In occasione dell’inizio del quarto anno di conflitto in Sudan, il 15 aprile si è tenuta a Berlino la terza conferenza internazionale – le altre si erano svolte in simili occasioni a Londra e a Parigi – con l’obiettivo di mobilitare fondi per affrontare gli enormi bisogni umanitari della popolazione civile e di offrire una piattaforma di dialogo al variegato mondo della politica e della società civile del paese.
La conferenza è stata finanziata dai governi di Germania, Regno Unito, Francia e Stati Uniti, insieme all’Unione Africana e all’Unione Europea. È stata organizzata e sostenuta dal gruppo conosciuto come Quintet, formato da Nazioni Unite, Unione Africana, Unione Europea, Lega Araba e dalla organizzazione regionale africana IGAD.
Vi hanno partecipato rappresentanti di 55 paesi, delle organizzazioni dell’ONU – tra cui il finlandese Pekka Haavisto, recentemente nominato inviato speciale per il paese dal segretario generale Antonio Guterres – della Croce Rossa, della Banca Mondiale e della Banca africana per lo sviluppo (AfDB) e 38 organizzazioni della società civile sudanese e ONG internazionali.
Tra gli altri, esponenti della Sumud Allenace, presieduta dall’ex primo ministro Abdalla Hamdok e da sempre contraria al conflitto, e del Democratic Block, il gruppo di movimenti di opposizione armata al regime del deposto presidente Omar al-Bashir che fanno ora parte della giunta militare.
Ma anche rappresentanti dei gruppi di mutuo aiuto e delle Emergency Response Rooms, che vedono così ufficialmente, e politicamente, riconosciuto il ruolo fondamentale di operatori umanitari sul terreno, indispensabili soprattutto nelle zone così insicure da non essere raggiungibili dalle organizzazioni internazionali, cui le parti combattenti pongono innumerevoli limiti di mobilità, non garantendo i permessi e gli standard di sicurezza necessari.
Al termine degli incontri le organizzazioni civili sudanesi hanno firmato un documento congiunto per consolidare una posizione unitaria per porre fine alla guerra, chiedendo al contempo un’azione urgente per garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario nel paese.
Assenti i due belligeranti
Non sono stati invitati ufficialmente, invece, né i rappresentanti della giunta militare che “pretende” di essere il governo legittimo del paese, né quelli del governo dell’alleanza Tasis, voluta dalle Forze di supporto rapido (RSF), annunciato nei mesi scorsi a Nyala, in Darfur, e considerato dalla comunità internazionale come un ulteriore inciampo alla soluzione del conflitto.
La decisione di escludere le “rappresentanze civili” delle parti combattenti ha sollevato un certo dibattito legato alla legittimità delle istituzioni e alla sovranità del paese.
Le due parti hanno ovviamente criticato la scelta degli organizzatori. Particolarmente dura la reazione della giunta militare che l’ha definita “sorprendente e inaccettabile” e si è detta pronta a rivedere le relazioni con i paesi partecipanti.
Ma, alla vigilia dell’appuntamento, anche analisti ed osservatori hanno espresso opinioni contrastanti.
Tra i sudanesi posizioni polarizzate
Qurashi Awad, ad esempio, analista politico e scrittore sudanese, dice che la conferenza, supportata da un così ampio gruppo di organizzazioni e a cui hanno partecipato numerosi paesi, ha una sua legittimità, superiore a quella di qualsiasi alleanza interna destinata a trasformarsi e a finire.
Perciò la loro decisione di non partecipare perché non coinvolti nell’organizzazione e non invitati ufficialmente è stato un errore e ha mandato alla comunità internazionale il segnale che non sono pronti a sedersi ad un tavolo negoziale.
Di parere opposto Makki El Maghribi, altro noto analista sudanese. Per lui, la parte umanitaria della conferenza non è che un esercizio di “propaganda retorica” del tutto staccata dalla realtà.
Sostiene che si tratta di un’occasione eminentemente politica con l’obiettivo di indebolire il fronte nazionale che sostiene le forze armate del paese e rafforzare quello opposto, delle RSF, supportando i gruppi della società civile che, a suo parere, già ora sono la sua faccia politica e diplomatica.
El Misbah Ahmed, capo del dipartimento della comunicazione dell’Umma Party, una delle maggiori e storiche forze politiche sudanesi, osserva che a Berlino sono stati riuniti i veri “stakeholders”, quelli interessati alla pace in modo genuino, per confrontarsi con la comunità internazionale. Descrive l’occasione come uno sviluppo qualitativo che mette le parti intransigenti in diretta collisione con il volere internazionale.
Promessi 1,5 miliardi di euro
Il documento conclusivo ufficiale neanche cita i problemi diplomatici antecedenti, e forse successivi, alla conferenza. Sottolinea invece i successi che, ci si augura, potranno presto passare dalla carta alla realtà.
I donatori presenti hanno promesso 1,5 miliardi di euro aggiuntivi a quelli già stanziati per far fronte agli impellenti bisogni di soccorso della popolazione civile, sia in Sudan che nei paesi vicini che ospitano centinaia di migliaia di profughi. 811 milioni verranno dall’Unione Europea e dai paesi membri.
Ha chiesto al gruppo di paesi conosciuto come Quad Mechanism – Stati Uniti, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita – di lavorare per raggiungere al più presto possibile il cessate il fuoco tra i belligeranti.
Ha invece chiesto al Quintet di continuare le consultazioni per prepararsi a sostenere un dialogo politico inter-sudanese.
Non poco, anche se alcuni obiettivi rilevanti, come quello di una tregua immediata e di una cessazione dei combattimenti, non sono stati raggiunti. E non potevano essere raggiunti in mancanza delle due parti in causa.
Il problema sarà realizzare quanto discusso ed approvato attorno al tavolo della conferenza. La differenza di giudizi sulla sua organizzazione dice molto sulla polarizzazione dell’opinione pubblica sudanese, sulla diversità di opinioni e di visioni riguardo ad una possibile soluzione della crisi e al futuro del paese.