Oltre 150mila vittime, almeno 12 milioni di sfollati, milioni di persone rimaste senza lavoro e mezzi di sostentamento, scuole e ospedali al collasso. È lo scenario in Sudan che da oltre due anni vede confrontarsi le Forze armate sudanesi (SAF) e le milizie Forze di supporto rapido (RSF).
Un conflitto che finora non ha trovato strade affinché una soluzione ponga fine a quella che si sta rivelando una vera e propria catastrofe. Una catastrofe umanitaria che sempre di più sta evidenziando i danni economici che, protratti nel tempo, sarà poi assai difficile risolvere.
Se questo conflitto non si fermerà subito le dimensioni dell’economia sudanese si ridurranno entro quest’anno di oltre il 40% rispetto ai livelli del 2022, facendo precipitare milioni di persone in povertà. Lo afferma uno studio condotto da esperti e che analizza i dati finora a disposizione e l’impatto che questa guerra ha già avuto sulla popolazione e che continuerà ad avere nei prossimi mesi.
A rischio l’intero tessuto sociale
A rischio è il sistema paese, lo sviluppo di una nazione che sta facendo passi indietro in questo senso e che farà fatica a rimettersi in piedi. Se il conflitto dovesse protrarsi ancora quest’anno, come probabile – si legge nello studio -, il valore dell’economia sudanese si contrarrà fino al 42%, passando dai 56,3 miliardi di dollari del 2022 (prima del conflitto) ai 32,4 miliardi di dollari entro la fine del 2025.
La spina dorsale dei mezzi di sussistenza – l’agricoltura – sarà paralizzata. E il tessuto sociale del paese continuerà a logorarsi. Ovviamente ciò andrà ad incidere sul Prodotto interno lordo. Una produzione crollata a meno del 60% inciderà su redditi, posti di lavoro, entrate governative e servizi pubblici.
Ad essere colpiti – e di fatto già lo sono – il settore industriale, fortemente concentrato nella capitale Khartoum, con una riduzione della produzione di oltre il 50%, e i servizi come istruzione, sanità, trasporti e commercio.
Senza contare l’agricoltura, appunto, che è ancora elemento portante dell’economia locale ma che sta subendo gravi impatti sia perché in molti sono stati costretti ad abbandonare le terre, sia per il rischio costante di attacchi e saccheggi.
7,5 milioni di nuovi poveri
Viene poi analizzato il dato sul lavoro: si fa riferimento a quegli oltre 4,6 milioni di posti di lavoro che sono già sfumati, circa la metà dell’occupazione totale. Tutto questo si traduce in un aumento esponenziale della povertà. I nuovi poveri, frutto della guerra, sono calcolati in 7,5 milioni di persone che vanno ad aggiungersi al livello di povertà del 61,1% nel 2022.
Nelle aree rurali, il tasso di povertà potrebbe aumentare di 32,5 punti percentuali rispetto al già elevato tasso di povertà rurale pre-conflitto (67,6% della popolazione rurale). Ad essere colpite soprattutto le donne e soprattutto quelle delle comunità rurali.
La povertà urbana, che era al 48,8% pre-conflitto, è destinata a crescere di 11,6 punti percentuali. Si tratta di un’analisi che collega vari dati a partire da quelli governativi e della Banca Mondiale.
Analisi che, in realtà, non fa che confermare quanto già nel novembre del 2023 – dunque sette mesi dopo l’inizio delle ostilità – il ministro delle Finanze sudanese aveva ipotizzato: perdite economiche, fino a quel momento, superiori a 26 miliardi di dollari – ovvero più della metà del valore dell’economia del paese un anno prima -, perdita per oltre il 50% nel settore industriale – compresa la produzione manifatturiera e la raffinazione del petrolio – e di oltre 4 milioni di posti di lavoro, calo del sistema agroalimentare del 33,6%, aumento estremo e diffuso tra milioni di persone, della povertà.
Nessun dato sull’economia informale
E in tutto questo conteggio manca il dato sull’economia informale e dunque lo scenario potrebbe essere ancora più grave di quello ufficiale. È quanto sottolinea uno dei relatori della ricerca che fa riferimento anche al fatto che il conflitto è cominciato mentre già il paese era in una condizione decennale di fragilità dovuta alla preponderanza del potere militare, investimenti insufficienti, sanzioni internazionali e collasso istituzionale.
“Le nostre proiezioni mostrano già un grave collasso economico, ma non includono l’intera entità del danno. Questo riguarda le perdite nell’economia informale o la pressione sulle strategie di adattamento delle famiglie. La situazione reale potrebbe essere persino peggiore di quanto suggeriscano i dati”.
La guerra in Sudan prima che una crisi politica è una catastrofe economica che sta aggravando la povertà e distruggendo i mezzi di sussistenza. Secondo dati forniti dall’indagine Price Shocks 2025, oggi in Sudan il tempo di lavoro necessario a una persona media per permettersi 10 prodotti alimentari di base è aumentato del 42% rispetto allo scorso anno.
E il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, afferma che la carestia è stata confermata in più di 10 località del Sudan; altre 17 sono sull’orlo del collasso. In tutto questo è salito e continua a salire vertiginosamente in alcune zone del paese il prezzo dei beni alimentari essenziali, come riso, fagioli e zucchero, tra l’altro difficili da trovare, e decine di milioni di persone faticano a permetterseli.
Inflazione e prezzi alle stelle
Secondo il Fondo monetario internazionale, il tasso di inflazione basato sui prezzi medi al consumo dovrebbe raggiungere quest’anno il 118,9%. La moneta sudanese è crollata al minimo storico rispetto al dollaro, con un impatto immediato e devastante sui prezzi dei prodotti alimentari.
Oggi, a Port Sudan, una zona considerata sicura, un chilo di carne si vende a 26mila sterline sudanesi (oltre 43 dollari al cambio attuale). Prima della guerra ne costava 12mila (20 dollari). Gederaf un sacco di zucchero da 50 kg costa ora 180mila sterline (circa 300 dollari), quando solo pochi giorni fa era venduto a 130mila sterline (216 dollari).
La violenza è anche questo, affamare persone innocenti.
La crisi ha inoltre paralizzato le reti essenziali per le rimesse dall’estero. Gli uffici di trasferimento di denaro gestiti da sudanesi in Egitto, un’ancora di salvezza per i circa 1,5 milioni di rifugiati presenti, hanno interrotto le transazioni, mentre in Uganda – altro importante paese di accoglienza – i commercianti si rifiutano di cambiare la lira sudanese.
Saccheggi e razzie
Come ha riportato Insecurity Insight, nello stato di Gezira, che un tempo produceva la metà del grano sudanese, le RSF hanno sequestrato con la forza raccolti e fertilizzanti su larga scala da quando ne hanno preso il controllo nel 2023 e una delle più grandi fabbriche di farina e pane è stata presa di mira dai bombardamenti solo una settimana dopo l’inizio della guerra. Inoltre, nel Darfur e nel Kordofan, il bestiame è stato saccheggiato o sequestrato con la forza almeno 85 volte tra il 15 aprile 2023 e il 30 novembre 2024.
Aiuti col contagocce
A tutto questo va aggiunta la sospensione dei fondi USAID. Tra gli undici paesi che ne subiranno le maggiori conseguenze c’è proprio il Sudan. Anzi, i sudanesi.
In una conferenza a Londra a metà aprile, l’Unione Europea e gli stati membri hanno promesso 592 milioni di dollari per affrontare la crisi, e il Regno Unito ha annunciato aiuti aggiuntivi per 158 milioni di dollari. Siamo alla fine di luglio. E in ogni caso, seppure questi soldi sono necessari come il pane, niente come la pace potrà davvero essere d’aiuto.