La guerra degli Stati Uniti contro l’Iran passa anche dal Sudan. Ieri il Dipartimento di stato americano ha inserito il movimento islamista sudanese dei Fratelli Musulmani nella lista delle organizzazioni terroriste globali (Specially Designated Global Terrorist), annunciando che dal 16 marzo sarà anche designato come organizzazione terroristica straniera (Foreign Terrorist Organization).
Secondo gli USA la Fratellanza Musulmana e il suo braccio armato, la Brigata al-Baraa Ibn Malik, “usano una violenza sfrenata contro i civili per minare gli sforzi per risolvere il conflitto e per promuovere la loro violenta ideologia islamista”.
Washington accusa la Brigata, che combatte al fianco delle Forze armate sudanesi (SAF) contro la milizia Forze di supporto rapido (RSF) e i suoi alleati, di “esecuzioni di massa di civili nelle aree da loro conquistate” e di avere “ripetutamente e sommariamente giustiziato civili in base all’etnia, alla razza o alla presunta affiliazione a gruppi di opposizione (come avvenuto negli stati “liberati” di Sennar e Gezira, ndr)”.
L’ombra di Teheran
Per l’amministrazione Trump il gruppo armato si avvale di oltre 20mila combattenti, molti dei quali avrebbero ricevuto addestramento e altro supporto dal potente Corpo delle guardie della rivoluzione islamica iraniana (IRGC).
“In qualità di principale sponsor statale del terrorismo al mondo, il regime iraniano ha finanziato e diretto attività illecite a livello globale attraverso il suo IRGC”, scrive il Dipartimento di stato. “Gli Stati Uniti utilizzeranno tutti gli strumenti disponibili per privare il regime iraniano e le sezioni dei Fratelli Musulmani delle risorse necessarie per impegnarsi o sostenere il terrorismo”.
La Brigata al-Baraa Ibn Malik era già stata sottoposta a sanzioni statunitensi il 12 settembre del 2025 per il suo ruolo nel conflitto in Sudan, in corso da quasi tre anni, e per la sua “pericolosa alleanza” con il regime iraniano.
La stessa accusa era stata rivolta a Gebreil Ibrahim Mohamed Fediel, ministro delle Finanze e presidente del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (JEM), gruppo armato alleato delle SAF nel Darfur, che ha legami storici con l’architetto della rivoluzione islamista sudanese Hassan al-Turabi.
30 anni di regime islamista
La storia del movimento islamista sudanese, al potere per oltre tre decenni in Sudan, ha come perno proprio la figura dell’ideologo al-Turabi che, partendo dalle radici conservatrici della Fratellanza Musulmana, dal 1963 ne ampliò l’azione politica, arrivando a prendere il potere con un colpo di stato militare nel giugno del 1989.
Nel 1998 al-Turabi fondò il Partito del congresso nazionale (NCP) e il suo nucleo ideologico, il Movimento Islamico, unificando le varie fazioni islamiste del paese.
Il NCP è rimasto poi saldamente al potere fino alle rivolte popolari che nell’aprile del 2019 portarono alla destituzione del suo leader, il dittatore Omar Hassan al-Bashir. Con l’avvento di un governo transitorio composto da civili e militari, il partito fu sciolto e alcuni suoi alti funzionari furono arrestati.
Ma una delle prime azioni compiute dall’esercito dopo il golpe e l’avvio della guerra civile, il 15 aprile 2023, fu liberare gli islamisti detenuti a Khartoum, tra cui lo stesso al-Bashir.
Con l’avvento della guerra il Movimento Islamista è tornato prepotentemente a influenzare il governo militare e ad affiancare l’esercito in combattimento, e il Battaglione Al-Baraa bin Malik è stato la punta di diamante in diverse battaglie decisive.
Le sanzioni e le designazioni come gruppo terroristico imposte dagli Stati Uniti, rappresentano un chiaro messaggio rivolto al comandante in capo delle SAF, il generale Abdel Fattah al-Burhan, e ai vertici militari: prendete le distanze dagli islamisti e dal regime di Teheran – con cui Khartoum ha riallacciato formalmente i rapporti diplomatici nell’ottobre 2023 – o ne pagherete le conseguenze.
Le reazioni
A salutare con soddisfazione l’intervento di Washington le forze politiche e militari schierate sul fronte opposto, a partire dall’alleanza Sumoud, coalizione guidata dall’ex primo ministro del governo post-rivoluzione Abdalla Hamdok che raggruppa parte del movimento democratico della società civile sudanese.
Questa designazione, scrive Sumoud, riflette la volontà della maggioranza del popolo sudanese che ha preso parte alla rivoluzione (iniziata nel dicembre 2018, ndr), rifiutando la “criminalità del Movimento Islamico” che “ha governato per 30 anni, ha diviso il paese, ha commesso genocidi e vari crimini e ha diffuso il terrorismo”.
L’alleanza ha poi invitando altri paesi e organizzazioni regionali e internazionali ad adottare misure altrettanto coraggiose e chiare.
Sulla stessa linea la rete degli avvocati sudanesi Emergency Lawyers che auspica che la designazione rappresenti “un primo passo verso il rafforzamento della responsabilità giuridica internazionale per i crimini commessi contro i civili, al fine di garantire che non vi sia impunità”.
Scontata la reazione favorevole delle RSF e degli Emirati Arabi Uniti, accusati di sostegno militare, di intelligence e logistico alla milizia, accuse provate da numerose inchieste giornalistiche e di organizzazioni internazionali, oltre che dagli stessi Stati Uniti, che Abu Dhabi ha però sempre respinto.
In una nota il ministero degli Affari Esteri emiratino plaude alla misura statunitense che “riflette gli sforzi costanti e sistematici intrapresi dall’amministrazione del presidente Trump per porre fine all’eccessiva violenza contro i civili e alle attività destabilizzanti condotte dalla Fratellanza Musulmana in Sudan, volte a minare gli sforzi per risolvere il conflitto nel paese”.