La sfida di Khartoum

Khartoum svolge un importante ruolo di mediazione tra i paesi rivieraschi a monte e l’Egitto, con cui condivide i privilegi degli accordi coloniali. Ma l’indipendenza del Sud Sudan obbliga i due paesi a nuovi accordi su come utilizzare le acque del fiume. Gli sviluppi dei progetti Jonglei e Jonglei II.

Il Sudan è l’unico dei paesi del bacino del Nilo a godere del privilegio di ospitare nel suo territorio i due rami del Nilo Bianco e del Nilo Azzurro. I due grandi fiumi si uniscono in modo suggestivo nel cuore della capitale Khartoum e di lì proseguono uniti la loro corsa attraverso i deserti del nord. Il paese si trova, quindi, nel cuore del bacino e certamente giocherà un ruolo chiave nell’attuale disputa sull’utilizzo delle acque del Nilo. In varie occasioni il Sudan si è dimostrato attento sui piani dei vari paesi dell’immenso bacino  idrografico (Etiopia prima fra tutte) e, conscio della sua importante posizione, pronto a giocare fino in fondo il suo ruolo di mediazione.

Nel maggio 2010, all’incontro dei paesi del bacino a Sharm al-Shaikh, dopo un acceso dibattito, Khartoum ha finito con allinearsi alla posizione dell’Egitto, rifiutando di firmare l’ “Accordo-quadro di cooperazione sul bacino del Nilo”, dove tutti gli altri paesi interessati hanno pattuito di rivedere i vecchi accordi del 1959, che destinano a Khartoum 18,5 miliardi di metri cubi di acqua del Nilo all’anno, su un totale di 84. È comprensibile che il Sudan abbia interessi molto comuni con l’Egitto e quindi, pur essendo a favore della revisione dei vecchi patti, non ha firmato un accordo contro il suo vicino che sta a nord. Nella sua visita del 16 settembre scorso al Cairo, il leader sudanese Omar Hassan El-Bashir ha confermato al nuovo presidente egiziano Mohammed Morsi il suo pieno appoggio sulla questione delle acque del Nilo.

Gli interessi dell’Egitto e del Sudan sono, tuttavia, molto più complessi e sono passati per una storia piuttosto conflittuale. Ecco perché l’opinione pubblica sudanese non è, in realtà, tutta unita nell’appoggiare la posizione dei vicini. Per alcuni è tempo di distanziarsi e prendere le parti di chi vuole rimescolare le carte. Si alzano, infatti, varie voci che ritengono che l’Egitto abbia sempre e solo fatto i propri interessi in Sudan, sfruttando le debolezze dei vari governi di Khartoum e trattando il Sudan non con il rispetto che si deve a una nazione sovrana. È il caso di quanto accaduto con la famosa diga di Assuan negli anni ’60-’70 e con la creazione del lago Nasser causa, per il Sudan, di gravi perdite territoriali a causa delle inondazioni e di pochi  benefici.  

 

Produzione agricola

Le acque del Nilo sono utilizzate in modo estensivo in Sudan, soprattutto per la produzione agricola (il 90% circa del suo fabbisogno). I moderni sistemi d’irrigazione, con stazioni di pompaggio e canali d’irrigazione, hanno sostituito da tempo le tradizionali saqia (complesso ingranaggio a trazione animale importato lungo la valle fluviale a partire dall’epoca romana) e shaduf (strumento adottato a partire dal II millennio a.C. dalle popolazioni egiziane per pescare acqua da fiumi e laghi e alimentare canali a un livello più alto o innaffiare campi coltivati). I bacini creati con le dighe di Sennar (1925), Khashm al-Ghirba (1964) e Roseires (1966) sul Nilo Azzurro, di Jebel Aulia (1937) sul Nilo Bianco, e di Merowe (2009) a nord di Khartoum e la creazione di una vasta rete di canali permettono l’irrigazione di enormi estensioni coltivate con monoculture (sorgo, miglio, grano, sesamo, canna da zucchero, cotone, arachidi…). Questi grandi progetti meccanizzati sono normalmente sotto il controllo del ministero dell’agricoltura e in genere gestiti da grandi compagnie agricole spesso co-finanziate con fondi di governi esteri, come il Qatar, l’Arabia Saudita o il Kuwait. Esiste, inoltre, un consistente numero di contadini privati che coltivano piccoli campi utilizzando motopompe spesso in comproprietà.  La zona della Gezira, tra il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro, è considerata tra le più fertili del mondo, un granaio che potrebbe fruttare una fortuna, se fosse sviluppata con saggezza e con appropriate strutture.

Nonostante questa vasta produzione agricola, il Sudan, in realtà, sta utilizzando solo una minima parte delle sue possibili terre coltivabili, ed è per questo che dal 2007 il paese ha iniziato a pianificare l’aumento delle terre da coltivare da 4 a 10 milioni di feddan (unità di misura sudanese equivalente a 0,42 ettari).  Ovviamente, ciò richiederà una quantità sempre più crescente di acqua, stimata in almeno altri 15 milioni di metri cubi annui. 

 

 

Produzione idro-elettrica

Le dighe di Sennar, Roseires e Merowe contribuiscono in modo considerevole alla produzione di energia idro-elettrica distribuita, poi, sul territorio con imponenti linee di migliaia di chilometri. La diga di Merowe, completata recentemente e costruita con ingenti capitali cinesi e dei paesi arabi, con la sua potenza di 1,250 MW ha contribuito da sola a raddoppiare la capacità del paese. Una situazione che sta allarmando Il Cairo: secondo alcuni esperti, infatti, il funzionamento a pieno regime della diga potrebbe causare, nel giro di pochi anni, il prosciugamento del lago Nasser, il bacino artificiale formatosi con la costruzione della diga di Assuan.

Il sistema elettrico è stato recentemente ampliato: si sviluppa ora a ovest fino a El Obeid, in Kordofan, a sud fino a Renk in Sud Sudan; a est fino a Port Sudan sul Mar Rosso, e a nord fino a Dongola. Man mano che avanza lo sviluppo nel paese, tuttavia, le richieste anche in questo settore si fanno sempre più esigenti e subito nasce l’esigenza di pensare a soluzioni nuove.

 

L’unica via del futuro: collaborazione e progetti di sviluppo

A partire dagli anni ’70, durante il felice periodo della pace di Addis Abeba, il governo sudanese aveva già iniziato a presagire la futura necessità di razionalizzare lo scorrimento e l’uso delle acque del Nilo. Un’esigenza che apparve chiara negli anni ’80 quando si manifestò una evidente crisi idrica con l’introduzione di nuovi progetti agricoli, come l’immensa piantagione di canna da zucchero di Kenana.

Fu per questo motivo che fu ripreso, agli inizi del 1970, il vecchio progetto del Canale di Jonglei, nel Sud Sudan. Progetto poi riadattato, dopo lunghissime discussioni e complesse vicissitudini, in modo da non creare un completo sovvertimento ambientale. Solo il 20% delle acque sarebbe stato deviato nel nuovo canale, che avrebbe dovuto diventare un catalizzatore di sviluppo e garantire benefici multipli: razionalizzazione dello scorrimento dell’acqua, una nuova e più veloce comunicazione tra Juba, Malakal e Kosti (oltre il trasporto fluviale era prevista anche una strada asfaltata a fianco del canale), un’estensione di 200 mila feddans da coltivare nel sud, un aumento di acqua disponibile per i progetti agricoli in nord Sudan e per l’Egitto. Il progetto, giunto a circa 2/3 di scavo del canale, fu però bloccato dalla ripresa della guerra nel 1983.

Nel nuovo contesto, con l’indipendenza del Sud Sudan, nel 2011, sarà necessario mettere nell’agenda dei due governi anche la ripresa delle negoziazioni e nuovi accordi su come utilizzare al meglio le preziose acque del fiume e, perché no, anche la ripresa di progetti come il Jonglei e il Jonglei II. 

Sul versante orientale, il Sudan ha firmato sin dal 1991 un accordo di cooperazione con l’Etiopia e costituito organi per lo studio di progetti a beneficio di entrambe le parti. Il Sudan non condivide totalmente le paure egiziane, e auspica che il progetto etiopico della nuova diga del Millennio possa essere orientato allo sviluppo reciproco. La nuova diga, localizzata nella regione Benishangul-Gumuz vicino al confine col Sudan, diverrà il più potente impianto di produzione di energia idro-elettrica in Africa con una capacità di 5,250 MW, parte della quale potrebbe essere esportata in Sudan. D’altro canto, la regolazione del flusso del Nilo Azzurro a favore dei fertili terreni che si trovano a valle nel territorio sudanese, potrebbe ulteriormente sviluppare questo settore con un possibile ritorno commerciale verso l’Etiopia, povera invece di queste immense estensioni coltivabili.

È evidente che non ci potrà essere un futuro di pace e prosperità senza un dialogo serio, aperto e scevro da cupidigie da parte di tutte le parti in gioco. Sarà di vitale importanza la capacità di distribuire con equità le ricchezze naturali esistenti e di collaborare insieme per compiere tutti quei necessari progetti per una trasformazione del territorio a servizio del bene comune.