Agenzie delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana (UA) hanno unito le forze per documentare e chiarire le responsabilità delle gravi violazioni dei diritti umani e dei crimini di guerra in Sudan, nell’ambito della cosiddetta Roadmap di Addis Abeba per il 2026.
Questo nonostante la scarsa collaborazione e le contestazioni della giunta militare al potere che teme che i risultati delle inchieste possano offuscare la legittimità e il riconoscimento internazionale fin qui ottenuto.
Dal 24 aprile al 12 maggio si è tenuta in Gambia l’87ª sessione ordinaria della Commissione africana per i diritti umani e dei popoli che ha adottato la “Dichiarazione di Banjul“, un documento congiunto messo a punto dalla missione d’inchiesta dell’UA e dalla missione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Sudan, nel quale si chiede, tra l’altro, l’avvio di indagini approfondite sui crimini di guerra e la protezione dei civili in Sudan.
Un documento – salutato dalle organizzazioni per i diritti umani come una “pietra miliare significativa” nel collegare gli sforzi regionali e internazionali per la responsabilità dei crimini commessi – che è stato però contestato e respinto dalla delegazione sudanese.
I rappresentanti del governo militare considerano la Dichiarazione priva di fondamento giuridico, sostenendo che la mancanza di un mandato legale ponga il lavoro congiunto delle due missioni al di fuori della sfera della legittimità internazionale.
Da tempo, d’altronde, la giunta sudanese osteggia il lavoro di ricerca sul campo dei funzionari dell’ONU e dell’UA.
Ribadendo le riserve del Sudan in merito alla Dichiarazione di Banjul, ieri il capo della delegazione, l’ambasciatore in Etiopia Zain Ibrahim, ha anche messo in guardia la missione d’inchiesta dell’UA “dal pubblicare qualsiasi rapporto finale prima di aver intervistato tutte le parti coinvolte”, contestando il fatto che gli investigatori si siano basati su visite ai campi profughi all’estero e interviste virtuali, anziché su missioni sul campo.
Il team africano di ricercatori ha finora pubblicato un solo rapporto, in quale si conclude che tutte le parti belligeranti – l’esercito sudanese (SAF), le milizie Forze di supporto rapido (RSF) e i loro rispettivi alleati – hanno commesso abusi e crimini diffusi contro i civili.
Ma la giunta militare si è anche costantemente rifiutata di cooperare con la missione d’inchiesta delle Nazioni Unite, istituita nell’ottobre 2023, sei mesi dopo l’avvio del conflitto, negando ai suoi membri l’ingresso nel paese.
Le indagini dei due organismi riguardano i crimini di guerra e contro l’umanità commessi da tutti gli attori in campo, includendo gli stati esterni o le entità che agevolano o favoriscono tali violazioni.
La Dichiarazione di Banjul
Il documento approvato in Gambia chiede:
- l’immediata cessazione degli attacchi contro le infrastrutture civili, identificando la protezione della popolazione come priorità assoluta;
- un accesso umanitario senza ostacoli e la protezione degli operatori umanitari;
- un cessate il fuoco duraturo, supportato da efficaci meccanismi di monitoraggio e misure di rafforzamento della fiducia tra le parti;
- il ritorno in sicurezza degli sfollati alle loro terre d’origine e il ripristino della loro identità culturale;
- la fine delle detenzioni arbitrarie, delle sparizioni forzate e della tortura;
- il rilascio di tutte le persone detenute illegalmente o il loro immediato deferimento alle autorità giudiziarie competenti;
La Dichiarazione delinea inoltre misure per prevenire le dilaganti violenze sessuali legate al conflitto e garantire ai sopravvissuti/e l’accesso all’assistenza medica e psicologica.
Ricordando che le RSF sono state accusate di genocidio contro la comunità masalit nel Darfur occidentale e di massacri su larga scala nel Darfur settentrionale, la dichiarazione ordina inoltre alla milizia di porre fine alla pulizia etnica contro le popolazioni indigene darfuriane.
Il documento riconosce inoltre il ruolo della società civile sudanese, dei giornalisti e dei gruppi giovanili che documentano le violazioni in condizioni di estremo rischio, esortando tutte le parti interessate a sostenere il lavoro della Corte penale internazionale (CPI).
Vi si propone infine la creazione di un meccanismo di responsabilità guidato dall’Africa per perseguire le gravi violazioni, in coordinamento con le istituzioni giudiziarie internazionali.