Opposizione e media ancora nel mirino
Bianca Saini

Dopo numerose interruzioni e lunghissime discussioni, sembra essersi rimesso in moto il “dialogo nazionale” lanciato dal presidente Omar El-Bashir all’inizio di quest’anno. Secondo Ibrahim Gandour, assistente del presidente, sono stati concordati i tempi e, al 90%, le modalità del processo, che sarà lanciato alla fine del mese di Ramadan, e dunque all’inizio di agosto. Tra i politici dell’opposizione, erano presenti alla discussione finale, l’islamista teorico sudanese del movimento dei Fratelli Musulmani Hassan el Turabi, presidente del Popular Congress Party, e l’islamista di diverso orientamento Ghazi Salah Edeen Attabani, presidente del Reform Now Movement (Rnm), gruppo recentemente fuoriuscito dal partito del presidente. Assente invece Sadiq al Mahadi, presidente dell’Umma Party, che ha interrotto la partecipazione al tavolo di discussione dopo il suo imprigionamento, e successiva liberazione, nello scorso maggio-giugno.

L’invito alle altre forze di opposizione a partecipare è invece ancora caduto nel vuoto, stante la situazione interna, che si può difficilmente considerare favorevole a un dialogo inclusivo e costruttivo.

Rimangono in carcere, infatti, i leader del Sudanese Congress Party, Ibrahim El Sheikh Abdurrahman e Mohammed Yousif, arrestati l’8 giugno a En Nahud, nel Kordofan Occidentale, insieme a diversi altri attivisti e a un giornalista. Il 24 luglio il segretario politico, Mastour Ahmed, ha dichiarato che il partito non ha nessuna intenzione di ritrattare o modificare le accuse alle Rapid Support Forces – Rsf -, le milizie agli ordini del Niss, il servizio di sicurezza nazionale, che, sottolinea l’avvocato dei detenuti, sono le stesse mosse loro in febbraio dal governatore del Nord Kordofan, Ahmed Haroun, non una figura integerrima essendo incriminato dalla corte penale internazionale insieme al presidente Bashir per crimini di guerra in Darfur, e quindi attendibile su questi temi.

Secondo Radio Dabanga, la radio indipendente più ascoltata nel paese, le Rsf, reclutate e addestrate sotto il comando del Niss, hanno cominciato ad agire nei primi mesi di quest’anno, soprattutto in Darfur e in Sud Kordofan, dove hanno distrutto e saccheggiato decine di villaggi provocando una nuova emergenza umanitaria, con centinaia di migliaia di nuovi sfollati.

Un primo contingente era già stato impiegato nella repressione delle proteste dello scorso settembre a Khartoum; al loro intervento si devono le decine di morti durante quelle manifestazioni pacifiche, secondo un rapporto dal titolo Janjaweed Reincarnate pubblicato in giugno dal sempre ben informato gruppo di attivisti americani Enough. Attualmente un contingente di 3.300 miliziani sarebbe stanziato a Khartoum e nei suoi dintorni. Nei giorni scorsi 5 giovani sarebbero stati attaccati, feriti e derubati, da miliziani delle Rsf, secondo Hurryat, un quotidiano indipendente ora pubblicato in formato elettronico, dopo numerose intimidazioni e sequestri delle copie appena stampate. E ci si augura che rimanga un episodio isolato e non l’inizio di violenze e intimidazioni anche nella capitale e nei suoi dintorni, come ormai succede nelle città e nei villaggi del Darfur e del Sud Kordofan.

Intanto la scorsa settimana il direttore del quotidiano El Tayyar, Osman Mirghani, è stato gravemente ferito da un gruppo di 6 uomini armati e mascherati che hanno preso d’assalto la redazione. L’attentato, definito come terroristico da 500 giornalisti che hanno presentato un memorandum sulla libertà di stampa nel paese al National Council for Press and Publications, l’ente governativo preposto al settore, è stato rivendicato da un gruppo finora sconosciuto, l’Hamza Combat Group Against Atheism and Heresy, che promette di punire in modo esemplare chiunque metterà in dubbio l’appoggio incondizionato ai combattenti palestinesi. Osman Mirghani, infatti, si sarebbe espresso in un talk show per la normalizzazione delle relazioni con Israele. Il Journalists Human Rights Network, molto attivo nel paese stante le continue minacce ai giornalisti e le violazioni della libertà di stampa, sostiene che ci sarebbero gruppi all’interno stesso della compagine governativa favorevoli all’uso della violenza contro i media e i politici dell’opposizione.

Il giornalista e scrittore Mohamed Latif ha osservato che la violenza contro I giornalisti «è un indicatore pericoloso, che potrebbe portare alla disintegrazione del paese».

Se ci si aggiungono le violenze contro la popolazione di vaste regioni, le limitazioni gravi delle libertà individuali e le intimidazioni ai politici e attivisti dell’opposizione, è difficile credere che un dialogo nazionale tra alcune forze politiche, tutte o quasi da ricondurre al movimento islamico, possano dare una svolta positiva ai gravi problemi del Sudan.