Sudan: il conflitto incrementa l’estrazione dell’oro - Nigrizia
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La compagnia mineraria statale prevede la vendita di circa 74 tonnellate quest’anno, ma circa la metà della produzione viene estratta e contrabbandata illegalmente
Sudan: il conflitto incrementa l’estrazione dell’oro
Nel 2024 la produzione legale è cresciuta del 35% rispetto al 2022, l’anno precedente allo scoppio della guerra. Ma il mercato illecito, diretto prevalentemente negli Emirati Arabi Uniti, resta nelle mani delle milizie Forze di supporto rapido che controllano alcuni di più importanti siti minerari
30 Luglio 2025
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 4 minuti

Nonostante il conflitto, o forse proprio a causa di quello, l’estrazione dell’oro in Sudan è aumentata in modo rilevante.

Secondo i dati diffusi nei giorni scorsi dalla compagnia governativa che gestisce le risorse minerarie del paese (Sudanese Mineral Resources Company – SMRC), l’anno scorso sono state estratte 64 tonnellate del prezioso minerale, il 35% in più del 2022, l’anno precedente allo scoppio della guerra, quando furono 41,8. Dall’oro estratto, il governo ha ricavato 1,57 miliardi di dollari.

Si tratta di dati ufficiali, comunicati ai giornalisti in una conferenza stampa tenutasi al Cairo da Mohamed Tahir Omer, il direttore della SMRC, il quale ha anche previsto che nei primi sei mesi di quest’anno ne saranno estratte 37 tonnellate che produrranno entrate per 403 miliardi di sterline sudanesi (oltre 671 milioni di dollari).

Alla fine dell’anno, dunque, il paese dovrebbe disporre dei proventi della vendita di circa 74 tonnellate. Difficile prevederne il valore in moneta sudanese, dal momento che il cambio con il dollaro è in continua discesa. È più facile stimarne il valore in dollari, considerando che in questo periodo un chilo d’oro vale sul mercato legale circa 110.400 dollari.

Secondo stime del direttore della SMRC, l’estrazione dell’oro ha un enorme potenziale: «Il settore minerario ha la possibilità di guidare il paese verso la ricostruzione e la rinascita economica», ha affermato nell’incontro con i giornalisti al Cairo.

Le miniere illegali in mano alle RSF

Ma ha anche dovuto ammettere che il suo governo – quello di Port Sudan, che controlla una parte del territorio del paese – non gode di tutto il beneficio che il settore potrebbe dare. Il contrabbando del minerale continua ad essere un grave problema, tanto che «circa la metà della produzione dello stato è contrabbandata oltre i confini».

Inoltre, alcune tra le più importanti miniere d’oro, come quelle del Jebel Amir in Darfur, si trovano nel territorio controllato dalle Forze di supporto rapido (RSF), anzi parecchie di loro sono di proprietà della famiglia del loro capo, Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemeti, e dunque la loro notevole produzione non entra nel calcolo della compagnia mineraria governativa.

Secondo stime di centri internazionali che conoscono a fondo il settore, l’estrazione dell’oro in Sudan potrebbe raggiungere le 80 tonnellate l’anno. Questi centri di ricerca e advocacy, come la Chatman House di Londra e l’organizzazione svizzera Swissaid, confermano che la maggior parte del minerale viene commerciato illegalmente.

E, ancor peggio, va a finanziare il conflitto.

Un’economia in ascesa

Diverse sono le vie che prende l’oro sudanese contrabbandato, ma le destinazioni finali di gran lunga più importanti sono gli Emirati Arabi Uniti (EAU), che sostengono le RSF, la Russia e l’Egitto, che sostiene invece l’esercito e il governo di Port Sudan.

La conclusione cui sono giunte le ricerche internazionali indipendenti sembrano confermate da altre informazioni. In un’economia al collasso, il settore minerario si starebbe rafforzando.

Lo dice, tra gli altri, Tesaaworld, una piattaforma giornalistica digitale che ha sede a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti: “il settore minerario sudanese sta avendo un notevole revival; tutte le compagnie che operavano prima della guerra stanno ricominciando a lavorare a pieno ritmo. Inoltre, sono ora una quarantina le compagnie statali impegnate nell’estrazione mineraria”.

L’articolo citato continua dicendo che il settore impiega una forza lavoro crescente: da 2 milioni prima della guerra a circa 4 milioni nell’ultimo periodo. Questo vertiginoso aumento può anche essere visto come un segno della profonda crisi causata dal conflitto nella produzione agricola ed industriale. La ricerca dell’oro costituirebbe una delle pochissime vie percorribili per avere un reddito, il più delle volte minimo.

Miniere artigianali: pericoli e inquinamento

La grandissima maggioranza dei minatori lavora infatti in miniere artigianali, disseminate su circa l’80% del territorio. In quelle miniere, che costituiscono ancora il cardine della produzione d’oro nel paese, si lavora senza l’uso di tecnologie appropriate ed esposti a sostanze tossiche.

Secondo notizie diffuse dalla compagnia mineraria governativa, riprese da Al Jazeera, il mese scorso almeno 11 minatori sono morti e 7 sono rimasti feriti nel crollo di una miniera artigianale in territorio controllato dall’esercito, dunque sotto la giurisdizione del governo di Port Sudan, nel nord-est del paese. Altre fonti dicono che le vittime sarebbero almeno 50, tanto che organizzazioni della società civile, tra cui Sumoud, la più importante rete di organizzazioni che si oppongono alla guerra, hanno chiesto un’immediata inchiesta indipendente.

Ma gli incidenti di questo genere sono piuttosto frequenti. L’articolo di Al Jazeera citato ne ricorda alcuni particolarmente gravi in anni recenti. Nel 2021 ci furono 38 morti e 14 nel 2023. Così com’è preoccupante l’inquinamento del territorio e perfino delle acque del Nilo, con gravi danni per il settore agricolo e per la salute stessa della popolazione.

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