Ha sollevato un coro di sdegno e proteste, in particolare tra i movimenti che si occupano di conflitti e disarmo, la ratifica definitiva, approvata il 9 giugno dal Senato – contrari AVS e M5S, astenuto il PD -, dell’accordo di cooperazione nel settore della difesa tra Italia e Emirati Arabi Uniti, firmato a Roma il 24 febbraio 2025.
Gli Emirati sono infatti da tempo indicati come i principali responsabili del sostegno alla milizia Forze di supporto rapido (RSF), accusata di gravi crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui la pulizia etnica, in Sudan, dove si consuma da tre anni una guerra sempre più internazionalizzata che ha causato una delle più devastanti crisi umanitarie al mondo.
Un numero crescente di inchieste giornalistiche internazionali, di organizzazioni per i diritti umani e di organismi indipendenti ha infatti documentato come Abu Dhabi rifornisca le RSF di armi sempre più sofisticate e letali, di sostegno d’intelligence e di addestramento, anche favorendo l’ingresso nel paese africano di mercenari colombiani.
Gli Emirati hanno sempre negato quella che appare ormai un’evidenza, suggellata anche da una serie di sanzioni imposte dagli Stati Uniti anche nei confronti di società con sede negli EAU.
In particolare un rapporto del think-thank The Sentry, diffuso lo scorso ottobre, rivelava come gli Emirati siano al centro di una complessa rete di intrecci finanziari ed economici che coinvolge direttamente i vertici delle RSF e che trasformerebbe in fiumi di denaro l’oro estratto in Darfur e contrabbandato nel paese del Golfo. Oro i cui proventi verrebbero utilizzati per finanziare il conflitto.
Altre inchieste giornalistiche hanno invece documentato le triangolazioni che permettono l’ingresso nella regione del Darfur – in gran parte controllata dalle RSF e sottoposta a embargo sulle armi da parte delle Nazioni Unite – di armamenti provenienti da alcuni paesi europei e dalla Cina, e formalmente destinate al sistema di difesa emiratino.
Triangolazioni che ora, grazie alla ratifica dell’accordo di difesa con Abu Dhabi, rischiano di vedere coinvolte anche armi e tecnologia militare di provenienza italiana.