Arresti e morti
Giornata senza spari a Nyala, in Darfur, dopo la repressione violenta dei giorni scorsi delle manifestazioni studentesche. Scuole chiuse a tempo indeterminato e clima ancora teso. La polizia reprime anche le proteste universitarie nella capitale e irrompe in un incontro degli avvocati sudanesi organizzato sui diritti umani. El-Bashir si sente accerchiato. Ma trova una sponda nel nuovo presidente dell’Unione africana.

Scuole e università chiuse a Nyala. La calma sembra tornata nella capitale del Sud Darfur, nel Sudan occidentale, dopo giorni di violente proteste che hanno provocato morti e feriti. Ma sembra una calma apparente, pronta a rompersi da un momento all’altro.

Testimoni sentiti da Nigrizia raccontano di una violenza scoppiata con forza domenica 30 luglio e che ha avuto il suo apice mercoledì. Studenti delle scuole superiori e universitari in strada a protestare contro l’aumento della benzina e delle tariffe del trasporto pubblico. In realtà l’obiettivo era il governo di Khartoum. Una rabbia esplosa e che è stata repressa con estrema durezza dalle forze di polizia. I testimoni raccontano di ragazzi, armati di sassi e spranghe, che hanno incendiato auto e messo a soqquadro la stazione dei bus.

Una rabbia diventata ancora più feroce quando ai familiari dei ragazzi feriti è stato impedito l’accesso all’ospedale dove erano stati ricoverati. A quel punto in strada non c’erano più solo i giovani, ma anche migliaia di persone normali. Una manifestazione imperiosa che non si era mai vista a Nyala.

La forze dell’ordine, che hanno usato anche elicotteri a bassa quota per reprimere la manifestazione, hanno sparato ad altezza uomo. Con pallottole vere.
Il bollettino è rosso sangue. Le autorità hanno dichiarato che sei persone sono state uccise negli scontri. Secondo la fonte di Nigrizia, sarebbero almeno 10. Ma alcuni siti parlano di 16. Notizie, ovviamente, frammentate e confuse.

Di certo a Nyala sono state chiuse le scuole a tempo indefinito. Nel senso che riapriranno solo quando lo decideranno le autorità governative. E anche oggi è proseguita la caccia allo studente da prelevare. Perché è dalle scuole, grazie anche al contributo dei professori, che si sta alimentando la ribellione. Già il 16 giugno le strade di Nyala si erano riempite di studenti. Come a Khartoum, a Omdurman, a Bhai e El-Obeid. Dove, ancora una volta, i protagonisti sono i campus universitari. La repressione è decisa. Notevole l’uso di nuovi lacrimogeni di fabbricazione cinese, dall’effetto spossante.

Ieri, la polizia e gli uomini di sicurezza del Partito del congresso nazionale di Omar El-Bashir hanno fatto irruzione nel club degli avvocati della capitale dove si stava svolgendo una manifestazione pacifica di circa 1.000 professionisti sudanesi, riuniti per discutere di diritti umani nel paese e della situazione politica. Alcuni di loro sono stati violentemente picchiati. Altri arrestati.

A complicare il quadro sudanese c’è anche un episodio passato sotto silenzio nelle agenzie di stampa occidentali. Ma che potrebbe, in realtà, essere carico di significato: l’uccisione, confermata anche dall’agenzia ufficiale sudanese Suna, di Abdu-Rahman Mohamed Eisa, commissario governativo ad Al Waha, località nel Nord del Darfur. Mercoledì un gruppo armato ha assalito la sua auto mentre era ferma a un distributore di benzina, uccidendo, assieme al commissario, anche il suo autista. Un omicidio politico, non così frequente nelle dinamiche sudanesi. Questo potrebbe anche significare che le falle di Khartoum cominciano a essere vistose e che ad armarsi non sarebbero più i soliti gruppi darfuriani.

Una situazione esplosiva che potrebbe riproporre un nuovo caso Siria nel cuore dell’Africa. Con meno appeal mediatico. Ma il regime di Bashir appare ogni giorno più sfilacciato, nonostante l’uso massiccio della forza e della repressione che sta attuando anche in questi giorni. E nonostante gli appoggi al suo paese che il dittatore di Khartoum riceve dall’esterno.

Ha destato perplessità, infatti, una delle prime dichiarazioni da neo-presidente dell’Unione africana di Nkosazana Dlamini-Zuma: «Sarebbe nefasto l’arresto internazionale di El Bashir». Per il ministro dell’interno sudafricano, il dittatore sudanese – ricercato dalla Corte penale internazionale dal 2009 per crimini di guerra e contro l’umanità (dal 2010 anche per genocidio) – è ancora un tassello fondamentale per la pace in Darfur, obiettivo ben più importante del suo arresto (Giba).