Sudan: dopo il Darfur le RSF puntano alla conquista del Kordofan
Conflitti e Terrorismo Sudan
Dopo la conquista di Bara, dove l’ONU denuncia “atrocità diffuse” e “rappresaglie di matrice etnica”, la milizia punta alla capitale El Obeid
Sudan: dopo il Darfur le RSF puntano alla conquista del Kordofan
Poche speranze per una tregua mediata dagli Stati Uniti nell'ambito del meccanismo Quad
05 Novembre 2025
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 4 minuti
Miliziani delle RSF

Da tempo le Nazioni Unite hanno definito la situazione in Sudan “la più grave crisi odierna nel mondo”, dopo il conflitto scoppiato nell’aprile 2023. Oltre 150mila morti e almeno 12 milioni di sudanesi sfollati o fuggiti nei paesi limitrofi sono il risultato della tragedia in atto nel paese.

La caduta di El-Fasher, la capitale del Darfur settentrionale, il 26 ottobre, seguita da centinaia di civili uccisi dalle Forze di supporto rapido (RSF) agli ordini di Mohamed Hamdan Dagalo (Hemeti), ha spinto i paramilitari del Darfur a proseguire la guerra al fine di conquistare altri territori, così da rafforzare la propria posizione e consolidare il proprio potere anche nella regione del Nord Kordofan, a est del Darfur, già completamente sotto il loro controllo. 

Sia l’esercito regolare che i paramilitari hanno inviato rinforzi in questa regione, dove il conflitto provocherà significative ripercussioni sul futuro della guerra o su eventuali colloqui di pace.

In realtà le RSF stanno già da mesi combattendo nel Kordofan settentrionale, dove, dopo aver conquistato Bara, una città strategica, sembrano decise a puntare su El-Obeid, la capitale dello stato.

Quanto a Bara, città isolata come El-Fasher, il Sudanese Doctors Network, la rete dei medici sudanesi, parla di “decine di cadaveri ammucchiati nelle case” e di gente che “fugge a piedi, senza cibo, acqua o medicine”, mentre i paramilitari impediscono alle famiglie di raccogliere i cadaveri e seppellirli.

Martha Pobee, Sottosegretario generale delle Nazioni Unite per l’Africa, ha lanciato l’allarme sulle “atrocità diffuse” e sulle “rappresaglie di matrice etnica” commesse dalle RSF nella città, con la stessa modalità già usata a El-Fasher. 

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) sono già oltre 36mila i civili fuggiti in una settimana dalla regione, per timore di ulteriori rappresaglie da parte delle RSF.

Anche gli abitanti di El-Obeid, centro logistico e di comando chiave con un aeroporto che collega il Darfur alla capitale Khartoum, sono sotto la minaccia imminente di un attacco delle RSF. Che si starebbero preparando anche ad attaccare Babnusa, altra importante città del Nord Kordofan già sotto assedio, dove l’esercito mantiene una forte presenza.

Si sono intanto moltiplicati gli appelli internazionali per un cessate il fuoco, ma le due parti in conflitto rimangono determinate a prevalere sul campo.

L’utopistica iniziativa del Quad

Appare illusoria per ora anche la proposta di una tregua umanitaria di tre mesi mediata dal Quad, un team composto da Stati Uniti, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, mentre le delegazioni dell’esercito e delle RSF si trovano a Washington.

Ieri il Consiglio sudanese di sicurezza e difesa – composto dal presidente Abdel Fattah al-Burhan e dai membri del Consiglio Sovrano, dal primo ministro e dai ministri degli Esteri, delle Finanze e della Giustizia – ha tenuto una riunione di emergenza a Khartoum, annunciando la formazione di un comitato per sviluppare un programma per il ripristino della pace.

In un comunicato il Consiglio ha ringraziato tra l’altro il governo degli Stati Uniti e il consigliere presidenziale per l’Africa, Massad Boulos, per l’impegno verso la pacificazione.

Boulos, peraltro, ha visitato vari paesi arabi e africani per consultazioni ed è stato attivo nel gruppo Quad sostenendo la tabella di marcia per la tregua, sottoscritta a settembre, che prevede una tregua umanitaria iniziale di tre mesi, seguita da un cessate il fuoco permanente e da una transizione di nove mesi verso un governo civile.

A questo proposito Boulos ha dichiarato che le delegazioni dell’esercito e delle RSF hanno concordato un piano iniziale di massima. “Ora ci stiamo concentrando sui dettagli”, ha aggiunto.

Un entusiasmo subito smorzato dal ministro della Difesa sudanese, Hassan Kabroun, che ha invece rilanciato la chiamata alle armi affermando che la guerra contro le RSF continuerà fino alla loro definitiva sconfitta.

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