Mentre il fumo degli scontri in Sudan continua a soffocare le speranze di una tregua, il baricentro del conflitto sembra essersi spostato silenziosamente verso est, oltre il confine, nelle fitte boscaglie del Benishangul-Gumuz, allargando potenzialmente la portata della guerra a livello regionale con il coinvolgimento diretto dell’Etiopia.
In questo stato-regione remoto e strategico, un’inchiesta dell’agenzia Reuters diffusa il 10 febbraio documenta infatti l’esistenza di un campo di addestramento segreto per combattenti della milizia sudanese Forze di supporto rapido (RSF) – e probabilmente dei suoi alleati locali, SPLM-N -, in guerra da quasi tre anni contro l’esercito in Sudan.
Immagini satellitari, documenti governativi, diplomatici e testimonianze dirette di funzionari della sicurezza etiope descrivono l’allestimento, a partire dall’aprile 2025, di infrastrutture militari in zone precedentemente disabitate e boscose nel distretto di Menge, nella zona Asosa, a una trentina di chilometri dal confine, e la costruzione di una stazione di controllo a terra per droni in un aeroporto vicino.
Secondo le prove raccolte, migliaia di combattenti delle RSF sarebbero stati trasportati in questo campo per ricevere addestramento. Non semplici miliziani in fuga, ma unità tattiche che vengono preparate a rientrare in Sudan con capacità di fuoco e di manovra amplificate.
L’allestimento e la gestione del campo, secondo una nota della sicurezza interna, sarebbero sotto la responsabilità del capo del dipartimento di Intelligence delle Forze di difesa nazionale etiopi (ENDF), generale Getachew Gudina, il cui ruolo sarebbe confermato anche da un alto funzionario del governo etiope e da quattro altre fonti diplomatiche e di sicurezza.
A novembre 2025 un cablogramma diplomatico di un paese che Reuters non menziona per proteggere la propria fonte, parla di un’attività intensificata nel campo il mese precedente “con l’arrivo di decine di Land Cruiser, camion pesanti, unità RSF e addestratori degli Emirati Arabi Uniti”.
Il ruolo di Abu Dhabi
L’agenzia riporta inoltre la testimonianza di due funzionari che “hanno detto di aver visto camion con il logo della società di logistica emiratina Gorica Group attraversare la città di Asosa e dirigersi verso il campo a ottobre” e due convogli di 56 e 70 camion che trasportavano reclute verso il sito, avvistati rispettivamente il 17 e il 19 novembre.
Reuters cita ancora una nota dei servizi di sicurezza etiopi, secondo la quale all’inizio di gennaio, 4.300 combattenti delle RSF si stavano addestrando nel sito con “forniture logistiche e militari dotate dagli Emirati Arabi Uniti”.
Cosa che il ministero degli Esteri emiratino nega decisamente, sostenendo di non essere “in alcun modo” coinvolto.
I documenti citati da Reuters menzionano anche la presenza di istruttori che forniscono competenze nell’uso di armamenti avanzati e droni, trasformando sempre più la natura della guerra da scontro asimmetrico a conflitto ad alta intensità, le cui principali vittime sono i civili.
L’inchiesta fa riferimento a un flusso costante di rifornimenti che transiterebbero attraverso l’Etiopia, con la tacita approvazione del governo del primo ministro Abiy Ahmed, che avrebbe garantito la sicurezza e l’accesso al territorio in cambio di un consolidamento dell’asse finanziario e militare con Abu Dhabi, da un decennio suo solido alleato.

Posizionamento strategico
Il posizionamento del campo di addestramento non è casuale: il sito sorge a ridosso dello stato sudanese del Blue Nile, area dove le RSF hanno recentemente intensificato le operazioni militari.
Una prossimità geografica che permette alle milizie di aprire un corridoio logistico diretto, minacciando le retrovie e i rifornimenti delle Forze armate sudanesi (SAF) e mettendo in crisi il controllo di Khartoum sulle regioni agricole vitali del sud-est.
Le accuse di Khartoum
Da tempo l’esercito sudanese accusa gli Emirati di fornire sostegno militare e logistico alle RSF, anche con l’invio di mercenari colombiani impegnati nell’addestramento. Accuse corroborate, tra l’altro, da autorevoli inchieste giornalistiche, di organizzazioni internazionali e del Dipartimento di stato americano.
La più recente di queste accuse risale all’inizio di febbraio, quando un funzionario sudanese aveva dichiarato che l’Etiopia avrebbe facilitato un attacco transfrontaliero nel Blue Nile, affermando che i droni utilizzati contro le SAF erano stati lanciati proprio da una base controllata dagli Emirati nel Benishangul-Gumuz.
Rottura degli equilibri regionali
La presenza di truppe delle RSF sul suolo etiope segna il definitivo passaggio dell’Etiopia da cauto osservatore a parte attiva del conflitto. Fino ad ora, Addis Abeba aveva mantenuto una neutralità di facciata, ma l’esistenza di questo campo prova ora un coinvolgimento che le autorità sudanesi considerano un atto di ostilità aperta.
Una dinamica che rischia di trascinare l’intero Corno d’Africa in una guerra per procura. Le SAF, sentendosi accerchiate, stanno infatti intensificando i contatti con l’Egitto, che guarda con estrema preoccupazione alla presenza di milizie ostili così vicine alla Grande diga della rinascita (GERD), che si trova a un centinaio di chilometri dalla base di addestramento in Etiopia.
La diga è al centro di un acceso contenzioso tra il governo di Addis Abeba da un lato, e Sudan ed Egitto dall’altro, che considerano l’imponente sbarramento idroelettrico sul Nilo Azzurro una minaccia diretta alla portata delle acque del fiume a valle e di conseguenza alla loro sicurezza nazionale.
L’Egitto, in particolare, ha più volte, anche di recente, ribadito il suo sostegno in ambito di Difesa al regime militare sudanese, avvertendo indirettamente l’Etiopia – e il suo alleato emiratino – di non oltrepassare quella che il presidente al-Sisi ha definito “la linea rossa”. Una linea che, evidentemente, risulta ora invece ampiamente superata.
I paesi di confine divisi sui due fronti
Anche l’Egitto, peraltro, oltre a rifornire di mezzi militari l’esercito sudanese, ospita sul suo territorio, nel deserto dell’East Oweinat, al confine sud-occidentale, una base militare che, secondo inchieste di stampa, sarebbe utilizzata per lanciare attacchi con droni da combattinemto di fabbricazione turca a sostegno delle SAF in Sudan.
Schierata con le Forze armate sudanesi e milizie alleate nella regione anche l’Eritrea che, almeno secondo un articolo pubblicato nel gennaio 2024 dal media sudanese Radio Dabanga, ospiterebbe già da tempo campi di addestramento per movimenti sudanesi di opposizione armata, operanti nell’Est del paese e in Darfur.
Sul fronte opposto altri paesi vicini forniscono invece sostegno logistico-militare alle RSF: Ciad, Libia, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana.
Smentite e prove sul campo
Nonostante le autorità etiopi e gli Emirati abbiano negato fermamente le conclusioni dell’inchiesta di Reuters, definendo le accuse “prive di fondamento”, la mole di dati presentata – che include, appunto, immagini satellitari, coordinate geografiche e verbali di intelligence – descrive un’operazione ormai consolidata.
I campi nel Benishangul-Gumuz non sono solo centri di addestramento, ma il simbolo di una nuova architettura del potere regionale dove la sovranità sudanese viene sistematicamente erosa dall’ingombrante vicino, con conseguenze nefaste che rischiano di estendersi ben oltre i confini dell’Africa orientale. (MT)