In febbraio al Consiglio di sicurezza dell’ONU sono state presentate relazioni sull’impatto dei tre anni di guerra in Sudan in diversi settori. Molto è stato detto sulle condizioni delle donne: donne e ragazze stanno subendo violenze sessuali orribili nel contesto di un conflitto che si estende a nuove aree del paese, dove atti brutali rimangono totalmente impuniti.
Sostenere le sopravvissute
Edem Wosornu, direttrice del dipartimento per la risposta alle crisi di OCHA (l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari), ha sottolineato che quella delle donne “è una crisi nella crisi”.
La frequenza, la gravità e la brutalità della violenza sessuale richiedono un intervento internazionale urgente: sostenere le sopravvissute, prevenire altri abusi, rafforzare i servizi di protezione e assicurare i colpevoli alla giustizia. “In Sudan”, ha concluso, “proteggere le donne e le ragazze deve essere al centro di ogni intervento a tutela dei civili”.
Stupri, schiavitù, pulizia etnica
Hala Alkarib, sudanese, direttrice della rete Strategic Initiative for Women in the Horn of Africa (SIHA) durante la stessa audizione ha dichiarato che “le donne, a prescindere da chi sono, affrontano una violenza sistemica da parte di tutte le parti in conflitto” ed ha elencato gli abusi di cui sono vittime: stupro, tortura, riduzione in schiavitù, traffico di esseri umani, detenzione arbitraria, rapimento e assassinio. La sua organizzazione ha documentato 1.294 casi di violenza sessuale legati al conflitto, precisando che alcune comunità sono state prese di mira in modo sistematico. Un profilo che richiama la pulizia etnica già vista nelle guerre dei Balcani.
L’impatto del conflitto sulle donne
L’impatto della guerra sulla salute fisica e mentale delle donne è stato documentato da tre ricercatrici dell’università di Khartoum in uno studio pubblicato in febbraio su BMC Public Health, una rivista scientifica internazionale ad accesso aperto con revisione tra pari.
La ricerca – Impact of armed conflict on women and children in Sudan: psychological, educational, and health crisis, 2023-2024 (Impatto del conflitto armato su donne e bambini in Sudan: crisi psicologica, educativa e sanitaria, 2023-2024) – analizza un campione di 243 donne sfollate over 18, il 90% delle quali era fuggita da Khartoum nei giorni immediatamente successivi allo scoppio delle ostilità.
I numeri del trauma
I risultati sono impressionanti: il 47,8% mostrava segni di depressione, il 48% di apatia patologica, il 93,5% soffriva di disturbi del sonno. Il 27,4% era affetta da malattie croniche senza possibilità di cura. Il 74% aveva dovuto interrompere gli studi e cercava disperatamente un modo per riprenderli. Il 44,4% si dichiarava malnutrita; il 19,4% non riusciva a trovare cibo sufficiente nemmeno per i propri figli.
Lo studio ha monitorato un campione limitato di donne tra il 1° dicembre 2023 e il 31 ottobre 2024. Il quadro che ne emerge è significativo e probabilmente generalizzabile. Stando alle informazioni sempre più gravi che giungono dal paese, una ricerca analoga condotta oggi fornirebbe quasi certamente risultati ancora più allarmanti.
La legge come arma
Ma in Sudan le donne sono minacciate anche da una legislazione modellata sulla shari‛a e da una cultura patriarcale ufficiale, forse non maggioritaria ma certamente dominante.
È il lascito di trent’anni di regime islamista guidato dal presidente Omar El-Bashir, rovesciato nell’aprile del 2019 da una vasta mobilitazione popolare.
Cardine di quella legislazione era la Public Order Law, applicata dalla Public Order Police con il potere di imporre alle donne il modo di vestire, i comportamenti e le relazioni familiari.
Fustigazione pubblica
Alla stessa polizia sono imputati episodi di fustigazione pubblica di donne trovate senza velo e altre punizioni degradanti per comportamenti che altrove sarebbero considerati del tutto leciti, o al più infrazioni minori persino nella maggior parte dei paesi a maggioranza musulmana.
È la stessa legislazione che il governo di transizione, rovesciato dal golpe militare del 25 ottobre 2021, aveva cominciato a riformare, ma troppo lentamente e senza reale convinzione, dice un documento di SIHA, a riprova delle profonde radici sociali e culturali della discriminazione femminile nel paese.
La giunta militare che oggi governa il Sudan continua ad applicarla, seppur sotto altra denominazione, alimentando le voci secondo cui il suo obiettivo finale sia ripristinare un regime islamista simile a quello abbattuto nel 2019.
Condannate a morte per lapidazione
In questi giorni due donne sono detenute nel carcere femminile di Omdurman, accusate di adulterio e condannate a morte mediante lapidazione, in applicazione di un articolo del codice penale in vigore dal 1991.
Una norma raramente applicata grazie alle pressioni delle associazioni locali e delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, ma mai abrogata, nonostante il paese abbia firmato nel 2021 la convenzione dell’ONU contro la tortura e altri trattamenti e pene crudeli, inumane e degradanti, UNCAT.
Resta da vedere se la pressione delle associazioni sudanesi e delle organizzazioni internazionali riuscirà a salvare la vita a queste due donne, una delle quali è stata condannata sulla base di una confessione estorta con la tortura, dunque senza alcuna prova.
Sopravvivere e ricominciare
Le donne sudanesi, tuttavia, stanno dimostrando una straordinaria capacità di resistenza. La guerra le ha private della loro quotidianità, le ha costrette a reinventarsi in ambienti ostili – nei quartieri devastati delle città sudanesi, nei campi profughi interni o oltre confine – e ha scaricato su di loro la responsabilità dei figli e degli anziani, mentre gli uomini erano impegnati nel conflitto o in fuga. Da tutto questo, però, è nata una nuova consapevolezza.
Si stanno costruendo nuovi ruoli
“In un paese distrutto da quasi tre anni di guerra, spostamenti di massa e collasso economico, molte donne sudanesi si stanno costruendo nuovi ruoli come imprenditrici e leader comunitarie”. Con queste parole si apre un articolo pubblicato sul sito di Radio Dabanga.
Senza più le normali fonti di reddito, molte hanno avviato attività di piccola produzione alimentare e artigianale o si sono lanciate nel commercio al dettaglio, sfruttando anche le vendite online.
Alcune sono riuscite in breve tempo ad espandere le proprie attività, grazie anche al supporto economico della diaspora e alla solidarietà internazionale.
Le emergency room
Le donne sono state, e sono ancora, le protagoniste delle reti di soccorso alle comunità rimaste senza mezzi e senza servizi. Costituiscono la maggioranza dei volontari delle emergency room, le organizzazioni comunitarie informali che hanno distribuito cibo, cure mediche e supporto psicologico, tenendo insieme comunità che altrimenti avrebbero potuto soccombere alla disperazione.
Partner attive nella gestione delle crisi
Secondo molti osservatori, questi cambiamenti stanno ridisegnando la percezione tradizionale del ruolo delle donne nella società sudanese. Non più soltanto vittime, sono viste sempre di più – anche dalla comunità internazionale – come partner attive nella gestione delle crisi e nei processi di ricostruzione.