anche quella di migliore qualità al mondo. Il Darfur seguiva con il 23,4%. Due regioni che il conflitto tra l’esercito (SAF) e le Forze di supporto rapido (RSF), ha ridotto a desolati campi di battaglia disseminati da rovine e abitati da gente in fuga e alla fame. Ora quasi totalmente controllati dai miliziani delle RSF.
Secondo un rapporto prodotto da PAX – la maggior organizzazione pacifista olandese da sempre attiva nell’analisi dei conflitti del Sudan e nel sostegno ai percorsi di pace della sua società civile – anche la gomma arabica sarebbe sfruttata per sostenere la guerra che devasta il paese da quasi 3 anni.
Bibite e caramelle insanguinate
La ricerca, pubblicata recentemente con il titolo “How trade in gum arabic fuels conflict in Sudan” (Come il commercio della gomma arabica fomenta il conflitto in Sudan), è stata stimolata da articoli pubblicati la scorsa primavera da Bloomberg e Reuters e si basa su numerose fonti scritte, rapporti finanziari e interviste a testimoni diretti, ora profughi in Ciad, Uganda e Kenya.
L’articolo di Bloomberg – “A genocidal militia in Sudan controls a key ingredient in Coke and Pepsi” (In Sudan una milizia genocida controlla un ingrediente chiave per la Coca e la Pepsi) – mette immediatamente in chiaro come i soft drink, tra le nostre bevande preferite, dipendano da un ingrediente la cui produzione è controllata da una forza militare accusata di crimini efferati.
Conferma la Reuters, che titola: “How a key ingredient in Coca Cola, M&M’s is smuggled from war-torn Sudan” (Come un ingrediente chiave nella Coca Cola e nelle M&M è contrabbandato dal Sudan devastato dalla guerra).
Coca Cola, Pepsi, le caramelline M&M sono solo esempi scelti per la loro capillare diffusione in tutti gli strati sociali e in tutto il mondo.
In Europa E414
Ma la gomma arabica, che ha proprietà emulsionanti e stabilizzanti, e di cui ancora non è stato trovato un sostituto chimico, è impiegata in moltissimi prodotti di uso quotidiano, fin dall’antichità. Se ne hanno prove che risalgono fino al 2000 avanti Cristo. Gli Egizi se ne servivano per la preparazione del cibo, per la pittura dei geroglifici e per unguenti, durante il processo di mummificazione.
Ora è utilizzata per la produzione di cibi e bevande come emulsionante, stabilizzante, addensante e per prevenire la cristallizzazione degli zuccheri in molti prodotti dolciari, bevande, gelati e glasse. In Europa è segnalata sulle etichette come additivo con la sigla E414.
È usata anche in farmacia e cosmesi, e in lavorazioni quali la tessitura, la produzione di pitture e in fotografia.
Un mercato opaco
La gomma arabica è una resina prodotta da alcune specie di acacia – la Senegalia senegal e la Vachellia seyal – che crescono soprattutto nella zona saheliana in una fascia che si estende dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso, in quello che viene definito come il “gum arabic belt”, la cintura della gomma arabica.
Al di fuori della fascia saheliana, una produzione molto meno significativa si trova in Somalia e nelle zone semiaride del Kenya e della Tanzania. Interessante sapere che la produzione somala, un tempo notevole, è stata molto ridimensionata a causa di più di mezzo secolo di guerra civile e diffusa instabilità.
La resina si estrae incidendo la corteccia delle acacie. Trasuda in forma vischiosa e si solidifica all’aria. Il processo è facilitato dal clima caldo e secco delle regioni di produzione. Viene raccolta in forma solida dai produttori locali, in genere contadini o allevatori poveri per cui costituisce un’importante fonte di reddito aggiuntivo.
In Sudan la gomma arabica è il secondo prodotto agricolo nazionale, dopo i semi oleosi. Si stima che se ne avvantaggino circa 5 milioni di persone (l’11% della popolazione) residenti in zone rurali aride e semiaride, le più povere del paese.
Viene poi semilavorata in loco e messa sul mercato, attraverso una rete commerciale, ben poco trasparente dice PAX, che, dopo numerosi passaggi, raggiunge il mercato internazionale. Il prodotto è ritenuto così importante che il governo ne ha detenuto il monopolio fino al 2009. Ora il mercato è liberalizzato.
La resina è esportata soprattutto verso i paesi dell’Unione Europea (più di 51mila tonnellate nel 2019, l’ultimo anno di cui si hanno dati certi), l’India (più di 13mila tonnellate) il Regno Unito (3,3mila tonnellate). Ma anche negli Stati Uniti, che l’avevano esentata da un lungo embargo quando il Sudan era elencato come paese esportatore di terrorismo. Secondo stime di giornali economici come il Wall Street Journal (citato nel documento di PAX) prima della guerra avrebbe fornito 183 milioni di dollari al bilancio del paese.
Con l’inizio del conflitto il settore è stato segnato da razzie dei magazzini di stoccaggio e da danni gravissimi alle piantagioni. Secondo informazioni raccolte e testimoni sentiti dai ricercatori, i maggiori danni sono stati causati dai miliziani delle RSF che hanno messo a ferro e fuoco le regioni di produzione.
Tasse e contrabbando
Inoltre i miliziani impongono balzelli ai posti di blocco. Alcuni testimoni parlano di oltre 500 dollari per ogni camion che trasporta 20 tonnellate di prodotto; altri dicono di averne pagato anche 2.500.
Tutte circostanze confermate nel rapporto al Consiglio di sicurezza ONU, diffuso nell’aprile del 2025 sullo stato del paese. Il paragrafo dedicato al contrabbando della gomma arabica da parte delle RSF e dei suoi alleati si trova a pag. 17, nel capitolo dedicato alle loro forme di finanziamento.
La resina prodotta nelle regioni controllate dalle RSF è stata all’inizio contrabbandata in Ciad, Libia, Sud Sudan e in minor misura in altri paesi della regione. Dalla fine del 2024, dice il documento di PAX, era commerciata attraverso una rete ormai del tutto “istituzionalizzata” che raggiungeva gli hub della regione. Tra gli altri, crescente importanza avrebbe il porto di Mombasa, in Kenya.
I ricercatori di PAX hanno esaminato innumerevoli documenti sul suo commercio e affermano: “Presi tutti insieme, questi rapporti illustrano la trasformazione del commercio della gomma arabica sudanese da un settore di esportazione regolamentato a uno di una economia ombra militarizzata, che lo lega direttamente al conflitto”.
Ma gli importatori europei continuano ad approvvigionarsi in Sudan. Dati di Eurostat citati nel documento (pag.14) dicono che l’importazione europea e inglese è diminuita del 25% negli anni di guerra – da 66.700 tonnellate nel 2022 a 49.900 tonnellate nel 2024 – mentre il suo valore è aumentato – da 92,8 milioni di euro nel 2022 a 105,2 milioni di euro nel 2024 – per l’aumento dei prezzi.
Un fiume di denaro legato direttamente al conflitto. Teniamolo presente noi consumatori europei. I crimini perpetrati in Sudan insanguinano anche le nostre tavole e le nostre case.