A Khartoum situazione fluida
Il 12 dicembre Omar Hassan al-Bashir, presidente del Sudan, ha imposto tre mesi di stato di emergenza, ha sciolto il parlamento (promettendo future elezioni) e sospeso alcuni articoli della costituzione. Soprattutto ha rotto con Hassan Ahmed al-Turabi, ideologo del fondamentalismo islamico sudanese: il sodalizio durava da dieci anni. A far precipitare gli eventi, le crescenti divisioni nel partito unico (National Congress Party) e l'ostilità

Il 12 dicembre Omar Hassan al-Bashir, presidente del Sudan, ha imposto tre mesi di stato di emergenza, ha sciolto il parlamento (promettendo future elezioni) e sospeso alcuni articoli della costituzione. Soprattutto ha rotto con Hassan Ahmed al-Turabi, ideologo del fondamentalismo islamico sudanese: il sodalizio durava da dieci anni. A far precipitare gli eventi, le crescenti divisioni nel partito unico (National Congress Party) e l’ostilità manifestata da Turabi, presidente del parlamento e promotore di un’iniziativa di modifica costituzionale – che doveva essere votata il 14 dicembre – per ridurre i poteri del capo dello stato. Sullo sfondo, come detonatore, attacchi all’oleodotto da parte dell’opposizione armata al Nord e il rinnovato sostegno degli Usa (aiuti in cibo) ai ribelli sudsudanesi.

Siamo a una svolta? Non è detto. Intanto non sono di fronte un moderato e un estremista. È una lotta tutta interna ai circoli politici integralisti del nord Sudan. Quasi tutti i ministri restano, anche qualche ex alleato di Turabi. E resta il vicepresidente Ali Osman Mohamed Taha, per anni delfino di Turabi e islamista ancor più duro. Lo stesso Bashir – leader militare più che ideologo – ha dichiarato, a fine novembre, che la riconciliazione nazionale può essere basata solo sull’ideologia islamista del suo governo.

Per la diplomazia a Khartoum, la situazione è molto fluida. Dei membri del partito unico vedono una soluzione pacifica – è in atto un’opera di mediazione. L’Nda (Alleanza democratica nazionale, che include tutte le forze di opposizione armata) parla di «inizio della fine del progetto del Nif (Fronte nazionale islamico), cui fanno capo sia Turabi che Bashir». L’agenzia di stampa sudanese Suna, citando fonti ufficiali, dice che «l’esistenza di due poteri, uno religioso (Turabi) e l’altro laico (Bashir), ha creato una situazione difficile da gestire»; così la decisione del presidente «allontana dal “fondamentalismo”» il paese (ma non continuava a strombazzare, la propaganda governativa, che non esisteva un problema di “potere religioso”?).

La gente della capitale sembra appoggiare Bashir, visto come il male minore; della stessa opinione alcuni membri dell’opposizione a Khartoum, che sperano che la pressione interna e internazionale possa forzare il presidente a muoversi verso un’apertura democratica.

Bashir, del resto, aveva ben preparato il colpo. Dopo aver fatto passi di riconciliazione con Eritrea ed Etiopia, si era accordato, a fine novembre, con Sadiq al-Mahdi, uno dei leader dell’Nda, e aveva rilanciato il dialogo, l’8 dicembre, col suo omologo ugandese Yoweri Museveni. Infine ha cercato di allargare il consenso anche in direzione dei cristiani, liberando due preti detenuti da più di un anno. Questo gli ha portato un credito crescente, a cominciare dall’appoggio di Egitto, Libia e Lega araba.

Ma ci sono altre variabili da considerare. Innanzitutto non sarebbe la prima volta che Turabi – politico molto astuto: ha dichiarato che agirà per vie legali, ma senza escludere la jihad (la guerra santa) – cade in disgrazia per poi riemergere vittorioso. E ha sostenitori, specialmente tra gli studenti, nelle aree rurali, presso le milizie di difesa popolare e anche tra alcuni alti ufficiali delle forze armate. Bashir gode dell’appoggio dell’esercito – ormai stanco della guerra nel Sud – e però sa di dover rafforzare in fretta la sua posizione e velocizzare il processo di pace. Perciò ha subito contattato membri dell’opposizione per rassicurarli sulle sue intenzioni.

Alcuni analisti ipotizzano che l’islam aggressivo di Khartoum possa ammorbidirsi e che siamo davanti alle prime avvisaglie del fallimento del prolungato tentativo di trasformare un paese multietnico, multiculturale e multireligioso in uno stato islamico. E che, quindi, i negoziati di pace con l’Esercito popolare di liberazione sudanese (Spla) possano riprendere vigore.

In realtà non ci saranno soluzioni al sanguinoso conflitto e al quarantennale problema del Sud Sudan, che non passino attraverso il dialogo col Sud e con le altre minoranze marginalizzate, l’accettazione del pluralismo, lo spazio alla società civile, la democratizzazione, il decentramento del potere e la condivisione delle risorse.