L’Analisi dell’ICG
Molte incognite gravano sulla gestione di una transizione politica condotta dai militari all’indomani della deposizione del presidente al-Bashir. Ad esprimere scetticismo sono anche gli osservatori dell’International Crisis Group che hanno analizzato possibili scenari futuri.

Nella tarda notte del 10 aprile scorso si è dimesso Omar Hassan al-Bashir, presidente del Sudan ed ex ufficiale dell’esercito salito al potere nel 1989 grazie ad un colpo di stato. La deposizione del leader del National congress party (Ncp) è stata decisa dalle forze armate per evitare che le proteste popolari, iniziate il 19 dicembre con la “rivolta del pane”, sfociassero in una sanguinosa insurrezione armata.

Dopo aver estromesso al-Bashir, i militari hanno annunciato che attraverso l’istituzione di un Consiglio militare di transizione (Cmt) guideranno la fase di passaggio di poteri, che dovrebbe concludersi tra due anni con nuove elezioni.

Il Cmt ha sospeso la Costituzione, ordinato lo stato d’emergenza per i prossimi tre mesi e vietato qualsiasi manifestazione pubblica. Oltre all’imposizione di un mese di coprifuoco notturno dalle 22 alle 4 del mattino, poi revocato dalla giunta militare, dopo che la misura era stata violata per due notti dai manifestanti radunati in sit-in da una settimana in davanti al quartiere generale delle forze armate a Khartoum.

A capo del Cmt era stato inizialmente posto il generale Ahmed Awad Ibn Auf, personalità di primo piano sin dall’inizio del trentennale regime di al-Bashir, nel quale fino a mercoledì scorso ricopriva il doppio incarico di vice-presidente e ministro della Difesa. Poi Ibn Auf è stato ritirato dal Cmt, che al suo posto ha nominato l’ex capo di stato maggiore Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, considerato una personalità più incline al dialogo, rispetto al suo predecessore.

I termini del passaggio di consegne decisi dal Cmt hanno contribuito ad alimentare il malcontento tra tutti i movimenti di opposizione e le principali organizzazioni della società civile pro-democrazia, con in prima fila l’Associazione dei professionisti sudanesi (Spa), che avevano chiesto un’autorità di transizione guidata da civili.

I sudanesi, sebbene siano riusciti a liberarsi da al-Bashir, temono che il golpe possa essere una mera operazione di facciata per riabilitare l’immagine delle forze armate, parte integrante del sistema di potere del deposto presidente e corresponsabili degli innumerevoli abusi e dei crimini di guerra e contro l’umanità a lui imputati dalla Corte penale internazionale dell’Aja.

Transizione incompleta

Non sembrano esserci dubbi sul fatto che guidata in questa maniera, la transizione rimanga incompleta. Per giungere ad una vera transizione verso la democrazia, gli attivisti chiedono cambiamenti più sostanziali e hanno invitato il popolo a continuare le proteste, con il rischio concreto di una rapida recrudescenza delle violenze dagli esiti potenzialmente pericolosi per la stabilità del Sudan.

Secondo un’analisi dell’International Crisis Group (Icg), i manifestanti hanno ragione ad essere scettici nei confronti delle intenzioni della giunta militare che adesso controlla il Sudan. Come sottolineato dagli analisti, da quando nel dicembre scorso sono scoppiate le proteste, molte incognite gravano sulla gestione di una transizione politica in uno dei paese africani più segnati dai conflitti. 

Inoltre, la frammentazione delle forze di sicurezza, voluta da al-Bashir per mantenere salda la presa sul potere, comporta un elevato rischio di scontri tra molti gruppi armati nel caso che il paese precipiti nel caos. Mentre, già si registrano scontri tra elementi dell’esercito solidali con i manifestanti e i lealisti dei servizi di sicurezza. 

Percorso a tappe

Il think tank di Bruxelles ritiene che per facilitare la transizione, saranno necessari diversi passaggi. La priorità per la giunta militare è prevenire ulteriori violenze e smettere di aprire il fuoco conto i manifestanti, cercando invece di raggiungere un accordo con i leader della protesta sulla strada da seguire per arrivare a nuove elezioni.

Inoltre, il Cmt dovrebbe riconsiderare la decisione di governare il paese per i prossimi due anni al di fuori della Costituzione, tenendo conto che l’Unione africana (Ua) ha predisposto un meccanismo di reazione (la Dichiarazione del 2000), che definisce le situazioni rientranti nella fattispecie dei cambiamenti anticostituzionali dei governi nel Regolamento della Conferenza dell’Ua del 2002, precisandole e completandole nella Carta del 2007.

Quest’ultima prevede addirittura che il cambiamento anticostituzionale di un governo costituisce un reato perseguibile a carico dei golpisti, anche sulla base della giurisdizione penale universale. Di conseguenza, se le forze di sicurezza non trasferiranno rapidamente il potere a un’autorità di transizione guidata da civili, l’Ua dovrebbe sospendere l’adesione del Sudan e dare seguito alle sanzioni. 

Il potere ai civili

La leadership militare che sta gestendo la transizione dovrebbe avere tutto l’interesse a evitare tale ostracismo e cedere le redini del potere ai civili. Se ciò non avverrà, le proteste continueranno, sollevando lo spettro di una rivolta armata.

Sempre secondo l’Icg, i dimostranti dovrebbero formare una propria rappresentanza e far negoziare i propri leader con il Cmt. Finora, gli oppositori del regime sono stati comprensibilmente riluttanti a rivelare le identità dei loro leader, visto che nei quattro mesi delle proteste che hanno provocato la caduta di al-Bashir, le forze di sicurezza hanno arrestato e torturato molti attivisti.

I colloqui dovrebbero portare all’istituzione di un’autorità transitoria che includa membri dell’opposizione, il partito di governo e la società civile, a un periodo definito di riforme costituzionali e infine a libere ed eque elezioni. Ma è difficile che le richieste dell’opposizione siano soddisfatte visto che, sebbene al-Bashir sia stato deposto, il suo apparato è rimane alla guida del paese.

Intervento internazionale

Dopo l’uscita di scena di al-Bashir, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha chiesto «una transizione in Sudan che rispetti il desiderio di democrazia dei sudanesi» e ha fatto appello alla giunta militare «affinché prenda ogni misura per facilitare un trasferimento pacifico del potere».

Ma se la transizione non verrà strutturata come chiede il popolo sudanese, forse Guterres farebbe bene a invocare l’intervento delle istituzioni finanziarie internazionali, che dovrebbero interrompere immediatamente gli aiuti al Sudan. Aiuti di cui il paese ha un disperato bisogno, per fronteggiare la spaventosa crisi economica che lo attanaglia.

Nella foto grande manifestanti fuori dal quartier generale dell’esercito nella capitale Khartoum il 13 aprile. (AP)

 

Nella foto piccola il generale di brigata Mohammed Hamdan Dagolo, comandante delle temute Rapid support forces (Rsf), nominato ieri vicepresidente ad interim del paese.