Contro il regime

Non si ferma la protesta popolare, iniziata il 17 dicembre, contro l’aumento dei prezzi del pane e del carburante. Una protesta contro il regime del presidente el-Bashir, al potere da trent’anni. Sarebbe di alcune decine, secondo fonti indipendenti, il numero dei morti tra i manifestanti e centinaia i feriti.

Ieri, 1° gennaio, è stata dispersa dalle forze di sicurezza la manifestazione indetta dall’Associazione dei professionisti sudanesi – avvocati, medici, farmacisti, giornalisti… – supportata da tutte le forze di opposizione politica e militare e seguita da migliaia di persone in diverse città del paese. Contro il corteo che a Khartoum si dirigeva verso il palazzo presidenziale con lo scopo di presentare una petizione al presidente el-Bashir, sono state sparati colpi di arma da fuoco ad altezza d’uomo e gas lacrimogeni.

Per impedire l’afflusso dei dimostranti, il centro della città era pesantemente presidiato dall’esercito ed erano stati chiusi i ponti che collegano la capitale con le città gemelle di Omdurman e Khartoum Nord. Un altro corteo diretto al palazzo presidenziale per chiedere le dimissioni del presidente era stato fermato con la forza il 25 dicembre.

Il presidente el-Bashir stesso avrebbe chiesto di sparare sui dimostranti in un incontro dei giorni scorsi con i vertici della polizia, provocando la dura reazione dell’Associazione Nazionale dei funzionari di polizia del Sudan, che ha diramato un comunicato in cui si afferma che uccidere i dimostranti per punizione è «una flagrante violazione degli scopi del Corano».

La dichiarazione continua dicendo che la polizia si è finora comportata secondo i fini per cui è nata, cioè difende i cittadini, e il suo profilo è ancora onorevole. È un riferimento evidente alle altre forze di sicurezza (Rapid Support Forces, esercito e milizie assortite) che si sono invece macchiate di gravi abusi nei confronti della popolazione.  

Perciò, conclude il comunicato, «lasciate che siano el-Bashir e i suoi fratelli ad affrontare la gente che hanno umiliato, impoverito e disprezzato, invece di chiederlo a voi, i cui salari mensili non sono sufficienti per vivere una settimana». (Radio Dabanga)