Dal numero di marzo: viaggio elettorale nel paese al primo voto “libero” dopo 24 anni
A Khartoum spazi di libertà forse inattesi. Solo apparenti? Il paese, in effetti, sembra sempre più in mano all’apparato di sicurezza. Al sud, si pensa solo al referendum secessionista del 2011, ma a Juba la sindrome rwandese è più minacciosa che mai. Alla vigilia del voto, già i primi sconfitti: i milioni di profughi che vivono a Khartoum, ignorati sia dal nord che dal sud.

Questa Khartoum, che inizia ad annusare il profumo delle prime elezioni libere dopo 24 anni di regime, secerne vicende che, a prima vista, appaiono stonate rispetto alla sua recente storia. Pochi esempi.

 

C’è un ex professore universitario della capitale, Mu’tasim Abdullah Mahmoud, che lo scorso gennaio ha scritto una lettera al Comitato nazionale per le elezioni, invitandolo a estromettere dalla corsa per le presidenziali di aprile nientemeno che Omar El-Bashir, l’attuale capo di stato. Il motivo? Immoralità. Per l’ex cattedratico, il candidato del Partito del congresso nazionale (Pcn) si sarebbe macchiato di episodi gravissimi a partire dal 1989, anno del golpe militare. Una lista di misfatti che coincide, probabilmente, con quella elaborata dalla Corte penale internazionale, che ha già spiccato un mandato di cattura contro El-Bashir per crimini di guerra e contro l’umanità. L’aspetto bizzarro della storia è che Mu’tasim Abdullah Mahmoud gira ancora libero per Khartoum.

 

Il presidente, per la verità, respira un’atmosfera livida anche all’interno delle mura domestiche. El-Bashir, che – al di là di alcune dichiarazioni pubbliche – non ha mai tollerato la posizione separatista del Sud Sudan, deve convivere oggi con uno zio materno, Al-Taib Mustafa, che non solo si è convertito al secessionismo del sud, ma è tra i fondatori di un movimento politico islamista nordista, che auspica la separazione.

 

E che dire, poi, di ciò che si comincia a leggere sulla stampa araba della capitale? Ci sono alcuni giornali, tra cui L’opinione del popolo e Le campane delle libertà, che pubblicano editoriali infuocati contro il regime. Del tipo: «Il gruppo di potere che ci governa si comporta nell’unico modo che gli consente di restare in sella»; «Il petrolio e gli introiti dello stato sono utilizzati solo per gli interessi di questo gruppo di potere. E la gente comincia a chiedersi se questa classe dirigente utilizzi la religione solo per i suoi scopi». Frasi estrapolate, il 15 gennaio scorso, da fogli certamente non clandestini.

 

Alcuni, a Khartoum, interpretano questi spazi di libertà, mai visti prima, come lo zuccherino che il regime dispensa alla vigilia del voto, per dimostrare alla sua gente – quella che affolla i mercati di Omdurman, i negozi di Khartoum 2 o della Castle Road – che il paese si sta incamminando sul serio verso una democrazia vera. Le elezioni dell’11 aprile, se non subiranno l’ennesimo rinvio, metterebbero così il timbro definitivo su questo passaggio epocale.

 

Politica imprevedibile

C’è qualche profondo conoscitore del Sudan – come l’analista Alex de Waal o l’ex presidente Usa, Jimmy Carter, che sta monitorando, con il suo centro studi, le elezioni – che si attende perfino un secondo turno alle presidenziali, con il candidato del Movimento popolare di liberazione del Sudan (Splm), l’islamico moderato Yassir Arman, l’avversario più temibile per El-Bashir.

 

Del resto, una delle caratteristiche della politica sudanese è proprio la totale imprevedibilità. Chi avrebbe mai pensato, ad esempio, che fosse possibile quell’abbraccio da fratelli ritrovati, il 9 febbraio a Khartoum, tra El-Bashir e l’odiato presidente del Ciad, Idriss Déby, due leader che si sono spesso accusati a vicenda di fomentare le rispettive ribellioni locali?

 

Ma a Khartoum, metropoli caotica di 7 milioni di persone, impera il gioco delle maschere. Tutti sono affamati di risposte. Al momento, però, ci si deve accontentare delle domande. Ed è già un passo avanti. Perché in un paese dove il controllo sociale è capillare e asfissiante, solo ciò che è taciuto è libero. Gira, a questo proposito, una storiella: si racconta che in ogni famiglia, anche in quelle dei profughi che vivono nel deserto, c’è almeno un componente che ha delle relazioni con i servizi di sicurezza. Volgarmente, si potrebbe dire che in ogni famiglia c’è una spia. Il governo non fa mistero di spendere circa il 70% del proprio budget per la security. Che vuol dire: armi, esercito, polizia, milizie private e anche spioni. Ci sono almeno sette servizi segreti a Khartoum. E quando si gira per la capitale, non ci si può togliere di dosso la sensazione di essere perennemente controllati. Non solo dalle centinaia di poliziotti o militari che vigilano ogni giorno i sette ponti della capitale, gli altri obiettivi sensibili e la Nile Street, la via dei ministeri e del palazzo presidenziale. Ma ci sono spie nelle scuole, negli uffici, nei centri sportivi, perfino nelle sedi delle varie chiese cristiane. L’ipertrofia della security ha raggiunto livelli tali che ai suoi dirigenti viene assegnato l’appellativo di “securocrats”.

 

Gli uomini forti

Non può essere un caso allora che uno dei tre uomini forti del regime – forse più potente dello stesso El-Bashir – sia Salah Abdullah Mohammed “Ghosh” (per tutti Salah Gosh), ex responsabile della security e oggi consulente del presidente. Gli altri due sono il vice di El-Bashir, Ali Osman Taha – ancora legato all’influente Khomeini sudanese, Hassan Al-Turabi – e Nafie Ali Nafie, che controlla il Pcn ed è considerato la vera pecora nera del regime. Il più pericoloso. Islamista radicale, fu lui, il 26 giugno 1995, a ospitare sull’aereo della delegazione sudanese, ad Addis Abeba (Etiopia), due degli attentatori egiziani dell’Islamic Militant Group, che qualche ora prima avevano tentato di far saltare per aria, con dei lanciarazzi, l’auto su cui viaggiava il presidente egiziano Hosni Mubarak.

 

Ma per capire come gli spazi di libertà a Khartoum, forse, siano solo apparenti, è sufficiente visitare il carcere di Kober, presidiato all’esterno, in ogni suo angolo, da carri armati: è una struttura sovraffollata di detenuti e che sta esplodendo. Tra la popolazione carceraria molti girano con le catene ai piedi, essendo in attesa d’essere giustiziati. Solo il 14 gennaio scorso sono state impiccate sei persone. Anche in quel luogo maledetto e temuto da tutti i sudanesi si può cogliere, tuttavia, un aspetto della vita di Khartoum spesso ignorato: è garantita la libertà di seguire la propria religione. Dentro Kober, infatti, c’è una chiesa cristiana, molto frequentata la domenica dai detenuti africani. Che sono tanti. Forse la maggioranza. Perché sono molti, ormai, i subsahariani che vivono nella capitale, forse a torto pensata solo come “araba”. Si parla di almeno due milioni di profughi. Vivono alla periferia di Khartoum. Molti nel deserto. Dall’aereo, quelle casette di fango e paglia formano una distesa infinita di scatole, una attaccata all’altra. Si possono percorrere anche 40 chilometri oltre Khartoum e trovare ancora villaggi della periferia urbana. Le strade non sempre sono asfaltate. Ma sono percorribili e i pullman arrivano un po’ ovunque.

 

Ma quelli che vivono in queste baracche sono il vero punto interrogativo lasciato senza risposte dall’Accordo globale di pace (Agp), firmato nel 2005 tra il Nord e il Sud Sudan e che ha posto fine a una guerra ultraventennale. Accordo che ha previsto alcuni passaggi formali importanti: le elezioni del prossimo aprile e il referendum del gennaio 2011, grazie al quale i sud-sudanesi decideranno se restare in un Sudan unito o se staccarsi, formando un nuovo stato, il New Sudan. Ma sia Khartoum sia Juba, capitale del sud, non sanno che farsene di quei milioni di sud-sudanesi che vivono al nord. Tutti negano un rimpatrio forzato, anche perché il sud non è pronto ad accogliere quella massa di persone. Già negli anni scorsi, migliaia di profughi avevano tentato di tornarsene nella loro terra. Arrivati, hanno capito in fretta che era impossibile viverci, mancandovi tutti i servizi minimali: scuole, ospedali, strade, uffici pubblici… Così, hanno preferito ritornarsene al nord. Ma in caso di secessione, che status avranno? Che diritti? Saranno tutelate le loro proprietà? Tutte domande a cui non ha risposto l’Agp. Negli ultimi 5 anni, inoltre, il governo del Sud Sudan (GoSS) si è completamente dimenticato di questa gente. Non una sterlina sudanese, frutto degli aiuti internazionali, è arrivata da Juba. Eppure, di soldi ne sono giunti molti nel sud. Per sapere come sono stati gestiti, basta prendere un aereo, volare per 1.600 km e atterrare nella capitale dell’Equatoria Centrale.

 

La corsa ad abbuffarsi

A Juba nessuno parla delle elezioni di aprile. Sul calendario è segnato solo il 9 gennaio 2011, probabile data del referendum. In prossimità delle feste natalizie, quando la tensione con Khartoum aveva raggiunto picchi inattesi, i dirigenti dell’Splm lessero un comunicato al termine della celebrazione eucaristica nella chiesa di San Giuseppe, proprio nel cuore di Juba: si avvertiva la popolazione che, se il referendum fosse saltato, il sud si sarebbe autoproclamato indipendente. Con il rischio di una possibile nuova guerra. Tensioni sopite nei giorni seguenti.

 

Ma che il conflitto con il nord sia un’opzione ancora sul tavolo, lo testimonia l’ininterrotta corsa al riarmo. Small Arms Survey, organizzazione non governativa svizzera, ha pubblicato 24 immagini satellitari, scattate tra marzo e maggio 2009, in cui risultano fotografate alcune decine di carri armati T72 presso il quartier generale dell’Spla (l’ala militare dell’Splm) a Juba. In totale, sono stati un centinaio i T72 venduti dall’Ucraina al Sud Sudan e arrivati via Kenya. Nel bilancio 2008 del GoSS la spesa più consistente è quella legata al ministero della difesa (un miliardo 873 milioni di sterline sudanesi, poco meno di 600 milioni di euro), mentre per educazione e salute sono state impegnate, rispettivamente, 290 milioni e 110 milioni di sterline.

 

Certo, il popolo sud-sudanese negli ultimi 50 anni è stato davvero paziente, nel senso etimologico del termine: maestro nell’arte di saper patire. E ne farebbe volentieri a meno di un nuovo conflitto. Forse gli stessi dirigenti del GoSS stanno apprezzando i benefici di un periodo di relativa tranquillità. In alcuni casi, li hanno apprezzati fin troppo. Il giudizio di mons. Paulino Lukudu Loro, da 26 anni arcivescovo di Juba, è senza appello: «Molti uomini dell’Spla si sono comportati come la gente affamata nel bosco. Appena hanno conquistato il potere, si sono affrettati ad abbuffarsi, senza più pensare al bene del popolo. Hanno badato solo ai loro interessi. Alla loro fame di potere. Così, si è giunti facilmente a una classe dirigente altamente corrotta».

 

In effetti, Juba è desolante. Strade, illuminazione e belle case solo dove vivono i ministri, i rappresentanti dell’Onu e i dirigenti delle più importanti organizzazioni non governative. Dal 2005 non funziona ancora né l’industria (c’è una sola fabbrica che produce birra) né l’agricoltura. E qui ci sono acqua e terra molto fertile. Tutto viene importato. Le scuole sono ancora quelle cattoliche e le banche (numerose) sono gestite, per la maggior parte, da stranieri, kenyani e ugandesi su tutti. Kampala, infatti, sta puntando molto su Juba: lo scambio commerciale è più che quadruplicato dal 2006, passando da 60 a 260 milioni di dollari.

 

L’industria della solidarietà

L’unica industria che funziona veramente è quella della solidarietà: ogni pick-up che passa ha la sigla di un’organizzazione umanitaria diversa. E il luogo dove trovi contemporaneamente le auto del GoSS, quelle dell’Onu e di molte ong sono i parcheggi dei resort da 200 dollari a notte, sulla sponda del Nilo. Una decina di resort, anche qui di proprietà straniera, dove il più bello ha un nome italiano: il Da Vinci. Nel frattempo, il costo della vita a Juba, negli ultimi anni, è schizzato alle stelle.

 

Ma gli aiuti internazionali sono la principale fonte di finanziamento per il GoSS. Secondo il Donor Book 2009, l’anno scorso sono arrivati, nel sud, 207 milioni di dollari dai donatori. Il resto del bilancio statale è frutto dei ricavi petroliferi. Circa il 75% delle riserve accertate del Sudan (6,3 miliardi di barili) si trovano al sud. Anche se poi l’oleodotto che porta il petrolio al Mar Rosso si snoda al nord e anche le raffinerie. Per questo, le dichiarazioni di Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, e di Luka Biong, ministro per gli affari presidenziali, sono molto concilianti verso Khartoum: «Si potrebbe pensare di estendere la condivisione attuale dei proventi petroliferi con il nord anche dopo l’eventuale creazione di un nuovo stato» (Intervista di Biong al Financial Times del 10 febbraio 2010). Il problema di Abyei, zona ricca di idrocarburi e contesa tra nord e sud, si potrebbe quindi attutire. Anche perché il nord ha scoperto che la vera gallina dalle uova d’oro potrebbe essere il Mar Rosso e la riserva di gas lì custodita.

 

Per Juba, resta il problema della qualità della classe dirigente. Lo stesso Pagan Amum, segretario generale dell’Splm/a, ha ammesso che ci sono state «carenze vistose nella selezione dei candidati alle prossime elezioni». A Wau, capitale del Bahr El-Ghazal Occidentale, l’attuale governatore ha minacciato di usare la sua milizia privata nel caso in cui non fosse stato ricandidato. Khartoum specula su questa incapacità amministrativa. Ma non racconta frottole, quando dipinge il sud ancora alle prese con il problema tribale (sono circa 500 le etnie nel Sud Sudan). Nel 2009, 2.500 persone sono morte in scontri etnici da Abyei in giù e altre 300mila hanno dovuto lasciare le loro case. È anche vero che molti di questi conflitti sono stati alimentati da milizie al soldo di Khartoum. Ma ormai il malessere è diffuso nel sud: sul banco degli imputati, il GoSS e l’Splm, accusati di privilegiare solo l’etnia denka nei posti di potere.

 

A gennaio 2011, quindi, l’enfasi per una possibile indipendenza si potrebbe scontrare, da subito, con i primi sintomi della sindrome rwandese.

 

 


 

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El-Bashir e il precedente del genocidio

La Camera d’appello della Corte penale internazionale dell’Aja ha sospeso il 3 febbraio la sentenza che nel marzo 2009 aveva condannato il presidente del Sudan, Omar El-Bashir, per crimini di guerra e contro l’umanità. È stato così accolto il ricorso del procuratore generale Luis Moreno-Ocampo, che voleva che la Corte riconsiderasse la precedente decisione di escludere il genocidio in Darfur dalle accuse a carico del presidente sudanese. Già nel 2004 un organismo internazionale, la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite (Ucoi, nell’acronimo inglese), presieduta dall’italiano Antonio Cassese, verificò se ci fossero stati o meno atti di genocidio in Darfur. La Commissione concluse i lavori nel 2005, escludendo l’ipotesi genocidiaria.

Secondo la dottrina e la giurisprudenza prevalenti, infatti, perché si possa identificare una situazione come “genocidio” è richiesta la presenza di due elementi: uno oggettivo, che comprende una serie di atti criminosi (uccisioni, lesioni fisiche o mentali, imposizione di condizioni di vita disumane, misure atte a prevenire le nascite, deportazioni di minori), unito a un elemento soggettivo, per cui le azioni devono essere animate dall’intento di «distruggere, interamente o in parte, un gruppo razziale, etnico, nazionale o religioso» in quanto tale. Riguardo alla situazione in Darfur, la Commissione concluse che sussisteva, senza dubbio, l’elemento oggettivo, ma non quello soggettivo. Khartoum, cioè, aveva perseguito una strategia di contro-insurrezione e non pianificato un genocidio contro le popolazioni fur, zaghawa e masalit. Ciò non escludeva la possibilità che singoli funzionari o ufficiali avessero commesso atti criminali con un “intento genocida”, ma tali casi avrebbero dovuto essere accertati singolarmente.

 

 


 

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Candidati alle presidenziali

L’11 aprile si svolgeranno le prime elezioni multipartitiche in Sudan, dopo 24 anni. Si andrà a votare per il nuovo presidente del paese, per il rinnovo del parlamento, per i governatori dei 26 stati sudanesi e per il presidente e il parlamento della semiautonoma regione del Sud Sudan. A Khartoum si sono presentati 12 candidati presidenziali, con la novità di Fatima Abdel-Mahmood dell’Unione dei socialisti democratici, unica donna in lizza. Gli altri undici candidati sono Omar Hassan El-Bashir (Partito del congresso nazionale); Al-Sadiq Al-Mahdi (Partito Umma); Hatem Al-Sir (Partito democratico unionista); Yasir Arman (Movimento di liberazione del Sud Sudan); Abdullah Deng Nhial (Partito del congresso popolare); Mohamed Ibrahim Nugud (Partito comunista sudanese); Mubarak Al-Fadil (Partito del rinnovamento e della riforma dell’Umma); Abdel-Aziz Khalid (Forze dell’alleanza sudanese); Kamil Al-Tayib Idriss (indipendente); Ahmed Goha (indipendente); Munir Sheik Al-Deen (Nuovo partito democratico nazionale).

 


 



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