L’editoriale del numero di dicembre

Cinque lunghi anni! Tanto tempo è passato dalla foto ricordo, scattata il 9 gennaio 2005 allo Nyayo Stadium di Nairobi (Kenya), dove s’era tenuta la cerimonia della firma che poneva fine alla guerra tra il nord e il sud del paese, che, durata 22 anni, era sembrata non voler uscire mai dal tunnel. I generali si erano svestiti della divisa e si erano dati la mano. In segno di pace. Omar El-Bashir e John Garang, Ali Osman Taha e Salva Kiir. Nord e Sud di un paese, il Sudan, che sognava il silenzio delle armi e la fine delle violenze.

 

L’Accordo globale di pace (Agp) – firmato in un paese terzo, com’era avvenuto alla fine della precedente guerra civile (1955-1972), conclusasi con la pace di Addis Abeba (Etiopia) nel 1972 – fu in quei giorni travolto da un profluvio di parole al miele: «È un nuovo contratto per tutti i sudanesi» (El-Bashir); «L’accordo cambierà la vita dei sudanesi per sempre» (Garang); «Abbiamo chiuso un oscuro capitolo nella storia del Sudan» (Colin Powell, all’epoca segretario di stato Usa).

 

Ma fin da subito ci fu anche chi – come Nigrizia – avvertì la comunità internazionale della fragilità e dei nodi intricati che quell’accordo nascondeva. «Siamo di fronte a una firma condizionata da troppi “se” e troppi “ma”. (…) Non c’è accordo neppure su quello che l’Accordo veramente significa» (Nigrizia, febbraio 2005).

 

E ora che siamo alle porte di due passaggi fondamentali per il processo di pace in Sudan – le elezioni del febbraio 2010, con otto mesi di ritardo rispetto alla data prevista, e il referendum del gennaio 2011 sulla possibilità di secessione del Sud -, riemergono quei nodi irrisolti. E le paure. Molte. Troppe.

 

Il dossier di questo numero, ampio e dettagliato, mette in fila tutte le ragioni che rischiano di portare questo martoriato paese nuovamente nel baratro. Con, sullo sfondo, quella domanda che da subito non ha mai ricevuto una risposta dagli attori principali, sudanesi e internazionali, di questo percorso accidentato di pace: ma che accadrà il giorno dopo il referendum? (se si farà, ovviamente). Tutti impegnati a disegnare la road map che avrebbe portato all’urna, ci si è scordati (volutamente?) di attrezzarsi per il dopo-voto referendario. Che potrebbe essere esplosivo.

 

Lo scenario più benevolo – ma il meno probabile – disegnato da analisti accorti prevede un paese che esce unitario e senza guerra dal voto del 2011. Ipotesi auspicabile (fra l’altro, si darebbe attuazione a uno dei punti chiavi dell’Agp, nel quale si invitavano i soggetti firmatari a compiere «ogni sforzo possibile » per far sì che l’unità nazionale apparisse «attraente»), ma ritenuta quasi impossibile da realizzare. Il Sud griderebbe subito al voto truccato e il rumor di sciabole sarebbe fortissimo.

 

Anche l’ipotesi contraria – la secessione senza guerra – appare avvolta da una nuvola d’ingenuità. Si devono ancora mettere d’accordo, dopo 5 anni, su quali sono i confini esatti dei due paesi. Figuriamoci se Khartoum e i suoi amici internazionali (Egitto, Cina, Unione africana…) lascerebbero Juba al suo destino e… al suo petrolio.

 

Del resto, El-Bashir, esponente dell’élite arabo-musulmana che detiene il potere in Sudan dal 1947, attua da tempo un subdolo ostruzionismo per boicottare ed evitare questa soluzione. Inoltre, le altre aree di crisi del paese che sono state escluse dalla spartizione del potere fra nord e sud (Darfur, l’est, il Kordofan…) come vivrebbero quella separazione? Rivendicherebbero pure loro la secessione? Si darebbe vita a un effetto domino, con il pericolo, aborrito dall’Unione africana, che anche le regioni di altri paesi africani (vedi la zona dei Grandi Laghi, per fare un solo esempio), dai confini sempre assai fragili, potrebbero attivarsi per un rosario di rivendicazioni e indipendenze?

 

Ma anche se il Sud Sudan riuscisse a diventare indipendente, sarebbero il suo governo e la sua classe dirigente in grado di governare il paese? Molti i dubbi: i politici di Juba non hanno mai smesso di vestire le divise militari; il rischio di una “somalizzazione” del neo stato sarebbe altamente probabile.

 

Dunque? Gli sbocchi della road map appaiono scritti. “Pace armata” abbiamo titolato la copertina di questo numero della rivista. Un ossimoro. Ma lo stesso Sudan è un ossimoro, vista la ricchezza delle contraddizioni e degli opposti che lo tengono unito. E qualcosa vorrà pur dire il fatto che, al nord come al sud, uno dei mercati più prolifici, nonostante l’embargo attivo dal 2005, resta quello delle armi (l’Splm/a, al sud, è rifornito via Port Sudan; il Nord è armato soprattutto da Cina e Iran).

 

A commento della foto trionfante della firma dell’Agp, il 9 gennaio 2005 a Nairobi, Nigrizia scrisse: «Ora chiediamo a quella stessa comunità internazionale che ha sponsorizzato l’accordo di continuare a vigilare su questa pace. In particolare, chiediamo all’Unione europea (…) di vigilare sul rispetto delle varie clausole dell’accordo globale. Tutto questo, perché Nairobi 2005 non sia come Addis Abeba 1972». Un’illusione di pace.

 

 


 


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